Medio Oriente. Ospitare gli analisti iraniani: pluralismo o propaganda?

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di Shorsh Surme – In che misura l’ospitalità offerta dai canali arabi ad analisti iraniani durante questa guerra apporta valore all’opinione pubblica del Golfo e del mondo arabo? Per rispondere è utile distinguere due orientamenti principali: quello della gente comune e quello che emerge dai commenti sui social media, oggi terreno privilegiato per misurare gli umori dell’opinione pubblica.Una parte più ristretta del pubblico considera utile ospitare analisti iraniani per conoscere direttamente la prospettiva di Teheran. Tuttavia, osservando attentamente le posizioni espresse dagli ospiti iraniani sui canali satellitari arabi, emerge un dato evidente: la narrativa è sempre la stessa, indipendentemente dal canale o dal contesto. Essa giustifica l’aggressione iraniana contro gli Stati del Golfo e il mondo arabo, sostiene che tali attacchi siano diretti esclusivamente contro basi americane e presenta il regime iraniano come un attore della “resistenza” contro l’egemonia occidentale.La domanda cruciale è se si tratti davvero di un punto di vista politico degno di discussione o, piuttosto, di una narrazione propagandistica costruita per influenzare l’opinione pubblica araba.Il problema della narrativa iraniana non risiede soltanto nella sua scarsa credibilità, ma anche nel suo forte richiamo emotivo. Chi segue le apparizioni mediatiche degli analisti iraniani nota come esse non si fondino su argomentazioni razionali, bensì su un linguaggio emotivo e religioso, fatto di richiami alla Palestina, alla resistenza, all’unità musulmana, alla solidarietà e alla lotta contro il male. Una retorica che mira a mobilitare i sentimenti più che a convincere attraverso i fatti.La maggioranza del pubblico, e io stesso propendo per questa posizione, ritiene che non vi sia alcun bisogno di ospitare analisti iraniani, soprattutto quando esistono già numerosi commentatori arabi che difendono con convinzione la posizione di Teheran.Secondo questa visione, ospitare esponenti iraniani nei media arabi significa rafforzare la simpatia verso la narrativa della Repubblica islamica. La loro presenza contribuisce inoltre a confondere l’opinione pubblica e l’uso di un linguaggio religioso amplifica l’impatto emotivo, indebolendo la capacità critica del pubblico.I media, e in particolare i canali satellitari a diffusione globale, rappresentano uno strumento strategico. Durante la Guerra Fredda nessuna delle due parti consentiva la presenza di voci favorevoli al blocco avversario, non tanto per censura ideologica quanto per evitare di confondere l’opinione pubblica e compromettere la sicurezza nazionale.Oggi, secondo questa impostazione, l’aggressione iraniana contro gli Stati del Golfo richiede un approccio analogo. Aprire le piattaforme mediatiche a chi rappresenta la narrativa di Teheran significherebbe danneggiare gli stessi interessi dei Paesi arabi, a meno che, ipotesi inquietante, alcuni media non siano già stati compromessi sul piano ideologico.Gli Stati non considerano tutte le opinioni allo stesso modo, soprattutto quando esse incidono sulla sicurezza, sull’unità nazionale e sulla stabilità sociale. Per questo, secondo tale prospettiva, è necessario porre limiti alle narrazioni ritenute capaci di minacciare questi pilastri.Chi sostiene l’opportunità di ospitare analisti iraniani afferma che sia necessario ascoltarli per poter replicare alle loro argomentazioni. Ma la domanda è un’altra: ce n’è davvero bisogno? Conosciamo già la mentalità del regime iraniano, la sua capacità di distorcere i fatti, di manipolare la realtà e di eludere le domande più scomode. Perché, allora, offrirgli una piattaforma?La narrativa iraniana può essere analizzata, studiata e confutata senza amplificarla né legittimarla attraverso le televisioni arabe.Alcuni ritengono che i media arabi debbano essere aperti e pluralisti, anche nei confronti di chi attacca i Paesi e i leader della regione. Ma questa, secondo l’autore, non è apertura: è ingenuità.Non tutte le opinioni, sostiene, meritano lo stesso spazio quando mettono in discussione la sicurezza e la stabilità degli Stati. Il problema non è il confronto con idee diverse, bensì la consapevolezza che i media costituiscono una componente essenziale della sicurezza nazionale.Non ogni dialogo è utile. Non ogni ospite è prezioso. Non ogni opinione merita un microfono.A mio avviso, concedere spazio mediatico alla narrativa iraniana significa contribuire a distorcere l’opinione pubblica, un errore che non può essere giustificato invocando semplicemente la necessità di ascoltare “l’altra versione dei fatti”.La domanda finale resta inevitabile: l’Iran è riuscito a infiltrare alcuni media arabi oppure sono stati gli stessi media ad abbandonare la propria autonomia critica?