C’è un luogo comune che attraversa trasversalmente il dibattito pubblico occidentale, dai salotti televisivi alle aule universitarie: la Cina come potenza economica, pragmatica, tutta commerci e infrastrutture, strutturalmente aliena alla logica della guerra. Un gigante che non spara un colpo dal 1979 — l’ultimo conflitto diretto, contro il Vietnam — e che avrebbe scelto la via del “soft power” mentre l’Occidente si dilania in interventi militari falliti. È un’immagine rassicurante, comoda, e per questo pericolosa: perché è vera solo a metà, e la metà mancante è quella che conta di più.È vero che l’Esercito Popolare di Liberazione non ha combattuto direttamente una guerra su vasta scala da oltre quattro decenni. Ma “non aver combattuto” non equivale a “non essere stati coinvolti”. Nelle ultime due grandi crisi che hanno ridisegnato l’ordine internazionale — l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra Usa-Israele contro l’Iran del 2026 — la Cina è stata tutt’altro che spettatrice. Ha scelto, sistematicamente, la via del coinvolgimento indiretto: attraverso il supporto tecnologico, i trasferimenti dual-use, l’intelligence satellitare e, nel caso nordcoreano, un proxy che ha mandato uomini a morire al posto suo. È la stessa logica di sempre, applicata con gli strumenti del ventunesimo secolo: la guerra per procura, camuffata da neutralità commerciale.Il caso ucraino: l’80-90% delle componenti per l’industria bellica russaDa quando la Russia ha lanciato l’invasione su vasta scala nel 2022, Pechino ha ufficialmente professato equidistanza, rifiutandosi di fornire “armi letali” e invocando il rispetto della sovranità ucraina in ogni comunicato diplomatico. Nei fatti, l’inviato Ue per le sanzioni David O’Sullivan ha stimato che nel 2025 la Cina fornisse circa l’80% delle componenti impiegate nella produzione bellica russa; per l’aprile 2026 Bloomberg calcolava che il 90% delle importazioni russe di tecnologia sanzionata utile alla produzione di armamenti transitasse da territorio cinese. A gennaio 2026 il Telegraph ha riportato che Pechino avrebbe fornito a Mosca tecnologia e apparecchiature avanzate per un valore di 10,3 miliardi di dollari, comprese macchine utensili specializzate per la costruzione delle testate del missile ipersonico Oreshnik. Funzionari occidentali interpellati da Fortune a inizio 2026 hanno definito la Cina il “facilitatore chiave” del conflitto, sostenendo che la guerra russa non potrebbe proseguire senza il flusso costante di componenti dual-use e minerali critici per la produzione di droni.A questo si aggiunge un tassello ancora più diretto: la Corea del Nord. Pyongyang ha dispiegato tra i 14.000 e i 15.000 soldati sul fronte russo tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, oltre a migliaia di lavoratori e milioni di proiettili d’artiglieria e oltre 120 missili balistici. È la prima volta dalla guerra di Corea che truppe nordcoreane combattono su un fronte europeo. Ora, la Corea del Nord non è un satellite qualsiasi: è legata alla Cina dall’unico trattato di mutua difesa formale che Pechino abbia mai firmato prima di quello siglato da Mosca con Pyongyang nel 2024. Senza il sostentamento economico ed energetico cinese — che rappresenta la stragrande maggioranza del commercio estero nordcoreano — Kim Jong-un non avrebbe né le risorse né la copertura diplomatica per inviare un intero corpo di spedizione a morire nei campi ucraini. Definire questo “non coinvolgimento cinese” richiede un atto di fede più che un’analisi geopolitica.Il caso iraniano: BeiDou, radar e la fabbrica dei missiliSe il caso ucraino si presta ancora a una lettura sfumata — la Cina non fornisce armi letali dirette, formalmente — quello iraniano è più scivoloso ancora per la retorica della “Cina pacifica”. Quando il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro campagna aerea contro l’Iran, uccidendo buona parte del vertice militare e della leadership religiosa di Teheran, Pechino ha subito assunto in pubblico la posa del mediatore, chiedendo un cessate il fuoco e denunciando l’escalation. Nei fatti, secondo ricostruzioni convergenti di analisti ed esperti di intelligence, il sostegno tecnologico cinese a Teheran si è intensificato proprio a ridosso e durante il conflitto: sistemi radar YLC-8B e batterie di missili terra-aria a lungo raggio HQ-9B — l’equivalente cinese degli S-300/S-400 russi — sono stati forniti all’Iran, e a inizio 2026 Teheran ha ottenuto l’accesso al sistema satellitare BeiDou-3, colmando una vulnerabilità che nel precedente confronto del 2025 (la cosiddetta “guerra dei dodici giorni”) aveva esposto i missili e i droni iraniani al jamming GPS occidentale.A marzo 2026 Pechino ha autorizzato la partenza di due navi, di proprietà di una società iraniana già sanzionata dagli Stati Uniti per il supporto al programma missilistico di Teheran, da un porto cinese specializzato nello stoccaggio chimico: il carico, secondo il Washington Post, era perclorato di sodio, un precursore chiave per il propellente solido dei missili balistici. Nello stesso periodo, secondo Reuters, Teheran stava definendo con Pechino l’acquisizione di missili antinave supersonici CM-302. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato pubblicamente che durante il conflitto la Cina ha fornito “un certo sostegno e componenti specifiche per la fabbricazione di missili” — accusa che il ministero degli Esteri cinese ha respinto come “priva di fondamento”. Nel frattempo Pechino ha invocato per la prima volta la propria “blocking rule” per impedire alle raffinerie cinesi indipendenti di sottostare alle sanzioni secondarie statunitensi legate all’acquisto di greggio iraniano — mantenendo così in vita, attraverso l’economia, l’unico canale di sopravvivenza finanziaria del regime sotto attacco.Aggiungiamoci un dettaglio da manuale di intelligence: proprio le riserve energetiche strategiche accumulate dalla Cina durante il 14° Piano Quinquennale — superiori, secondo le stime, alla somma di quelle di Stati Uniti e Giappone — hanno permesso a Pechino di attraversare la chiusura dello Stretto di Hormuz senza scossoni economici significativi, mentre il 37% del petrolio che transitava per lo Stretto era diretto proprio in Cina. Non è un dettaglio marginale: significa che Pechino aveva, contemporaneamente, l’interesse economico a proteggere il proprio approvvigionamento e lo strumento — il sostegno tecnico-militare a Teheran — per farlo attraverso un attore terzo, senza mai schierare una nave da guerra.Il bilancio della difesa: la cifra ufficiale è solo la punta dell’icebergChi sostiene la tesi della Cina “pacifica” cita spesso, a riprova, la quota di Pil destinata alla difesa: ufficialmente sotto l’1,5%, una percentuale bassa se confrontata al 3,5% degli Stati Uniti o ai target Nato del 2% (in salita al 5% entro il 2035). Il problema è che quella percentuale, applicata alla seconda economia mondiale, genera comunque un bilancio assoluto colossale: per il 2026 Pechino ha dichiarato una spesa militare di 1,91 trilioni di yuan, circa 277 miliardi di dollari, in crescita del 7% sull’anno precedente — l’undicesimo anno consecutivo di incremento a una cifra, dopo un decennio di aumenti a doppia cifra. È il secondo bilancio della difesa al mondo, quasi cinque volte quello giapponese e nove volte quello di Taiwan; secondo l’International Institute for Strategic Studies di Londra, la quota cinese sulla spesa militare complessiva dell’Asia ha ormai superato il 44%.Ma la cifra ufficiale, sostiene concordemente la comunità degli analisti — inclusi Sipri e Iiss — è solo una porzione della spesa reale. Il Pentagono, nel suo ultimo rapporto sullo sviluppo militare cinese, ha stimato che il bilancio dichiarato per il 2024 fosse sottostimato tra il 32 e il 63%, il che porterebbe la spesa reale 2026 fino a circa 526 miliardi di dollari. La ragione è strutturale, non contabile: Pechino non registra sotto la voce “Difesa” ampie porzioni della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico a duplice uso, gran parte della spesa in conto capitale, le attività di sicurezza interna e mobilitazione. In altre parole, il perimetro stesso di “cosa sia difesa” in Cina è disegnato in modo da rendere invisibile buona parte della modernizzazione militare — un’operazione di contabilità politica, prima ancora che finanziaria.La Fusione Militare-Civile: quando il confine tra fabbrica e caserma scompareIl vero pilastro della strategia cinese, però, non è tanto la crescita del budget in sé, quanto il modo in cui viene impiegato. Da quando Xi Jinping ha elevato la Fusione Militare-Civile (军民融合) a strategia nazionale fondamentale, l’obiettivo dichiarato è cancellare il confine tra innovazione civile e apparato bellico: ogni algoritmo di intelligenza artificiale sviluppato per la logistica commerciale, ogni avanzamento nei semiconduttori, ogni satellite lanciato da un consorzio privato entra potenzialmente, per legge, nel perimetro della difesa nazionale. Non è un caso isolato: è, semmai, l’aspetto più sistemico e meno visibile della potenza militare cinese, perché non compare in nessuna sfilata né in nessun bilancio ufficiale.Gli ambiti coinvolti sono esattamente quelli su cui si gioca la superiorità militare del ventunesimo secolo. Gli algoritmi di intelligenza artificiale sviluppati per la ricognizione commerciale e la logistica automatizzata alimentano la gestione di sciami di droni militari; gli sforzi per l’autosufficienza nei semiconduttori avanzati — spinti anche dalle sanzioni statunitensi — servono tanto ai supercomputer civili quanto alla guidance dei missili ipersonici; gli investimenti in calcolo quantistico e reti 5G/6G sostengono contemporaneamente le telecomunicazioni commerciali e la crittografia militare; le costellazioni satellitari commerciali vengono integrate, quasi senza soluzione di continuità, nei sistemi di tracciamento e navigazione della difesa — lo stesso BeiDou che, come visto, è stato messo a disposizione dell’Iran in piena guerra.A questo si affianca, nella revisione 2026 della Legge sulla Mobilitazione Nazionale della Difesa — attualmente in prima lettura davanti al Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo — l’estensione degli obblighi di stoccaggio strategico ai dati e al software: i grandi sviluppatori di intelligenza artificiale, i fornitori cloud e i gestori di server dovrebbero, secondo le bozze circolate, essere tenuti a cedere allo Stato dataset e algoritmi in caso di mobilitazione. È la codificazione legale, esplicita, di un principio che il diritto occidentale considera per definizione eccezionale: la requisizione dell’infrastruttura digitale civile come estensione naturale, non emergenziale, del sistema di combattimento integrato.Non è la leva di massa: è qualcosa di più pervasivoChi obietta che la Cina non abbia introdotto la leva obbligatoria generalizzata, né riempia le strade di parate quotidiane, coglie un dato reale ma ne trae la conclusione sbagliata. Sotto Xi Jinping il concetto di “sicurezza nazionale” si è dilatato fino a comprendere, esplicitamente, la sfera politica, economica, culturale, tecnologica e cibernetica: è la dottrina della “sicurezza nazionale totale”. Si è intensificato l’addestramento militare di base per studenti universitari e delle scuole superiori, affiancato da un’educazione patriottica sempre più marcata nei programmi scolastici. Le infrastrutture civili — le grandi navi da carico delle compagnie statali, le autostrade, gli aeroporti — vengono progettate fin dall’origine con specifiche tecniche che ne consentano il rapido riuso militare in caso di emergenza.Non è la militarizzazione vecchio stile che l’Occidente riconosce a colpo d’occhio, fatta di divise per strada e coscrizione universale. È un modello di contiguità strutturale, in cui il settore civile e quello della difesa non sono compartimenti separati — come avviene tipicamente nelle economie occidentali — ma vasi comunicanti, governati dallo stesso principio: nulla, nella Cina di Xi Jinping, è realmente slegato dalla sopravvivenza e dalla proiezione di potenza del Partito.Perché il mito regge ancoraSe questa realtà è documentata da anni di reportage, sanzioni, indagini parlamentari e report di think tank occidentali, perché il mito della Cina pacifica continua a essere così pervasivo? In parte per pigrizia intellettuale: è più comodo contrapporre un Occidente guerrafondaio a un Oriente commerciale che ricostruire la trama, meno vistosa, delle guerre per procura. In parte per un’operazione di soft power di cui Pechino è maestra: la narrazione della “Cina come faro di modernità e stabilità”, proiettata attraverso oltre cinquecento incontri diplomatici di alto livello nel solo primo semestre 2026, ha prodotto risultati misurabili. Un recente sondaggio Pew Research, condotto su 36 Paesi tra febbraio e maggio 2026, ha certificato per la prima volta in quasi vent’anni di rilevazioni che la Cina è percepita più favorevolmente degli Stati Uniti in 25 dei paesi campionati — non solo nel Sud globale, ma anche in nazioni come Canada e Germania. È un dato che va preso sul serio, non liquidato: racconta quanto la strategia comunicativa cinese, distinta e complementare a quella militare, stia funzionando.Ma un conto è la percezione, un altro è la realtà operativa. E la realtà operativa dice che negli ultimi quattro anni, in due delle crisi più sanguinose del secolo, la Cina non è mai stata davvero fuori dal campo di battaglia: c’era, attraverso i suoi componenti, i suoi satelliti, i suoi precursori chimici, e — nel caso nordcoreano — attraverso il sangue di un alleato che senza il sostegno di Pechino non avrebbe potuto muovere un solo battaglione. La Cina non ha bisogno di dichiarare guerra per fare la guerra: le basta continuare a vendere, trasferire, abilitare. È una forma di potenza più difficile da fotografare rispetto ai carri armati che attraversano un confine, ma non per questo meno reale — e, per chi deve valutarne le implicazioni strategiche, non per questo meno pericolosa.