L’illusione della strategia perfetta di Mosca. Perché l’analisi di Baud non convince

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Tra le ormai innumerevoli disamine disponibili su YouTube in cui si discetta del conflitto russo-ucraino e, in particolare, in cui si sottolinea l’indomabile superiorità morale e materiale della Federazione Russa, ve n’è una molto interessante e illuminante sul sito “Il Contesto”. Si tratta dell’intervista Clausewitz rovesciato: l’Occidente scoprirà presto la concezione russa di guerra, rilasciata dal Colonnello Jacques Baud, ufficiale in pensione dell’Esercito svizzero, nonché ex collaboratore dei servizi segreti e specialista di sicurezza. Attualmente è sotto osservazione del governo elvetico per le sue posizioni filorusse.In seguito alla richiesta di sanzioni da parte dell’Unione europea, tuttavia, l’Ufficiale trova in patria chi lo difende, come emerge dal corsivo della giornalista Maria Jannuzzi “Jacques Baud, le sanzioni e i dubbi sotto la cupola” (RSI, 23/12/2025): “Il caso sta infatti sollevando interrogativi su come si comporta la Svizzera quando le sanzioni dell’Ue toccano cittadini elvetici. Ed è quello che vuol sapere con la sua interpellanza Franz Grüter. Il politico lucernese critica queste misure, perché colpiscono individui senza garantire loro il diritto fondamentale di essere ascoltati. Grüter sottolinea come Jacques Baud non sia accusato di atti criminali, ma di opinioni filorusse, e che in una democrazia anche le voci scomode devono essere tollerate. Denuncia poi anche la rapidità con cui l’Ue etichetta come “disinformazione” ogni posizione divergente, ricorrendo alle sanzioni anziché al confronto. E sullo stesso tenore è anche l’interpellanza del consigliere nazionale vallesano, sempre democentrista, Jean-Luc Addor”. Raccolgo la sfida lanciata nella parte finale del commento riportato e mi cimento in un’analisi che cerchi di confutare o, quantomeno, mettere in discussione le asserzioni del nostro protagonista. E lo faccio con un pizzico di rammarico, in quanto alla fine degli anni Novanta, quando cominciavo ad operare nell’ambito dell’intelligence militare, tra i testi su cui studiavo e mi documentavo ve ne erano un paio scritti da Baud, che all’epoca consideravo figura eminente del settore. Non che non lo sia più, per carità, quello che non ritengo più condivisibile è la posizione da lui assunta dopo l’invasione dell’Ucraina e, soprattutto, la sua permeabilità alle narrazioni del Cremlino, anche le più grossolane.Cominciamo dall’affermazione secondo cui i danni inferti all’economia russa dal targeting dei droni ucraini sarebbe ininfluente. Tale affermazione, sottolinea Baud, è sostenuta dall’ex comandante in capo e attuale ambasciatore ucraino nel Regno Unito, Valerij Zalužnyj che, in un  editoriale su pubblicato The Telegraph l’8 luglio 2026, avverte che considerare la Russia vicina alla sconfitta è un errore strategico pericoloso. In sostanza, Zalužnyj sostiene che esultare per le singole vittorie tattiche o i raid in profondità (come i droni contro le infrastrutture petrolifere russe) impedisce di vedere il quadro strategico generale; il conflitto resta una prova di resistenza economica, industriale, logistica e psicologica a lungo termine, dove Mosca gode ancora di un peso demografico e materiale notevole e che concentrarsi solo sui successi operativi immediati distoglie l’attenzione dalla capacità della società russa di assorbire il peso del conflitto e rischia di generare false aspettative negli alleati occidentali. Tutto vero. E, in proposito, per Baud la “guerra dei droni” di Kyiv sarebbe più orientata a strategie comunicative (infowar) che alla convinzione di poter ottenere dei reali successi strategici sul campo, a causa dei danni limitati inflitti alle infrastrutture e alle risorse in generale, in considerazione delle potenzialità di Mosca. Per inciso, enuncia l’interessante concetto di gamification, cioè la trasformazione della guerra in un gioco, che giudica una conseguenza della predilezione dell’ex ministro della Difesa ucraino Mychajlo Fedorov per questo tipo di arma, in quanto appartenente ad una generazione di ossessivi game-player. A valutare dallo spropositato impiego di questa tipologia di armamento, ribadito anche nell’intervista, anche i Russi però sembrerebbero degli appassionati players.Tornando ai danni inferti dai droni ucraini alle raffinerie e alle petroliere della flotta ombra, insomma, sarebbero solo “una lacrima nella pioggia”, passatemi la metafora. Eppure non si direbbe e, senza dilungarmi troppo, mi affido alle considerazioni della giornalista Annalisa Bottani, che con precisione e un pizzico  di pacata ironia descrive una realtà che incrina il quadro ottimistico ritratto dal colonnello svizzero. Nel suo articolo Il Ritorno della Coda. “La Russia di Putin fa i conti con la scarsità”, pubblicato su Ytali il 27 luglio 2026, infatti, in conseguenza dei reiterati attacchi alle infrastrutture petrolifere, l’impatto sulla vita quotidiana della popolazione – dunque non solo delle operazioni militari – sarebbe consistente: “Nel corso della storia dell’Unione Sovietica, dagli anni Trenta alla stagnazione brežneviana, fino alla perestrojka, le code, seppur determinate da fattori storico-economici diversi, sono state una costante della quotidianità dei cittadini sovietici. Si faceva la fila per qualsiasi cosa: abbigliamento di buona qualità, generi alimentari, vodka, scarpe, mobili, elettrodomestici, altri beni di consumo e, negli anni Settanta, anche prodotti di importazione (jeans americani, maglieria italiana o scarpe tedesche). La coda, secondo Sorokin, “era quasi un surrogato della chiesa”. Restando in piedi per ore, le persone partecipavano a una sorta di rituale al termine del quale, invece dell’Eucaristia e dell’assoluzione dei peccati, ricevevano generi alimentari e prodotti manifatturieri…Oggi, a decenni dalla crisi degli anni Novanta, nella Federazione Russa la coda è tornata…Gli attacchi ucraini con droni a lungo raggio contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche e logistiche russe hanno causato chiusure, razionamenti e difficoltà di approvvigionamento, generando una crisi prima locale e poi nazionale…Ad oggi, la Crimea è la regione più colpita…Mentre la crisi si aggravava in Crimea, sono emerse difficoltà di approvvigionamento e restrizioni anche in diverse regioni della Federazione, dalla Russia meridionale alla Siberia…In questi mesi le code hanno rappresentato l’inquietudine e la frustrazione di un Paese che sta portando sulle proprie spalle le conseguenze economiche dell’invasione dell’Ucraina. Le interminabili attese ai distributori di benzina, in alcuni casi, hanno spinto gli automobilisti a condividere mappe e informazioni sulle stazioni ancora rifornite… Parallelamente, si è diffuso un nuovo fenomeno – il cosiddetto “turismo del carburante” – che ha visto alcuni automobilisti attraversare i confini con la Cina e il Kazakistan per fare il pieno… Il governo ha, inoltre, raccomandato di dare priorità alle forniture destinate ai clienti statali e alle esigenze municipali, seguite da quelle per la difesa, le ferrovie e altri settori strategici, collocando all’ultimo posto le stazioni di servizio…E come sta reagendo l’opinione pubblica? Secondo Kolesnikov, “la stanchezza diffusa nei confronti della guerra si sta trasformando in irritazione generale”. Tuttavia, l’analista ritiene improbabile che le carenze possano scatenare proteste su larga scala nel sistema politico russo, sottoposto a uno stretto controllo. “Si registra sicuramente uno stato di shock, ma l’assenza di mezzi concreti per influire sulla situazione – e i rischi legati al tentativo di farlo – rendono improbabili le proteste.” Da eco lontana, la guerra in Ucraina è divenuta, d’un tratto, reale per molti cittadini russi, costretti a fare i conti con la scarsità di benzina in un Paese che è tra i maggiori produttori di petrolio al mondo.” Bisogna prendere atto del margine di “resilienza popolare” che ancora sostiene i cittadini russi nei sacrifici loro imposti e che, nella sua intervista, anche Baud non manca di ricordare, sottolineando che gli attacchi portati sul loro territorio rende i Russi ancora più coesi. È quello che è accaduto anche in Iran con la delusa speranza trumpiana di abbattere il regime dall’interno, in conseguenza degli attacchi condotti dagli Stati Uniti. Non sottovalutiamo però, la durezza degli apparati repressivi di entrambi i paesi nel colpire ogni forma di dissenso e la conseguente paura che blocca o soffoca ogni forma di iniziativa da parte del popolo contro i propri governi.A proposito degli attacchi portati sul territorio russo da parte degli ucraini, Baud si lancia in una serie di osservazioni che destano meraviglia pronunciate da un militare, tanto più esperto di intelligence. Egli parla di attacchi asimmetrici, attribuendo a questi l’accezione di “terrorismo”, a suo dire aderente a quella enunciata dalla Nato: “Nel maggio di quest’anno il generale Syrs’kyj ha detto che la guerra non dava più risultati nel campo della guerra convenzionale e che l’Ucraina doveva passare alla guerra asimmetrica che nella terminologia della Nato significa terrorismo.”In primo luogo, l’asimmetria degli attacchi condotti dalle forze speciali ucraine e dagli agenti del Sbu oltre il confine rientra in normali operazioni belliche, stante la situazione in atto. I russi, maestri e promotori delle “misure attive” dovrebbero saperlo bene, visto che il terrorismo ne costituisce procedura tecnico-operativa, insieme allo spionaggio, alla sovversione e al sabotaggio. Tra l’altro, per essere precisi, il terrorismo, a sua volta, è una linea d’azione tra quelle utilizzate nella condotta di attività sovversive per raggiungere gli scopi prefissati. La guerra asimmetrica, invece, si definisce tale per la diversità delle forze contrapposte: da un lato la componente predominante delle formazioni regolari delle Forze armate di un paese impegnate in un conflitto, dall’altro formazioni irregolari (paramilitari, mercenari) che, in genere, agiscono per procura di un altro paese (proxy). “Asimmetrico”, allora, è stato il conflitto nel Donbass dal 2014 al 2022. Tra l’altro, sotto il profilo bellico, se consideriamo terroristi gli incursori che colpiscono obiettivi in territorio russo, allora dovrebbero essere considerati terroristi anche Pietro Micca, i partigiani e potenzialmente, gli affiliati alla rete Stay Behind, cioè tutti coloro che hanno o avrebbero combattuto per la liberazione del proprio territorio nazionale da un invasore. Tutto ciò al netto di cosa debba essere inteso come “terrorismo” e di come lo definisca la Nato: “l’uso illegale o la minaccia dell’uso della forza o della violenza, allo scopo di instillare paura e terrore contro individui o proprietà, per tentare di coartare o intimidire governi o società, o per ottenere il controllo su una popolazione, al fine di raggiungere obiettivi politici, religiosi o ideologici.” (AAP-06 Nato Glossary of Terms and Definitions). L’equivalenza “guerra asimmetrica – terrorismo”, dunque, è inesatta. È una fantasiosa definizione del nostro strenuo ammiratore di Mosca che, in un’altra parte dell’intervista, non manca di tornare sul tema  del terrorismo, attribuendo ai russi una coerenza terminologico-concettuale che mancherebbe agli Occidentali: “I russi non giocano con la terminologia; usare la parola terrorista in relazione alle situazioni è un principio molto occidentale. Quando uno non piace allora è un terrorista, quando piace non è più terrorista. Come, ad esempio, è accaduto in Siria: da un giorno all’altro la persona è un terrorista o non lo è. Queste sono cose che i russi non fanno. Quando hanno deciso che uno è un terrorista, è un terrorista.” L’ambiguità occidentale sulla distinzione tra “terrorista” e freedom fighter è innegabile, ma è una conseguenza della realpolitik da cui nemmeno i russi sono esenti e l’esempio della Siria fatto da Baud non è casuale: riguarda, infatti, una situazione in cui il Cremlino si è ritrovato spodestato dall’oggi al domani in un’area in cui, per ragioni rilevanti geostrategiche, per oltre due anni si è impegnato in operazioni belliche. Gli alleati di oggi sono i terroristi di domani e viceversa. Non è forse la Russia che nel 2024 ha rimosso dagli elenchi delle organizzazioni individuate da Mosca come terroristiche, quali i Talebani e, paradossalmente, l’organizzazione siriana Hayat Tahrir al-Sham (Hts), la stessa “riabilitata” dall’occidente? Baud è poco obiettivo.Un importante passaggio riguarda una considerazione in cui Baud, attraverso una similitudine, descrive una situazione relativa alle forze russe che definisce “dottrinale” sotto il profilo procedurale. Sempre in riferimento all’impiego dei droni, egli fa un paragone tra “un esercito e un albero”. In sostanza, gli ucraini quando vogliono attaccare l’albero attaccano le radici, che sarebbero le raffinerie, oppure le foglie dell’albero, cioè i soldati, questi ultimi obiettivi per cui riceverebbero un compenso aggiuntivo per ogni nemico di cui sia stata comprovata l’uccisione. I russi, invece, attaccano la parte centrale dell’albero, cioè il tronco, che Baud fa coincidere con le infrastrutture logistiche e, in particolare, con la rete ferroviaria necessaria per i rifornimenti. Baud dimentica che già nelle fasi iniziali dell’invasione gli ucraini, consapevoli dell’importanza delle reti ferroviarie per movimentare mezzi e materiali in tutto il settore operativo stante la sua estensione e, nondimeno, formatisi a loro volta sulla dottrina militare russa, attribuiscono un’importanza fondamentale ai treni come mezzo di trasporto logistico e non hanno mancato di adottare le stesse tattiche dei loro avversari sulla stessa tipologia di obiettivi.In considerazione di quanto detto, insomma, sembrerebbe che per i russi le “foglie” – chissà se Baud conosce Soldati, la poesia di Giuseppe Ungaretti -, cioè i soldati ucraini, costituirebbero un obiettivo secondario. Si cimenta, allora, in un involuto ragionamento secondo cui per noi europei la Russia non sta vincendo sul campo perché non progredisce nelle conquiste territoriali e la nostra unità di misura che consentirebbe di determinare se una parte stia vincendo o meno sarebbero i metri quadrati conquistati. Sottolinea che l’obiettivo di Putin nel 2022 non fosse la conquista dell’Ucraina, bensì la “demilitarizzazione, la denazificazione” e “l’essenza di questi termini significa che l’obiettivo è di combattere un potenziale. L’obiettivo è il potenziale, non il territorio”. “Potenziale” da intendersi come “potenziale militare”. Alla base del suo ragionamento, quindi, pone un’enfatica e macabra valutazione del successo di Mosca misurata in “… numero di morti o di vittime, non di chilometri quadrati. Ma naturalmente questi numeri, il numero dei feriti, dei morti, nessuno lo sa. Quindi ci limitiamo a giudicare basandoci sul chilometro quadrato, ma è una misura falsa. Non è così che i russi concepiscono la guerra e quindi siamo in una situazione in cui la nostra percezione è che i russi non vadano avanti, ma in realtà sono loro che vincono. E questo si vede anche quando ci sono gli scambi dei cadaveri dei soldati. Vediamo che i russi consegnano sempre più cadaveri, in un rapporto di uno a 70, uno a 50, uno a 40. Quindi un militare russo, un cadavere russo, viene dato ai russi in cambio di 500. Recentemente, gli ultimi tre scambi erano circa di 500 cadaveri ucraini contro 30 cadaveri russi. E questo dipende dal fatto che, anche se ammettiamo che abbiano lo stesso numero di feriti e di morti dalle due parti, significa che i russi vanno avanti perché loro possono raccogliere i cadaveri per restituirli all’Ucraina. Quindi c’è un una chiara avanzata dei russi sul campo”.A parte il rateo proporzionale dei caduti che appare abbastanza aleatorio, secondo questo ragionamento sembrerebbe che, in relazione all’obiettivo della “distruzione del potenziale”, il numero di “foglie strappate dal ramo” sia estremamente rilevante anche per Mosca. A questo punto della Storia, sorge spontaneo chiedersi: “qual è l’end state prefissato dal Cremlino?” Domanda che dovrebbe lasciare interdetti Putin e il suo Stato Maggiore delle Difesa. È assurdo che dopo oltre quattro anni di combattimenti in un conflitto che doveva risolversi in una rapida invasione, sostanzialmente priva di ostacoli, non sia ancora chiaro dove si vuole arrivare con il caos geopolitico e la tragedia umana ingenerati. Putin non è disperato, però appare piuttosto confuso; è soggetto all’evoluzione di fatti su cui non ha più il controllo. In realtà non lo ha avuto fin dalla primavera del 2022. Baud sostiene, altresì, che Putin agisca tuttora secondo precisi “calcoli tattici”, tra cui la scelta di concentrare gli attacchi su Kyiv, area in cui sarebbe concentrato il comparto militare-industriale ucraino ancora capace di rappresentare una minaccia per Mosca. In realtà, gli attacchi condotti dal cielo dai russi sono piuttosto disordinati e sfruttano le crescenti difficoltà della difesa aerea ucraina lungo tutta la linea di contatto, in assenza di nuovi rifornimenti di sistemi antiaerei. L’Ucraina non sta vincendo, ma nemmeno la Russia, almeno per ora. Ha ragione l’ambasciatore Zalužnyj, ripetutamente citato da Baud, e ha torto Baud che non ha mai citato il fatto che Mosca si stia avviando verso la conclusione del quinto anno di guerra. Tra l’altro, fa anche dell’ironia citando l’espressione francese del method Q, secondo cui un medico della fine dell’Ottocento sosteneva che per curarsi da una malattia bastava pensare di essere in buona salute. Secondo lui, all’Europa basta pensare che l’Ucraina sia “in buona salute” per poter vincere. A dispetto di quanto accade ogni giorno sul campo di battaglia, onestamente, sembrerebbe che un po’ tutti nella guerra delle comunicazioni vantino di stare bene, Tutti tranne gli Ucraini.Restando in argomento di “chiarezza di intenti” – voglio ricordare che “l’intento del Comandante” nella terminologia militare è un aspetto ben preciso, non una locuzione qualsiasi  e si tratta di una chiara e concisa descrizione dello scopo di un’operazione e del risultato finale desiderato, composta da tre elementi: lo scopo (purpose), i compiti fondamentali (key tasks) e lo stato finale (end state) – le parole di Andrea Cucco, direttore di Difesa Online, nel suo articolo “Putin, La Nato e la memoria corta”: “La decisione spetta all’Ucraina e all’Alleanza”gettano una luce sulle contraddizioni e sulla confusione del progetto putiniani a giustificazione dell’invasione dell’Ucraina: “Nel 2002 Vladimir Putin non ignorava l’avvicinamento dell’Ucraina alla Nato. Ne parlava apertamente e, soprattutto, riconosceva che la decisione spettasse a Kyiv e all’Alleanza. Vent’anni dopo, l’allargamento a est sarebbe diventato una delle principali giustificazioni dell’invasione. Le condizioni possono cambiare, così come le opinioni. I documenti, però, restano. Il 17 maggio 2002 Vladimir Putin si trovava a Sochi accanto al presidente ucraino Leonid Kuchma. Durante la conferenza stampa congiunta gli venne chiesto quale futuro immaginasse per i rapporti tra Ucraina e Nato. La risposta è ancora disponibile nella trascrizione ufficiale pubblicata dal… Cremlino! Putin si disse convinto che l’Ucraina avrebbe continuato ad ampliare la propria cooperazione con la Nato e con gli alleati occidentali. Ricordò l’esistenza di una relazione autonoma tra Kyiv e l’Alleanza e concluse con parole difficilmente equivocabili: «In definitiva, la decisione spetta alla Nato e all’Ucraina. È una questione che riguarda quei due partner». … Putin, dunque, era perfettamente consapevole sia dell’allargamento a est sia della crescente cooperazione tra Ucraina e Nato. Questo non significa che nel 2002 considerasse l’Alleanza irrilevante o priva di rischi. Significa qualcosa di più limitato, ma storicamente importante: in quella fase non presentava la possibile scelta euroatlantica dell’Ucraina come una minaccia esistenziale tale da annullarne la sovranità. La trattava come una questione politica da gestire. … Il 24 febbraio 2022 la giustificazione dell’operazione militare non si limitò alla Nato. Mosca introdusse obiettivi più assoluti: la “smilitarizzazione” e la “denazificazione” dell’Ucraina. La delegazione russa ribadì formalmente questi concetti anche in sede Osce, descrivendo il territorio ucraino come una testa di ponte dell’Alleanza e accusando formazioni neonaziste di costituire il sostegno del governo di Kyiv. L’argomento della sicurezza può essere discusso, contestualizzato e confrontato con le dichiarazioni precedenti. La lotta al nazismo, invece, trasporta il conflitto su un piano morale assoluto: non richiede più di spiegare perché nel 2002 l’Ucraina fosse un Paese sovrano autorizzato a scegliere e nel 2022 fosse divenuta un’entità da correggere con la forza. Il richiamo al nazismo consente di sostituire una controversia geopolitica con una missione storica, trasformando l’avversario da soggetto politico in incarnazione del male. In questo modo, ogni compromesso diventa sospetto e ogni contraddizione precedente può essere accantonata. Non è possibile dimostrare che tale retorica sia stata costruita esclusivamente per colmare l’incoerenza della giustificazione atlantica. Sarebbe un’affermazione eccessiva. È però difficile non osservare come essa abbia offerto al Cremlino un argomento emotivamente più potente, capace di mobilitare la memoria della Grande guerra patriottica e di rendere secondaria la domanda centrale. La storia non obbliga un leader a mantenere per sempre la stessa posizione. Gli impone però di assumersi la responsabilità dei propri cambiamenti. Putin poteva affermare che il contesto del 2002 non esisteva più. Poteva sostenere che la Nato fosse cambiata, che l’Ucraina fosse cambiata o che gli interessi russi imponessero una nuova linea. Avrebbe potuto spiegare perché ciò che allora apparteneva a «due partner» fosse divenuto una questione sulla quale Mosca rivendicava un diritto di veto. Quello che non può fare la ricostruzione di parte è fingere che quelle parole non siano mai state pronunciate. Si può cambiare idea. Si possono rivedere alleanze, dottrine e valutazioni strategiche. Si può persino ammettere di avere sbagliato. Ma non si dovrebbe mentire sul passato, soprattutto quando a smentire la nuova versione non sono gli archivi occidentali, bensì il sito ufficiale del Cremlino.” Siamo molto lontani dalla lucidità ascritta al progetto putiniano da parte del colonnello svizzero, il quale sostiene che i russi quando agiscono per conseguire un successo in campo militare sono molto più metodici degli occidentali, peraltro intorpiditi da decenni di operazioni di controterrorismo e non più abituati alla guerra tradizionale: “Quindi la pianificazione delle operazioni russe è molto più sistematica di quelle ucraine e questa per me è la ragione per cui i russi hanno una superiorità non solo rispetto all’Ucraina, ma anche rispetto alla Nato, perché noi abbiamo perso questa idea del combattimento”. La realtà sul terreno, dopo oltre quattro anni, ancora una volta non sembra dargli ragione. Il fatto che, ad ogni giorno che passa, gli ucraini debbano misurarsi con il logoramento delle risorse umane disponibili sul campo è innegabile, ma l’ottimismo ostentato da Baud sulle inesauribili disponibilità di quelle russe è menzognero. Ha dimenticato le difficoltà incontrate da Putin all’atto di dichiarazione della “mobilitazione parziale” di trecentomila riservisti nel settembre del 2022? Non è al corrente degli oltre trentamila mercenari del Gruppo Wagner impegnati sul settore di Bakhmut dall’agosto 2022 al maggio 2023, oltre ai paramilitari  filorussi del Donbass, con le ingenti perdite che hanno dato luogo alla famosa rivolta guidata da Prighozin, conseguenza del trattamento ricevuto da parte del Cremlino e delle ingenti perdite subite nella totale indifferenza di Mosca? E che dire del sostegno di oltre diecimila soldati nord-coreani inviati a sbloccare la difficile situazione nella regione del Kursk? Secondo un’agenzia del 26 luglio di Adnkronos, pare che per le condizioni in cui versa l’esercito russo abbia richiesto l’invio di un ulteriore contingente di trentamila uomini da parte di Pyongyang. E ancora, non trascuriamo le migliaia di uomini reclutati con l’inganno o con il ricatto in tutto il pianeta, a causa delle condizioni di indigenza in cui versano loro e le loro famiglie. Invito a leggere il documento “Carne da cannone. La trappola dell’arruolamento di personale straniero nell’esercito russo per l’impiego sul fronte ucraino”, compendioso dossier opera dello scrivente pubblicato dall’Istituto di Scienze Sociali e Studi Strategici “Gino Germani” o il più sintetico, ma ottimo articolo sul medesimo argomento “Corpi neri. Reclute africane al servizio di Putin in Ucraina”, di Valentina Chabert, pubblicato su Opinio Juris.Da ultimo, merita di essere affrontato il tema dell’“operazione militare speciale”. Anche in questo caso siamo in presenza di “architetture linguistiche” su cui gioca la narrazione russa, peraltro, oggetto di un interessante excursus sviluppato, ancora una volta, sulla base di concetti “dottrinali”. Il colonnello Baud si sofferma a lungo a spiegare che quella che gli europei indicano come “guerra” riferendosi al conflitto russo – ucraino, in realtà nella concezione militare russa non è da considerarsi tale. Riferisce testualmente: “I russi non giocano con le parole. E quando dicono che loro sono in guerra, significa che loro applicano le regole della guerra. E i russi non hanno l’abitudine di fare delle promesse vuote. Quando dicono qualcosa lo fanno. È per quello che aspettano molto prima di esprimersi, perché quando dicono qualcosa, lo fanno.”La definizione di “operazione militare speciale”, dunque, sarebbe giustificata dal ragionamento che segue. Durante la Guerra Fredda Tvd (Teatr Voyennykh Deystviy) era il termine militare sovietico per “Teatro delle Operazioni Militari”. Designava un vasto settore geografico, comprendente terraferma, mari adiacenti e spazio aereo, in cui si schieravano grandi raggruppamenti strategici delle forze armate per condurre operazioni coordinate. L’Ucraina è considerata un Tvd, un teatro come era considerato anche l’Afghanistan nella campagna del 1979-1989. Secondo questa premessa, si tratterebbe di un “teatro di operazione militare”, un’operazione definita “speciale”, ma non classificabile come “guerra”. Baud prosegue nel tortuoso ragionamento citando i livelli ordinativi dell’organizzazione di comando e controllo russa, articolata su compagnia, battaglione, reggimento, brigata, divisione, corpo d’armata fino al livello Tvd e, sopra questo, il livello Tv (Teatr Voyennykh), cioè “Teatro di Guerra”. Dice Baud: “Il Tv va oltre, quindi comprende l’Europa. Quando i russi dicono “Siamo passando dal Tvd al Tv”, significa che nella loro mente stanno passando a un’altra dimensione della guerra. Nei media occidentali all’inizio della guerra in Ucraina si diceva “Ah, i russi non osano usare il termine guerra”. Non l’hanno usato perché per loro era veramente un’operazione speciale, limitata nel tempo e nello spazio. Quando si tratta di guerra siamo in qualcosa diverso, con altri mezzi, altre capacità”. Continua portando come esempio le sanzioni economiche a cui Mosca è stata sottoposta: passare dal livello di “teatro dell’operazione speciale” al concetto di guerra darebbe ai russi la possibilità di sospendere tutte le forniture di petrolio o di gas all’Europa che, in un modo o nell’altro, in realtà sono ridotte ma non sospese.Nella trasmissione Omnibus del 29 luglio 2026 su La7, in un commento critico alle parole del ministro Corsetto sul ruolo difensivo del riarmo in presenza di minacce potenziali come quella rappresentata dalla Russia, Gianluigi Paragone parlava di “raffinatezze semantiche”. “Raffinatezze semantiche” tali per cui il nostro ministro della Difesa, a detta di Paragone, potrebbe chiamarsi “ministro della Guerra”, come ha stabilito Trump per il suo omologo statunitense. Già, “raffinatezze semantiche”, né più né meno di quelle adottate dai russi per definire la guerra “operazione militare speciale”.