Ceuta e la paura dell’immigrazione. La crisi che ha messo a nudo l’Europa

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Ceuta ha messo a nudo il nervo scoperto dell’Europa: l’immigrazione. Straziante la tragica nuotata verso le sponde dell’enclave spagnola di cinquantamila africani alla ricerca della terra promessa – un’ottantina vi hanno perso la vita; cinica la strumentalizzazione della loro disperazione da parte di Rabat per dare una lezione a Sánchez, magari anche per compiacimento di Trump; sproporzionata, con poche eccezioni, la reazione dei governi europei. E, quest’ultima, avulsa dai fatti: dopo ventiquattrore su territorio spagnolo, quindi anche dell’Ue, ne rimanevano circa duemila – tutti gli altri prontamente rispediti in Marocco senza tante cerimonie dalle forze dell’ordine di Madrid. Quei duemila sono relegati in un lembo d’Africa con probabilità intorno allo zero di avvicinarsi a una delle frontiere Shengen attraverso cui passare liberamente. Eppure, il solo pensarlo è bastato a far squillare l’allarme “invasione” in capitali a più di 3000 km di distanza, quali Stoccolma o Copenaghen.Quello che angoscia l’Europa non è, evidentemente, il timore dell’approdo di qualche naufrago di Ceuta nelle nostre città. Ne sono sbarcati infinitamente di più a Lampedusa o a Lesbo. Ma il vederli, in diretta, rompere le barriere che gli negavano l’accesso al fazzoletto spagnolo in terra africana ha portato a galla la vera paura europea: quella di non controllare l’immigrazione. Di lì le ansie, di lì la sindrome di assedio che si spinge fino alle porte di Vienna e di Helsinki, di lì la risposta pavloviana della maggioranza dei governi dell’Unione. Senza far troppo caso a due fattori determinanti della vicenda: la complicità di Rabat nell’innescare la fuga verso Ceuta; la prontezza della Spagna nel far rientrare in Marocco il 96% dei migranti illegalmente entrati. Le forze di polizia di Ceuta erano state sopraffatte. Madrid ha fatto intervenire l’esercito. Ceuta è un raro esempio di crisi immigratoria esplosa senza preavviso ma riportata subito sotto controllo.Problema contingente dunque risolto. Ma la miccia aveva già  riacceso la dinamite nel nodo centrale dell’immigrazione, che spacca l’Europa con la contraddizione fondamentale fra il non volerla e l’averne bisogno. Beninteso, il non volere quella illegale, tipo approdati di Ceuta o di Lesbo, e l’aver bisogno di quella legale per colmare i cali demografici e i vuoti occupazionali. Con questa distinzione viene riconciliata. Ma per netta che sia in termini giuridici e politici, sulla crescente presenza immigratoria in Europa resta un’ambiguità di percezioni. E il confine fra legale e illegale si stempera quando vi si sovrappongono considerazioni identitarie, culturali, religiose. Sorvolando sui mille distinguo di posizione, la contraddizione del non volere qualcosa di cui c’è tangibile bisogno si riflette nell’atteggiamento dominante verso l’immigrazione nelle opinioni pubbliche e nelle politiche governative. Le quali ultime finiscono sempre in variazioni sullo stesso tema: bilanciare il contenimento dell’immigrazione illegale e accoglienza, se non ricerca, di quella legale.La chiave di volta per realizzarlo sta chiaramente nel controllo, e respingimento, dell’immigrazione illegale. Se manca quello addio distinzione. Ed è quanto che si è dimostrato, e si dimostra, difficile stanti la massa di sbarchi, specie in Italia e in Grecia, la capacità dei trafficanti di merce umana di scoprire sempre nuovi itinerari ed accessi, la strumentalizzazione delle maree migranti da parte di governi che la usano a fini politici ricattatori, la determinazione eroica dei migranti alla ricerca di una vita migliore. Qualche risultato si sta ottenendo: secondo Frontex, l’agenzia responsabile del monitoraggio delle frontiere Ue, gli ingressi “irregolari” si sono ridotti del 37% nella prima metà del 2026. Siamo pertanto ancora lontani dal controllo, ma il progresso c’è. Ceuta, dove la Spagna ha fatto fronte all’emergenza e respinto quasi tutti gli arrivi, non lo mette certo in discussione. Questo rende del tutto fuori misura la reazione delle capitali Ue, in particolare delle 22, Italia e Germania comprese, che hanno chiesto la sospensione di Shengen con la Spagna. A che pro? Per fermare chi?Qui entrano in gioco due ben diversi ordini di considerazione. Il primo, una somma di dinamiche di politica interna, ideologie anti-immigratorie, divergenze col premier spagnolo Pedro Sánchez – che non ha aiutato sé stesso regolarizzando più di un milione di illegali senza parvenza di consultazione con i partner, ben prima della crisi di Ceuta. Il secondo, molto semplicemente, la paura dell’immigrazione che attanaglia l’Europa. L’immigrazione si può, pur faticosamente, controllare. La paura no. E, come sempre, è cattiva consigliera.I nemici dell’Europa – e sono tanti – possono dormire sonni tranquilli. L’aumento delle spese per la difesa non li deve preoccupare se il disperato, e di breve durata, approdo a Ceuta di qualche decina di migliaia di migranti africani, istigati e facilitati dal Marocco, ha mandato in fibrillazione cancellerie e governanti europei. Manco che fra loro ci fosse un Matt Demon nelle vesti di Odisseo intenzionato a entrare nelle stanze dei bottoni e cacciarli dal potere come I Proci dalla reggia di Itaca.