Color Fest: un sogno collettivo lungo la riviera dei tramonti

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Il Sud è quel posto di cui tutte le persone si ricordano soltanto a luglio e agosto, quando pare necessario ricordare ai propri follower quanto è romantica la vita lenta fatta di tende stese al sole, vecchiette col grembiule e cartoline di spiagge senza tempo.Viviamo nello stereotipo costante che al sud non ci sia nulla, perché costruire qualcosa lontano dai grandi circuiti significa spesso fare i conti con meno risorse, collegamenti più complicati e un’attenzione mediatica intermittente. Eppure, proprio chi questi posti “dove non succede mai nulla”, li ha vissuti, ci è cresciuto, spesso se ne è andato o è tornato, riesce a far nascere e mantenere vive realtà alimentate da una passione che va oltre l’interesse economico.Color Fest 25 – Paolo AscioltiColor Fest è una di queste. Nato nel 2013 dall’associazione Che Cosa Sono Le Nuvole APS, il festival ha attraversato cambi di location, difficoltà e persino la pandemia senza mai fermarsi. In tredici anni ha portato a Lamezia Terme artisti come Franz Ferdinand, Editors, Verdena, Calcutta, Nu Genea, The Notwist, The Murder Capital e Shame, trasformandosi da scommessa locale in uno degli appuntamenti più riconoscibili della musica indipendente nel Sud Italia.Seguo con un occhio di riguardo le line-up del Color Fest da qualche anno, e stavolta ho deciso di andare a vedere in prima persona cosa significa guardare un live mentre il sole tramonta sul mare, e mentre sei coi piedi nell’acqua. Dall’11 al 13 agosto 2026 Color Fest torna sulla Riviera dei Tramonti, lungo il Lungomare Falcone e Borsellino di Lamezia Terme. Il titolo scelto per la quattordicesima edizione, Summer on a Solitary Beach, rende omaggio a Franco Battiato e rende immaginifica la visione di un’estate fatta di sole, ma anche di tanta nostalgia.Color Fest 25 – Paolo AscioltiPosso confessare che il nome che più mi ha colpito in line up è Sebastien Tellier, segno di come tutto il festival sia costruito non tanto su una base di “cosa funziona meglio”, ma di “cosa amiamo e vogliamo sentire”.Oltre al produttore francese ci saranno Apparat, per la prima volta in Calabria, Django Django, James Holden con Wacław Zimpel, Yīn Yīn e Deadletter, Cosmo, nel suo tour di mattine in pineta, The Zen Circus, Dimartino, La Niña, Tutti Fenomeni, C’mon Tigre, Gaia Banfi, Populous e OKGIORGIO.Abbiamo parlato con Mirko Perri, organizzatore e anima del Color Fest, per capire cosa significhi far crescere un progetto culturale in Calabria, come si costruisca una comunità intorno a un festival e cosa serva per continuare a crederci.Mirko partiamo dal principio: come nasce Color Fest e da dove nasce?Il festival è nato ormai quattordici anni fa. Oggi ho trentotto anni, quindi all’epoca eravamo davvero giovanissimi. In realtà tutto è nato da un’esigenza molto semplice condivisa da un gruppo di ragazzi di provincia. Vivevamo tutti a Lamezia; io, per esempio, studiavo a Catanzaro e oggi vivo a Bologna, ma mi sono trasferito solo molto più tardi. All’epoca ci ritrovavamo a dover viaggiare continuamente per assistere ai concerti delle band che ci interessavano. Eravamo abituati a partire, anche d’inverno, da Lamezia verso Roma, Milano e le grandi città per seguire la musica che amavamo. A un certo punto ci siamo detti: “Perché non provarci? Magari può nascere qualcosa anche qui”. Ed è iniziato tutto così: all’inizio era una piccola rassegna, la prima edizione durava soltanto un giorno, dopo due anni di concerti è nata ufficialmente l’idea del festival, con il nome Color Fest.Quando si crea qualcosa del genere in un luogo che è scostato dai grandi centri per eventi, immagino si percepisca la fame di avere qualcosa e di poter fruire di un’offerta culturale. Il pubblico come ha risposto a questa iniziativa?Ci rendemmo subito conto che una risposta da parte del pubblico c’era stata: arrivarono circa mille persone. Ricordo che economicamente ci rimettemmo, ma avevamo la sensazione che qualcosa si stesse davvero muovendo, che ci fosse lo spazio per costruire qualcosa di importante. Da lì è iniziato un percorso lungo, fatto di piccoli passi. Il festival è cresciuto anno dopo anno: oggi dura tre giorni e richiama circa novemila persone da tutta Italia. Gli step sono stati tantissimi e li abbiamo affrontati uno alla volta, perché in un territorio complesso e poco abituato alla cultura dei festival non avrebbe avuto senso fare diversamente. Crescere con gradualità è stata la scelta giusta. Oggi il Color Fest è diventato anche il nostro lavoro e questa, alla fine, è la soddisfazione più grande.La storia che mi stai raccontando è simile a quella di tante persone che, sia in provincia che nei piccoli centri, creano realtà animate soprattutto dalla passione, e dal voler portare qualcosa che a loro in primis piace. Com’è la situazione in Calabria, terra che immagino animarsi soltanto nel periodo estivo e che sicuramente affronta difficoltà intrinseche per questo tipo di eventi e come si è evoluto in questi 13 anni il rapporto con la città.Rispetto al passato, devo dire con sincerità che è cambiato molto, perché nel frattempo tante persone hanno iniziato a fare questo mestiere e anche le pubbliche amministrazioni si sono abituate a linguaggi e dinamiche che magari, anni fa, non gli appartenevano. Resta un contesto complesso, perché non è sempre semplice far comprendere il valore di manifestazioni di questo tipo in territori che non hanno una tradizione consolidata di festival. Il concerto singolo è una cosa, mentre un evento che inizia alle quattro o alle cinque del pomeriggio, prosegue fino alle due di notte e va avanti per tre giorni consecutivi è tutta un’altra storia: all’inizio c’è sempre un po’ di diffidenza, ma penso sia normale che  quando non si conosce qualcosa, si tende ad averne timore. Però, quando il festival prende forma e le persone vedono concretamente cosa succede, tutto cambia. Se sei bravo a coinvolgere il territorio, a organizzare bene e anche a spiegare il senso di quello che stai facendo, il riscontro diventa straordinario. Al Sud, poi, l’accoglienza ha un calore particolare: c’è chi si mette spontaneamente a disposizione, chi ti dà una mano, chi sente il festival come qualcosa di proprio.Oggi, quindi, la situazione è sicuramente migliore. Restano però alcune difficoltà oggettive, legate soprattutto al territorio. Penso, ad esempio, all’accessibilità. Io sono fortunato perché il Color Fest si svolge a Lamezia Terme: abbiamo l’alta velocità e l’aeroporto dista appena otto chilometri dalla location, cosa che in Calabria è una condizione privilegiata. Capisco invece le difficoltà di chi organizza eventi nelle aree interne, dove raggiungere il festival è già di per sé un ostacolo. C’è poi un altro aspetto fondamentale, cioè il modo in cui racconti il territorio in cui il festival nasce. Credo che la Calabria abbia una caratteristica unica, perché è una regione ancora tutta da scoprire e questo, in un certo senso, rappresenta un valore. Oltre il 50% del nostro pubblico arriva da fuori regione e molti scelgono di venire proprio per vivere un’esperienza completa, non solo per assistere ai concerti.Non cercano necessariamente un festival “perfettamente pettinato”, ma vengono perché vogliono vivere un luogo autentico: sapere che a cinquanta metri dal palco c’è una spiaggia meravigliosa dove poter fare un bagno tra un concerto e l’altro, respirare un’atmosfera diversa, entrare in contatto con il territorio. Anche questo fa parte dell’esperienza.Alla fine è tutta una questione di racconto, di come presenti il tuo festival, di ciò che scegli di mostrare e, soprattutto, di quello che le persone vivono quando arrivano. Io credo che nei prossimi anni la Calabria possa diventare uno dei territori più interessanti da scoprire in Italia. Molte altre regioni hanno già vissuto questo momento, noi, come spesso accade, arriviamo un po’ dopo. Spero però che chi fa cultura e organizza eventi qui sappia cogliere questa occasione, perché la sensazione è che qualcosa di importante stia davvero per accadere.(Quest’anno davvero un Color Fest bello ed ambizioso come non mai; continua sotto) Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Color_Fest_ (@color_fest_)Si parla spesso della difficoltà, in Italia, di costruire grandi festival diffusi sul territorio e sempre più spesso il modello di riferimento sembra essere quello dei boutique festival. Nel vostro caso, però, c’è un elemento che mi colpisce: siete partiti da un’esigenza personale, dalla passione per la musica e dal desiderio di portare concerti in un luogo dove mancavano. Questo ha ovviamente influenzato anche il modo in cui avete costruito il festival, con una grande attenzione all’esperienza del pubblico e all’accoglienza delle persone. In questi anni, come avete visto evolversi la risposta di chi viene al Color Fest? Immagino che molti, dopo la prima volta, scelgano di tornare.Sì, ce ne rendiamo conto da un segnale molto semplice: quando mettiamo in vendita gli abbonamenti prima ancora di annunciare gli artisti e vediamo che c’è un nucleo sempre più numeroso di persone che li acquista a scatola chiusa. Per un promoter è forse la conferma più bella. Significa, da un lato, che nel tempo siamo diventati credibili e affidabili nelle scelte artistiche; dall’altro, che il pubblico non viene solo per i nomi in cartellone, ma perché sa che al Color Fest vivrà un’esperienza in cui si sta bene, si incontrano persone e si crea una comunità.Noi, infatti, non abbiamo mai avuto l’ambizione di diventare un grande evento e probabilmente non lo diventeremo mai. Vogliamo essere un boutique festival, un festival che si prende cura del proprio pubblico e che propone una selezione artistica particolare, difficile da ritrovare altrove in Italia con lo stesso tipo di approccio.Anche lavorare su numeri più contenuti ci permette di preservare questa identità: ci piace l’idea di un festival in cui le persone abbiano il tempo di conoscersi, ritrovarsi, condividere tre giorni insieme e creare relazioni. Il nostro obiettivo non è crescere all’infinito, ma arrivare ad avere tremila persone che scelgano di vivere l’intero festival, acquistando l’abbonamento per tutti e tre i giorni. È questo il modello in cui crediamo.E poi ci sono le storie che ci fanno capire che stiamo andando nella direzione giusta. Ormai molte persone organizzano le proprie vacanze seguendo i festival: vengono qui, trascorrono qualche giorno, poi magari proseguono il viaggio. È un modo diverso di vivere la musica e il territorio insieme. L’altro giorno, per dirti, ho conosciuto per caso delle persone di Torino durante un festival a Cuneo e mi hanno detto che quest’anno verranno al Color Fest. Sono piccoli episodi, ma raccontano bene quello che sta succedendo.Avete anche cambiato location, spostandovi davvero dove il sole incontra il mare.Questa è una location che abbiamo sempre desiderato, ma che abbiamo scelto soltanto quando ci siamo resi conto di essere pronti, anche professionalmente, per affrontare una sfida di questo tipo: è uno spazio molto grande e complesso da allestire, ma per noi era importante trovare un luogo che permettesse alle persone di vivere il festival in modi diversi. Chi vuole stare sotto palco e immergersi nella musica può farlo, ma chi preferisce rilassarsi, godersi un tramonto, bere qualcosa o semplicemente vivere il contesto con più tranquillità deve avere il suo spazio.L’anno scorso abbiamo fatto questo grande passo e devo dire che è andata molto bene. La risposta del pubblico è stata incredibile, perché questa location ha qualcosa di speciale: è sul mare, ma allo stesso tempo è immersa in una pineta. Ci saranno momenti in cui, fuori, ci saranno quaranta gradi e invece entrando nella pineta percepirai il fresco e penserai: “Com’è possibile?”. È proprio questa combinazione tra natura, musica e territorio che rende il posto unico.Abbiamo inseguito questa location per tanto tempo, ma abbiamo sempre creduto che, soprattutto in territori come il nostro, per fare le cose bene bisogna procedere un passo alla volta. Il cambio di location è stato il passo più grande che abbiamo fatto finora e oggi possiamo dire che questa è diventata la nostra casa. Credo che lo sarà ancora per molti anni.E non c’è solo musica: il festival sembra avere una forte componente artistica e di esperienza del territorio.Sì, questo per noi è molto importante. Abbiamo una collaborazione con una realtà che si chiama Urbana, un gruppo di ragazzi di Rogliano, in provincia di Cosenza, che lavora in tutta Italia occupandosi di rigenerazione di luoghi e installazioni artistiche.Durante il festival realizzeranno quattro installazioni insieme ad artisti provenienti da diverse parti d’Italia. Saranno presenti per tutta la durata dell’evento: inizieranno i lavori durante i primi giorni e li completeranno proprio alla fine della tre giorni, così il pubblico potrà vedere anche il processo creativo.Ma ci saranno tanti altri elementi. Avremo, per esempio, uno spazio realizzato insieme a Festival della Mente: una sorta di “angolo delle lamentele”, con una telecamera fissa e due sedute dove le persone potranno andare a raccontare liberamente cosa non funziona del festival. Potranno lamentarsi della fila troppo lunga, del caldo, di qualsiasi cosa. Anche se magari il fidanzato li ha lasciati proprio durante il festival.Alla fine raccoglieremo questi video e li pubblicheremo, perché secondo me è importante mostrare anche questo lato: quando si vede la comunicazione di un festival sembra sempre tutto perfetto, un’esperienza incredibile senza difetti, invece è giusto dare spazio anche ai feedback reali delle persone e accettare anche le critiche.Inoltre ci saranno i mercatini intorno alla pineta, probabilmente un’area pennichella dove ci si potrà riposare ascoltando musica in cuffia immersi nel verde, oltre agli after show e a tanti altri momenti pensati per vivere il festival anche oltre i concerti.L’idea è proprio questa: non creare solo una sequenza di spettacoli, ma un’esperienza completa in cui le persone abbiano voglia di rimanere, esplorare e sentirsi parte di qualcosa.Io vedo spesso che tanti eventi che si spacciano magari per internazionali che peccano di alcune cose che invece in contesti come questo vengono pensati e realizzati: banalmente un’area chill, un’area pennichella come dici tu dove le persone possono riposarsi un attimo. Secondo me è fondamentale all’interno di un contesto festival dove comunque, ricordiamoci, per me il festival non è la rassegna di concerti. Un festival è un luogo che vive e crea una comunità autonoma per tre giorni, quindi deve essere pensato per il benessere di chi la vive.Infatti, la parola “festival” è un termine di cui purtroppo si abusa molto. Vediamo tantissimi eventi che in realtà sono rassegne, concerti o semplici successioni di appuntamenti musicali, ma che non hanno necessariamente tutte le caratteristiche per essere definiti festival. Io la penso esattamente come te: probabilmente i festival che sono davvero tali dovrebbero essere raccontati anche dalla stampa in modo più attento, perché spesso anche il linguaggio giornalistico contribuisce a questa confusione. Basta inserire la parola “festival” nel nome di un evento perché venga percepito come tale, ma un festival è qualcosa di più complesso.Vorrei fare solo una piccola parentesi con te sulla line up, perché tu mi porti uno dei miei artisti preferiti quest’anno: Sébastien Tellier.Lo sto inseguendo da quattro anni, perché lo amo davvero: sono un suo fan sfegatato. Sono quattro anni che provo a portarlo al festival e finalmente quest’anno ci siamo riusciti. Sono davvero felice, anche perché lo faremo suonare al tramonto. Immagina questo palco con il sole che scende alle spalle, con quei colori incredibili: sarà un momento speciale. Io, tra l’altro, non l’ho mai visto dal vivo, quindi per me ha anche un valore personale enorme.È bello perché, prima ancora che da direttore artistico, io vivo il festival da fan. Sono un appassionato, conosco la sua musica, ho tutti i suoi dischi e sono anche un collezionista. Quindi riuscire finalmente ad averlo sul palco del Color Fest è una grande soddisfazione.E poi ci sono artisti come James Holden, che hanno un’importanza enorme e che in Italia si vedono raramente. Sono proprio quelle chicche che cerchiamo di portare: nomi che magari non trovi facilmente in altri festival, ma che per noi hanno un valore artistico fortissimo.La nostra idea è creare un equilibrio tra artisti internazionali e realtà italiane che riteniamo interessanti. Il gusto del festival nasce proprio da questo mix: mettere insieme tutto ciò che secondo noi merita di essere ascoltato e vissuto. È un’esperienza che difficilmente trovi altrove. Insomma, se vuoi vedere certe cose devi venire qui.La vera forza del festival, però, secondo me è un’altra: negli anni si è costruito un sogno collettivo. Non è più semplicemente il festival di Mirko, anche se io sono l’ideatore e il direttore artistico. È diventato qualcosa che appartiene a tante persone.Ci sono tantissime persone che lavorano al Color Fest e che ci credono almeno quanto me, se non di più. E questa cosa, quando sei dentro il festival e lo vivi, si percepisce.È un valore aggiunto enorme, perché tante delle cose più belle che accadono non dipendono direttamente da noi: il tramonto lo fa la natura, gli artisti portano la loro musica, la location ha una sua magia. Ma tutto il lavoro che c’è dietro, il modo in cui ogni elemento viene pensato, costruito e messo insieme, è ciò che rende l’esperienza diversa.Secondo me un concerto visto al Color Fest, anche se fosse lo stesso artista, difficilmente avrebbe lo stesso impatto se fosse vissuto in un altro luogo. Perché non è solo la musica: è tutto quello che la circonda.The post Color Fest: un sogno collettivo lungo la riviera dei tramonti appeared first on Soundwall.