Parlare di mafia fuori dall’Italia è sempre difficile, perché si tende a negare che esista in ogni angolo del pianeta e a screditare chiunque pronunci questa parola. In paesi come Francia e Germania, ad esempio, riferendoci alla “democratica” e ''libera'' Europa, parlare di mafia in veste di autore indipendente o giornalista equivale a darsi la zappa sui piedi: si viene accusati di essere complottisti o filoitaliani visionari e invidiosi, intenzionati a gettare fango sul paese, e se non vai in galera sicuro passi per tribunali e censure (esemplare e' il caso di Petra Reski).Eppure, tra nigeriani, turchi, marocchini e marsigliesi, la criminalità di Parigi e Berlino non ha mai avuto nulla da invidiare a quella nostrana; anzi, a ben vedere, per violenza e degrado era - ed e' - persino peggiore.Stesso discorso vale per l'America Latina, dove parlare di "pandillas" è un fatto assai comune, ma guai a definire i "narcos" gruppi paramilitari finanziati dagli Stati Uniti, che ricevono armi, componenti chimici per la raffinazione della droga e addestramento militare in territori di conflitto: l'importante e' che essi vengano fatti passare per comuni criminali di basso livello, che agiscono grazie alla corruzione dei paesi del Centro Sud America, il cui unico obiettivo e' produrre droga, trafficare bambini e organi.Mettere in luce il comprovato legame tra chi produce le armi (imprese NATO) e chi, paradossalmente, riesce a reperire nelle fitte foreste quegli stessi armamenti (le comprano, a caso, su Amazon?) – lanciarazzi, virus spia, tecnologie ed equipaggiamenti di ultima generazione – espone a rischi di ritorsioni, “suicidi” e a una persecuzione giudiziaria senza fine. Guardate cos’è successo a Maduro, accusato di pura fantasia di essere un narcotrafficante (la coca si coltiva forse sulle spiagge?). Oppure, guardate cosa succede a noi autori indipendenti, accusati di essere spie russe, ucraine, palestinesi, iraniane e così via.È per queste ragioni che chi vi scrive ha preferito coniare un termine più tecnico e specifico — "sistema criminale integrato" — che è stato accolto con lieta sorpresa a livello internazionale e che si adatta perfettamente al caso dell’America Latina e all’imposizione delle tante marionette filotrumpiane, invero "killer economici", aventi l’unico scopo di procedere alla svendita delle risorse minerarie e alla repressione mascherata da "ordine", previo finanziamento di "disordini" e gruppi mercenari (qualcuno ricorda la triangolazione della P2 di Licio Gelli "Europa-Stati Uniti-America Latina"?).Perché è vero, la mafia è un fenomeno umano, una manifestazione concreta del potere esercitato attraverso prepotenza, violenza e ogni forma di coercizione: fisica, economica e psicologica, simile nelle sue manifestazioni ma mai identica, poiché si adatta ai fattori ambientali, sociali e culturali di ogni paese.L'HONDURAS CONNECTIONIl caso che tratteremo in questo approfondimento riguarda l'Honduras, nello specifico l'Honduras Gate, perché parleremo di una "mafia" molto pericolosa, proiezione – come sempre – sia della politica nazionale (filosionista e filoatlantica) sia degli interessi internazionali (sionisti e atlantici), che agisce mediante corruttele e processi da "mafia agricola" per accaparrarsi i due beni più preziosi dell'America Latina e dei Caraibi: la terra e l'acqua.Il racconto di questa testimonianza e delle vicende narrate, più che ventennali, comprovano il contenuto dei leak dell'Honduras Gates, e i collegamenti del narcotraffico con la politica della guerra, il sionismo e con le infiltrazioni delle comunità religiose, da dirigere, con la paura, contro i gruppi di sinistra al fine di creare un casus belli e "depurare" gli spazi d'interesse per garantire la coltivazione di coca (quanti agenti della CIA sono presenti e 'sorvegliano' le "pandillas"? Troppi).L'oro azzurro dell'HondurasTerra, tanta terra, e molto fertile, troviamo in questa storia, vicino a Santa Bárbara. In particolare, una porzione di terra di oltre 200 ettari (280 campi da calcio, per un valore di 40 milioni di euro), attraversata da due sorgenti d'acqua (valutate intorno agli 80 milioni di euro), che fanno di quell'epicentro un luogo strategico per i paesi circostanti, oltre ad essere un piccolo e fertilissimo paradiso, adatto persino a piantare coca.Troviamo, oltre a questo ben di Dio, anche una famiglia evangelica, dedita da mezzo secolo all'agricoltura e all'industria agricola, conosciuta per la sua rettitudine e per la semplicità della sua vita quotidiana. E, come sfondo, l'Honduras: un paese che da circa quattro decenni vive immerso in una strategia di parcellizzazione criminale, fatta di invasioni, inganni e corruzioni che coinvolgono tribunali, eserciti e governi; perché la terra e l'acqua, in quelle zone, valgono più del petrolio, essendo la fonte di vita non solo per le popolazioni autoctone, ma il punto strategico e necessario per esercitare il potere coercitivo e, nel peggiore dei casi, per la raffinazione della droga.La conferma all'Honduras Gate: violenza come forma di controllo, manipolazione delle chiese evangeliche, narcotraffico e corruzioneOccupare terre con la pretesa di una giusta ridistribuzione della ricchezza è una vecchia strategia adoperata da ogni organizzazione criminale. Potremmo definirla la strategia del lupo che si veste da pecora, o anche della "mafia dell'antimafia".Questo caso specifico, tuttavia, coinvolge elementi e dinamiche che ritroviamo direttamente nell'Honduras di Gates, e cioe':· La violenza come forma di controllo;· La strumentalizzazione coercitiva delle chiese evangeliche;· L'organizzazione di attentati e disordini da attribuire falsamente alla sinistra (i falsi comitati di contadini che rivendicano la terra, in realtà marionette dei narcos);· L'intento di isolare porzioni specifiche dei territorio dall'amministrazione pubblica, sfruttandone le particolari caratteristiche geografiche;· La corruzione dei tribunali, che si manifesta attraverso 'errori' sistematici, ritardi e malfunzionamenti dell'amministrazione;· Un legame diretto tra politica ultraliberale di estrema destra, retorica della privatizzazione, sionismo e narcotraffico;· L'intervento assente o selettivo delle istituzioni in materia ambientale.È bene precisare, in vista del paragrafo che seguirà, che i 200 ettari oggetto del nostro esame confinano con un bosco meraviglioso. Questo penetra direttamente nell'appezzamento, creando una frontiera assai labile con la terra da cui irrompono i "contadini"; una vera e propria sfumatura territoriale, quella del bosco, che rende incerta qualsiasi definizione legale e che consente ai narco-contadini, forti della corruzione dilagante, di appropriarsi progressivamente di metri e metri di terra (il vecchio giochetto dell'usufrutto o dell'usucapione con la complicità di un giudice corrotto).L'azione degli occupanti, a un occhio attento, non appare affatto casuale, né tantomeno giustificabile come una semplice "necessità" di coltivare la terra per sfamarsi. Al contrario, procede in modo progressivo e lineare, seguendo una traiettoria precisa verso le fonti d'acqua e poi lungo il corso dei fiumi. Un movimento - questo - che svela senza ambiguità il loro vero intento: raggiungere le sorgenti per prendere il controllo dei flussi irrigui e così rivendere – a suon di estorsione – l'acqua e il suo accesso, tenendo in pugno i sedici, diciassette villaggi circostanti. L'obiettivo finale è chiaro: procedere senza ostacoli alla coltivazione della cocaina, oggi, nel 2026, più fiorente che mai a Santa Barbara e nei piccoli paesi di provincia. A ciò si aggiunge l'imminente privatizzazione dell'acqua in Honduras, che fa ben comprendere chi mai potrà acquistarla, visto che è già diventata "proprietà privata".La mappa del narcotraffico a Santa Bárbara: coltivazioni di coca nelle foreste e vicino alle sorgentiLe prove documentate dalla stampa honduregna e dalle stesse autorità di sicurezza, insieme alla dinamica regionale del narcotraffico, permettono di sostenere l'ipotesi secondo cui il dipartimento di Santa Bárbara sia diventato un punto critico per il narcotraffico in Honduras. Non è più solo una zona di transito, ma un'area dove si coltiva la foglia di coca e si lavora la droga, seguendo uno schema che le operazioni delle Forze Armate e della Polizia Nazionale hanno reso evidente: le coltivazioni crescono all'interno delle foreste e sempre vicino alle fonti d'acqua.I narcotrafficanti cercano deliberatamente terreni remoti per eludere la sorveglianza, ma richiedono anche, come condizione fondamentale, corsi d'acqua o un facile accesso per irrigare le piantagioni e rifornire i laboratori.Secondo il rapporto "¿Cultivo de coca desde Sudamérica, expansión hacia el norte?", pubblicato nel marzo 2024 dal Centro Internazionale di Analisi contro il Narcotraffico Marittimo (CMCON) della Marina colombiana, l'Honduras – come altri paesi dell'America Centrale – risulta talvolta superiore, per clima, topografia e disponibilità di terre, alle tradizionali regioni andine nella coltivazione della coca. Il rapporto aggiunge che i narcotrafficanti hanno portato ingegneri colombiani nel paese per trasformarlo in un nuovo epicentro di questa coltivazione, superando persino le stesse aree andine.Il vero significato dei 200 ettari: territorio, non piantagioneQuando i narcotrafficanti si impadroniscono di 200 ettari, in Honduras, non stanno pensando a una semplice coltivazione: stanno costruendo un territorio autonomo, un feudo, dove la legge non entra e dove il controllo lo impongono i narcos. Questo è il modello che ha trasformato il narcotraffico in una crisi di occupazione territoriale.Da un punto di vista tecnico, la logica è precisa: non si semina tutto in una sola volta. I narcotrafficanti sanno che la coltivazione intensiva degrada il terreno in modo irreversibile in circa quindici anni, rendendolo sterile. Per questo ruotano le parcelle: seminano in modo frammentato e disperso, in aree di una o due ettari. Questa frammentazione consente loro di eludere sia il rilevamento satellitare che i sorvoli delle autorità.Ma il vero scopo del controllo dei 200 ettari va ben oltre il raccolto. All'interno di quel perimetro, i narcotrafficanti costruiscono un centro operativo completo. Possono avere coltivazioni attive di coca in una zona; parcelle a maggese o già degradate in un'altra; laboratori mobili per processare la pasta base; piste di atterraggio per ricevere precursori chimici o spedire la droga; e campi fortificati per i miliziani che proteggono il complesso.E se vi sembra tutto ancora assurdo, allora vi lasciamo alla testimonianza in esclusiva della nostra fonte.INTERVISTA ALLA NOSTRA FONTEIn questi quasi 40 anni, cosa significa aver dovuto sopportare l'occupazione abusiva da parte di falsi contadini che hanno fatto affidamento sui narcos?«Mi pesa molto sull'animo questa domanda: parlare del fatto che ti tolgano quel poco che hai creato tu, che i tuoi nonni con grandi sforzi hanno tanto sudato per ottenere, e sapere che ci sono sconosciuti che si appropriano illegalmente di queste terre e che se le assicurano in "altro modo" per venderle a terzi. Questo colpisce duro: non è stato facile vivere con questa consapevolezza. Una volta hanno sequestrato un ingegnere che stava prendendo le misure della terra per tracciare i confini: lo hanno sequestrato, capisci? È stato molto duro, perché eravamo molto preoccupati che lo avessero ucciso o chissà che cosa gli fosse successo. Perché, sai, nel mio paese si pensa sempre al peggio in queste circostanze, dato che non c'è mai stata una cosa buona, o meglio pochissime cose buone, visto che succede spesso... Ci sono abitualmente molti omicidi per potersi accaparrare il monopolio del mercato della terra, cioè dell'acqua e delle materie prime. E, ripeto, questo pesa.».Cosa provi ora?«Non è stato facile vivere tutto questo per tutto questo tempo. Bisogna mantenere la calma, essere molto credenti in Dio, avere molta fede per sopravvivere a tutti questi problemi. E non è stato facile per la mia famiglia dover fuggire dalle proprie case perché degli occupanti ti minacciano, molestano i tuoi cari, sequestrano le tue donne: mogli, fidanzate, figlie».Quale governo ha storicamente aiutato i contadini e la tua comunità fino a questo momento?«In due secoli, nessun governo si è interessato a proteggere la mia gente, e negli ultimi 20 anni gli occupanti hanno sempre cercato di posizionarsi vicino alla fonte d'acqua per rifornirsi a danno dei villaggi. Mio nonno e mio zio non hanno mai preso a male che rubassero acqua dalle loro sorgenti, ma ora che tutto ha preso un'altra strada, dato che quei "contadini" sono diventati milionari, e a noi ci stanno estorcendo casa per casa, pagando un "sussidio" per l'acqua che non spetta a loro, ma alla mia famiglia, la cosa è peggiorata. E colpisce molto forte, e non è per tutti affrontare questa situazione. Siamo persone che credono in Dio e speriamo che un giorno si faccia giustizia e che quelle terre tornino ai nipoti, dato che i miei nonni sono morti. Ma vabbè, questa è la vita che abbiamo vissuto, e guarda dove sono io adesso».E dei governi di cui hai memoria?«I tribunali ci hanno aperto le porte con il governo di Xiomara Castro, di sinistra, e abbiamo potuto incamminarci un po'. Ma, dopo che è tornata di nuovo la destra, questo si è nuovamente fermato. Ora siamo lì fermi e speriamo di poter andare avanti».