L’articolo di Massimo Fini pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano ha il merito di sollevare interrogativi sul rapporto tra medicina moderna, prevenzione e abuso di esami diagnostici. Ma quando la riflessione si trasforma in una requisitoria contro un’intera categoria professionale, il rischio è quello di sostituire l’analisi con il luogo comune.Nel racconto di Fini, il medico appare come un burocrate che prescrive esami senza visitare il paziente, uno specialista che vede solo referti e una Sanità che produce malati invece di curarli. Una rappresentazione efficace sul piano giornalistico, ma che finisce per appiattire una realtà molto più complessa.A reagire con amarezza è il cardiologo romano Stefano Iosi, in servizio presso l’Ospedale Santo Spirito in Sassia. «Leggo con stupore e delusione l’articolo di Massimo Fini», afferma. «Una serie di semplificazioni e generalizzazioni sul fatto che i medici si affiderebbero solo agli esami strumentali, che non visitano più, che sono solo dei burocrati. Anzi peggio: i medici sarebbero lì a farti stare peggio perché provano a fare prevenzione». Parole che intercettano il disagio di molti professionisti. Perché è vero che esistono errori, superficialità e casi di malasanità. Sarebbe assurdo negarlo. Ma è altrettanto vero che la maggioranza dei medici opera ogni giorno in condizioni sempre più difficili, tra turni massacranti, carenza di personale, pronto soccorso sovraffollati e una burocrazia che sottrae tempo alla visita clinica.La domanda allora è un’altra: chi ha trasformato il medico di famiglia in un compilatore di moduli? Chi ha ridotto gli organici? Chi ha lasciato migliaia di cittadini senza medico di base? Chi ha costretto ospedali e ambulatori a lavorare in cronica emergenza? Non sono stati i medici, ma decenni di scelte politiche spesso miopi, accompagnate da tagli e mancati investimenti.È più facile prendersela con il volto visibile del sistema che con chi lo ha governato. Così il cittadino esasperato scarica la propria rabbia sul professionista che incontra allo sportello o in ambulatorio, mentre restano sullo sfondo le responsabilità di chi ha progressivamente impoverito il Servizio Sanitario. Lo stesso Iosi avverte che articoli di questo tipo «non fanno certamente bene alla fiducia dei cittadini verso la sanità in genere, sia pubblica sia privata». Ed è forse questo il punto più delicato. Perché criticare la Sanità è doveroso; demolire indiscriminatamente la credibilità dei medici è un’altra cosa.La Sanità italiana ha problemi enormi e necessita di riforme profonde. Ma raccontarla come una gigantesca macchina di errori e interessi significa ignorare le migliaia di professionisti che ogni giorno salvano vite, spesso nel silenzio e lontano dai riflettori. Se oggi il rapporto di fiducia tra cittadini e Sistema Sanitario è incrinato, la responsabilità non può essere scaricata interamente sui camici bianchi. Prima di processare i medici, sarebbe forse il caso di chiamare a rispondere chi, per anni, ha indebolito la Sanità pubblica trasformandola nel bersaglio facile che oggi tutti fingono di scoprire. (Pier Francesco Corso)