di Giuseppe Lai – Il comunicato ufficiale è arrivato nella notte italiana tra domenica 14 e lunedì 15 giugno: Shehbaz Sharif, primo ministro pakistano, ha annunciato il raggiungimento di un accordo di pace provvisorio tra Stati Uniti e Iran, che verrà firmato il 19 giugno in Svizzera. Si tratta di un protocollo di massima che non configura una tregua definitiva tra le parti, bensì un memorandum d’intesa per la soluzione dei nodi strutturali del conflitto. Tra questi figura la piena riapertura dello Stretto di Hormuz, la porta di uscita della maggior parte dell’offerta petrolifera del Golfo Persico.L’espressione “riapertura del transito” è tuttavia suscettibile di differenti interpretazioni, riconducibili all’assenza di un quadro normativo condiviso e ratificato dalle parti in causa. Dalla prospettiva iraniana, osservando la storia del Paese prima e dopo la rivoluzione islamica del 1979, il concetto di riapertura di questo corridoio marittimo sembra sottintendere il principio di una “libertà vigilata”. In un ampio arco temporale, infatti, il controllo dello Stretto di Hormuz ha rappresentato un obiettivo strategico e militare sia della monarchia dei Pahlavi sia del regime degli Ayatollah.Tale controllo si basa su una logica securitaria: la Repubblica Islamica rivendica il diritto di sospendere la libertà di navigazione internazionale laddove la sicurezza del Paese risulti minacciata. Una narrazione in contrasto con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che assoggetta lo Stretto di Hormuz al regime del “passaggio in transito”. Questa disposizione garantisce a tutte le navi e agli aeromobili libertà di navigazione e sorvolo senza alcun impedimento, rendendo illegali il blocco o la sospensione del passaggio in qualsiasi circostanza.L’Iran, pur essendo uno Stato costiero, non ha ratificato la Convenzione, imponendo una prassi che ha reso Hormuz un perenne spazio di contesa. La concezione del corridoio marittimo come luogo fisico intrinsecamente politico ha permeato la logica di “iranizzazione” dello Stretto, finalizzata alla creazione di un arco di difesa iraniano nel tratto inferiore del Golfo, compreso nelle acque territoriali dell’Iran e dell’Oman.A partire dagli anni Novanta, questa visione raggiunge il suo apice come strumento psicologico e di deterrenza e Hormuz diventa il teatro di una guerra prevalentemente intimidatoria, fondata sulle continue minacce iraniane di chiudere lo Stretto, sulle tattiche di guerra navale asimmetrica e sulle esercitazioni militari volte a mostrarsi come una minaccia credibile agli occhi dell’intera comunità internazionale.Questa retorica si amplifica durante la “crisi di Hormuz” del 2019, successiva al ritiro degli Stati Uniti, nel 2018, dal Joint Comprehensive Plan of Action e all’avvio della politica trumpiana della “massima pressione” nei confronti del regime islamico.Nel contesto del conflitto in corso con gli Stati Uniti, la chiusura de facto di Hormuz da parte di Teheran ha segnato una discontinuità rispetto alla tradizionale funzione deterrente dello Stretto, incentrata sull’amplificazione dei costi percepiti in presenza del rischio di blocco del traffico marittimo. Si è infatti verificata la più grave interruzione delle forniture mai registrata, spingendo gli Stati arabi del Golfo a diversificare le rotte e a ricercare percorsi alternativi di transito. In altri termini, il regime ha trasformato l’approccio intimidatorio in azioni concrete.In tale contesto, un aspetto rilevante da sottolineare è il tentativo iraniano di non ripristinare lo status quo prebellico nello Stretto, indipendentemente da qualsiasi tipologia di accordo preliminare sottoscritto con gli Stati Uniti. A testimonianza di questa ulteriore discontinuità vi è l’istituzione, il 5 maggio scorso, della Persian Gulf Strait Authority (PGSA), l’autorità marittima iraniana che ha la prerogativa di regolare e imporre il proprio controllo sul traffico nello Stretto di Hormuz.Essa richiede alle navi commerciali di ottenere un permesso di transito e di pagare tariffe per l’attraversamento di questo corridoio strategico. Una misura che appare come il tentativo di una più ampia ridefinizione dell’architettura regionale nella fase postbellica.Se, da un punto di vista militare, la strategia di Teheran basata sul negare l’accesso e aumentare i costi di transito si dimostra efficace nel breve periodo, nel lungo termine non è sufficiente per garantire un controllo effettivo delle rotte. Il nodo cruciale è rappresentato dall’incompatibilità tra la posizione securitaria dell’Iran e le rivendicazioni inclusive, e legittime, di libertà di navigazione avanzate dai Paesi arabi del Golfo e dalla comunità internazionale. Tale incompatibilità rende estremamente difficile raggiungere un accordo condiviso e giuridicamente vincolante sul futuro assetto di Hormuz.L’estensione del conflitto a vari Paesi alleati degli Stati Uniti nella regione, attraverso attacchi iraniani contro infrastrutture critiche e obiettivi civili nel Golfo, ha ulteriormente aggravato il clima di sfiducia, rafforzando la percezione di Teheran quale principale minaccia alla sicurezza dell’intera area.Allo stato attuale, lo Stretto di Hormuz si conferma uno spazio nel quale norme convenzionali, pretese di sovranità degli Stati costieri e prassi operative convivono in un equilibrio instabile, suscettibile di essere rimodulato in funzione delle contingenze politiche e strategiche.Alla luce di tale incertezza, alcune analisi suggeriscono tre possibili opzioni di gestione postbellica dello Stretto, fondate su un diverso bilanciamento tra sovranità statale e interesse collettivo alla navigazione internazionale.Una prima opzione è il consolidamento delle prerogative iraniane su Hormuz con il consenso delle parti coinvolte, attraverso forme di regolazione del traffico marittimo quali pedaggi o meccanismi autorizzatori.La seconda ipotesi, più coerente con la disciplina internazionale degli stretti, prevede l’implementazione di un modello di cooperazione bilaterale tra Iran e Oman, in quanto Stati costieri, e la gestione coordinata del canale per il controllo del traffico e la protezione ambientale, senza compromettere il transito nello Stretto. Tale opzione rappresenterebbe una soluzione di compromesso, consentendo di bilanciare, almeno sul piano formale, l’approccio “sovranista” sullo Stretto con la libertà delle comunicazioni marittime.La terza opzione consiste nella definizione di un accordo regionale tra gli Stati costieri del Golfo Persico, fondato sul principio di cooperazione tra Stati rivieraschi di un mare semichiuso, come previsto dalla Convenzione sul diritto del mare. In tal caso, lo Stretto di Hormuz verrebbe assoggettato a una governance regionale che coinvolgerebbe non solo Iran e Oman, ma anche gli altri Stati del Golfo: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Iraq.Ciò consentirebbe lo sviluppo di forme di cooperazione in materia di sicurezza, protezione ambientale, gestione del traffico e prevenzione dei conflitti, consolidando al tempo stesso la stabilità dell’area. L’opzione regionale appare maggiormente conforme alla natura interconnessa del Golfo Persico quale mare semichiuso e al carattere condiviso degli interessi coinvolti.Sotto il profilo giuridico, rispetto alle altre opzioni, essa risulta maggiormente coerente con le norme del diritto internazionale marittimo e permetterebbe di conciliare le esigenze securitarie degli Stati costieri con la tutela della libertà di transito attraverso un sistema multilaterale di regole e garanzie.