Nuova Riserva nessun contratto

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La nuova Riserva Militare, introdotta dal DdL 1702, si delinea come un pilastro della trasformazione della Difesa italiana per il 2026, mirando a colmare i vuoti organici attraverso l'arruolamento di circa 10.000 unità tra ex volontari (VFI e VFT) e professionisti civili. Lo schema prevede tre tipologie distinte: la riserva operativa, con una disponibilità irrevocabile al richiamo per cinque anni; la riserva volontaria specialistica, destinata a professionisti con competenze peculiari; e la riserva territoriale, focalizzata sul supporto regionale in caso di emergenze e calamità. Per incentivare l'adesione, il disegno di legge propone un compenso giornaliero di 130 euro netti per le attività addestrative, un premio annuo di 1.300 euro e tutele legali per la conservazione del posto di lavoro civile.Tuttavia, questo ambizioso potenziamento avviene in un contesto di profonda insoddisfazione per il personale già in servizio, schiacciato da un rinnovo contrattuale 2025-2027 definito un vero e proprio "contratto beffa". I sindacati denunciano un impoverimento reale dovuto al divario tra un’inflazione che supera il 17% e aumenti salariali stanziati dal Governo inferiori al 6%, che si traducono in una perdita media di circa 300 euro mensili per ogni lavoratore.In questo scenario, emerge l'assoluta inefficienza delle APCSM (Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari), la cui esclusione dalle decisioni strategiche ne conferma l'irrilevanza politica. Nonostante i proclami di "Difesa 4.0", le sigle sindacali (come AMUS, SINAN, ASPMI, USMIA, SIULM e altre) sono state completamente ignorate e non consultate sulla strutturazione della nuova riserva, un tema che impatta direttamente sull'operatività e sull'ordinamento.Questa mancata consultazione non è solo una sgrammaticatura istituzionale, ma il segnale di una rappresentanza che appare più concentrata a negoziare contributi previdenziali aggiuntivi per il proprio personale dirigente che a tutelare i diritti della base contrattualizzata. Il silenzio delle APCSM di fronte a una riforma così impattante solleva dubbi sulla loro reale capacità di agire come organo di tutela, lasciando i militari in una posizione di debolezza negoziale mentre il potere d'acquisto delle loro buste paga continua a crollare. La gestione della nuova riserva "pronta all'uso" rischia così di diventare un ulteriore strumento di pressione su un personale già provato da turni massacranti e indennità operative ferme da oltre vent'anni.