La speranza di leggere una voce femminile tra le tracce dell’Esame di Stato è stata abbandonata anche quest’anno. Il 18 giugno è iniziata ufficialmente la Maturità con l’immancabile prima prova, ma tra le proposte non c’era nessuna donna.La questione non riguarda soltanto il 2026. Da quando, nel 1999, è stata introdotta l’attuale formula della prima prova con la possibilità di analizzare un testo poetico o narrativo, nessuna autrice è mai comparsa tra le tracce ministeriali. Ventisette anni, decine di prove d’esame e centinaia di migliaia di studenti dopo, il risultato è sempre lo stesso: le scrittrici continuano a restare fuori dalla porta dell’esame più importante del percorso scolastico italiano.Non possiamo certo pensare che la letteratura italiana sia priva di penne femminili degne di nota. Da Grazia Deledda a Natalia Ginzburg, passando per Elsa Morante, Alba De Céspedes, Anna Maria Ortese, Matilde Serao e Patrizia Cavalli, il Novecento italiano offre esempi straordinari di scrittura, pensiero e innovazione letteraria. Perché, allora, il campo delle scelte continua a restringersi attorno al tavolo degli uomini?Maturità 2026, da Pavese a Calabresi: le tracce della prima provaFoto: unsplashUna scuola che vuole insegnare tuttoI programmi scolastici diventano ogni anno più estesi. Si ricerca la completezza, la visione d’insieme, la capacità di collegare epoche lontane e fenomeni contemporanei. Gli studenti dovrebbero saper parlare della civiltà babilonese e di Tangentopoli, delle guerre mondiali e delle vicende del 2011. In alcuni manuali compaiono già capitoli dedicati alla pandemia di Covid-19. Una completezza ammirevole, almeno nelle intenzioni.Ma cosa accade nelle materie umanistiche, dove riconoscere la voce e l’individualità di un autore rappresenta il cuore stesso dello studio? Se per ragioni storiche nei secoli medievali e moderni la presenza femminile è più limitata, anche se sarebbe possibile ampliare lo sguardo a figure come Vittoria Colonna o Artemisia Gentileschi, lo stesso non si può dire del Novecento.Un secolo densissimo, attraversato da rivoluzioni culturali, sociali e politiche tali da spingere Eric Hobsbawm a definirlo il “secolo breve“. Un secolo nel quale le donne hanno conquistato con fatica spazi professionali, culturali e artistici. Hanno scritto, pubblicato, raccontato il loro tempo e contribuito alla costruzione dell’identità culturale del Paese. Eppure continuano a occupare una posizione marginale nei programmi scolastici.Foto: Instagram @natalia.ginzburg_Che fine hanno fatto le donne?Ogni anno la promessa è la stessa: arriveremo anche alle donne. Poi, puntualmente, il tempo finisce.A dire il vero, i tempi stretti riguardano anche molti autori uomini. I maturandi raccontano spesso di non aver fatto in tempo a studiare Pavese, di aver completamente saltato Vitaliano Brancati o, negli anni passati, Pasolini e Tomasi di Lampedusa. Il problema, però, non è semplicemente la vastità dei programmi scolastici.La differenza è che le donne continuano a occupare una posizione particolare all’interno del percorso di studio. Sono quelle che si affrontano alla fine dell’anno, quelle da inserire se resta qualche lezione disponibile, quelle che possono essere sacrificate senza che nessuno sembri considerarlo una perdita significativa. Diventano una parentesi, un approfondimento, un’aggiunta. Raramente una parte imprescindibile della formazione letteraria di uno studente.Le donne vengono trattate come qualcosa da recuperare all’ultimo momento, come autrici da inserire in quel famoso “se resta tempo”, come se il loro contributo fosse meno importante, meno influente, meno necessario rispetto a quello dei loro colleghi uomini. Dietro una formula apparentemente innocua si nasconde una gerarchia culturale che continuiamo a perpetuare senza nemmeno accorgercene.Il risultato? Generazioni di studenti terminano il proprio percorso scolastico senza aver incontrato davvero le pagine di Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Alba De Céspedes, Goliarda Sapienza o Patrizia Cavalli. Non perché siano autrici minori o marginali nella storia della letteratura italiana, ma perché continuano a essere considerate rinunciabili.La polemica, allora, si sposta inevitabilmente dal programma scolastico alla prima prova della Maturità. Negli ultimi anni il raggio delle scelte ministeriali sembra essersi ampliato, superando gli intramontabili e sempre validi Pirandello, Pascoli e D’Annunzio per proporre autori che si collocano anche al di fuori del tradizionale canone scolastico. Non si scelgono più soltanto figure che ogni studente ha certamente affrontato in classe.Anzi, proprio perché le tracce non sembrano più limitarsi agli autori che ogni studente ha necessariamente affrontato in classe, la questione diventa ancora più evidente. Se uomini e donne appaiono dunque sullo stesso piano e se spesso entrambi non sono stati realmente studiati durante l’anno scolastico, viene spontaneo chiedersi perché la scelta continui a ricadere sempre e soltanto sugli uomini. Perché, da ventisette anni, tra decine di tracce e milioni di studenti coinvolti, non sia mai stata ritenuta degna di rappresentare la letteratura italiana una voce femminile.È una domanda che riguarda la Maturità, certo. Ma forse riguarda ancora di più il modo in cui continuiamo a costruire e tramandare il nostro immaginario culturale.Maturità 2026 tra tototracce e nostalgia: perchè ci emoziona ancoraFoto: Instagram @leortiquePerchè le storie che leggiamo contanoIl rischio di questa situazione non è affatto marginale. Se leggiamo e studiamo quasi esclusivamente testi nati da una prospettiva maschile, finiamo per abituarci a una determinata idea del mondo. La letteratura non si limita a descrivere la realtà: la interpreta, la costruisce, la tramanda. Ci insegna cosa è importante ricordare e cosa può essere dimenticato. Per questo è fondamentale poter osservare la realtà attraverso molteplici punti di vista.Il Novecento italiano è stato raccontato con straordinaria lucidità anche ne La Storia di Elsa Morante, nei racconti familiari di Natalia Ginzburg, nell’impegno civile di Alba De Céspedes e nella libertà poetica di Patrizia Cavalli. Eppure queste voci continuano a occupare uno spazio secondario nella memoria collettiva.Il peso di questa invisibilità era percepito già dalle protagoniste stesse. Natalia Ginzburg raccontò di aver cercato per anni di “scrivere come un uomo“, qualunque cosa significasse. Preferiva essere definita “scrittore” piuttosto che “scrittrice”, perché quel termine sembrava possedere una maggiore autorevolezza sociale. Solo più tardi comprese che il suo universo narrativo, fatto di famiglie, maternità, pianti, tavole apparecchiate e macchie di sugo sui vestiti, non aveva un valore minore rispetto a quello dei colleghi uomini.Oggi guardiamo a quelle dichiarazioni con una certa distanza e persino con un pizzico di giudizio. Ma la verità è che continuiamo a fare troppo poco per restituire a queste autrici il riconoscimento che meritano.Le donne nel paradosso contemporaneoViviamo in un’epoca che parla continuamente di inclusione, parità e valorizzazione delle differenze. Sono temi presenti nei dibattiti pubblici, nelle campagne istituzionali, nei programmi politici e nei social network.Eppure tra i banchi di scuola continuiamo a raccontare un Paese prevalentemente al maschile. Un Paese costruito dagli uomini per gli uomini, raccontato dagli uomini per tutti. Non si tratta di sostituire un canone con un altro, né di eliminare gli autori che hanno fatto la storia della nostra letteratura. Si tratta semplicemente di riconoscere che quella storia è stata scritta anche da altre voci.La tempesta silenziosa: l’evento di Baricco conquista Roma Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da donne (@legrandiosee)Le grandi dimenticateFinché Natalia Ginzburg continuerà a vivere all’ombra di Leone, Elsa Morante all’ombra di Moravia e insieme a Matilde Serao, Alba De Céspedes, Goliarda Sapienza e Patrizia Cavalli continueranno a far parte del circolo delle dimenticate, non potremo dire di possedere una conoscenza davvero completa della nostra letteratura.Ma soprattutto, finché queste autrici non compariranno sul foglio di un maturando che si prepara a diventare adulto, non sarà soltanto un problema della scuola. Sarà il riflesso di un Paese che continua a illuminare sempre gli stessi volti, dimenticando che esistono altre storie, altre prospettive e altre parole che meritano di essere ascoltate.Perché le assenze più significative non sono sempre quelle che fanno rumore. Sono quelle che, a forza di ripetersi, smettiamo persino di vedere.| Da Rumors.it