di Shorsh Surme – A seguito dell’accordo tra Iran e Stati Uniti per porre fine alla guerra, raggiunto in un clima di profonda sfiducia reciproca e dopo scontri che hanno causato migliaia di vittime iraniane, tra cui alti funzionari, oltre a distruzioni diffuse nel Paese, i negoziati tecnici vengono accolti con forte scetticismo. Dubbi significativi riguardano la possibilità che tali colloqui producano risultati concreti su un ampio ventaglio di questioni controverse: dal programma nucleare a quello missilistico iraniano, dal sostegno di Teheran ai gruppi armati in Medio Oriente fino alla fine della guerra in Libano.Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ismail Baghaei, ha ribadito mercoledì sera il rifiuto categorico di trasferire all’estero l’uranio arricchito e ha escluso qualsiasi negoziato sulle capacità missilistiche del Paese. Inoltre, il limite di sessanta giorni imposto per i colloqui rappresenta una pressione notevole per entrambe le parti, soprattutto considerando che l’accordo sul nucleare del 2015 richiese quasi due anni di trattative. Mentre il presidente statunitense Donald Trump punta a risultati rapidi, l’Iran preferisce negoziati lunghi e graduali. Anche qualora si raggiungesse un’intesa, restano dubbi sulla sua effettiva attuazione.In questo contesto, la presenza dell’occupazione israeliana, determinata a ostacolare qualsiasi accordo che possa influire sulla guerra in Libano, assume un peso particolare. Israele, infatti, non ha ancora rispettato il cessate il fuoco a Gaza.Con la pubblicazione del testo integrale del Memorandum d’intesa, la vera sfida consiste nella capacità delle parti di tradurre le sue disposizioni in realtà, superando complessità applicative spesso più difficili della stessa redazione del documento.Il primo grande ostacolo riguarda il programma nucleare iraniano. Sebbene gli Stati Uniti abbiano definito come obiettivo della guerra la prevenzione dell’acquisizione di un’arma atomica da parte dell’Iran, il Memorandum non contiene alcun impegno esplicito in materia. La parola “nucleare” compare quattro volte: tre nell’articolo 8, nelle espressioni “armi nucleari”, “esigenze nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran” e “questioni nucleari”, e una nell’articolo 9, con riferimento al “programma nucleare”.L’articolo 8 si apre con una dichiarazione nella quale l’Iran ribadisce di non voler produrre né acquisire armi nucleari. Tuttavia, si tratta di un impegno già espresso in passato e non di una nuova concessione. Le questioni più delicate, come le scorte di uranio arricchito, i livelli di arricchimento, i controlli e i limiti, vengono rinviate ai negoziati dei prossimi sessanta giorni.Per quanto riguarda l’uranio altamente arricchito, l’articolo 9 propone una soluzione minima: la diluizione in loco sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Lo stesso articolo stabilisce che l’Iran mantenga «lo status quo del suo programma nucleare» fino al raggiungimento di un accordo definitivo, una clausola introdotta in un momento in cui lo stato del programma era diventato ambiguo e poco trasparente.La seconda sfida cruciale riguarda il Libano, menzionato tre volte nel Memorandum, in particolare nell’articolo 1. L’accordo prevede una cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, l’impegno congiunto di Stati Uniti e Iran a garantire l’integrità territoriale e la sovranità nazionale del Paese e la conferma, nell’accordo finale, della fine permanente della guerra su tutti i fronti, incluso quello libanese.Il confronto tra le versioni persiana e inglese non mostra discrepanze terminologiche o concettuali. Tuttavia, la clausola presenta una lacuna evidente: non vengono menzionati né Israele né Hezbollah, ma soltanto gli “alleati” delle due parti. Questo rende la disposizione più politica che giuridica, poiché il diritto internazionale vieta a uno Stato di assumere impegni per conto di attori terzi.Inoltre, l’espressione «garantire l’unità del territorio libanese e la sovranità nazionale» è vaga e suscettibile di interpretazioni divergenti. Ciò solleva interrogativi sulle misure concrete che dovrebbero dimostrare tale garanzia. L’esclusione del Libano come parte firmataria dell’accordo alimenta dubbi sulla compatibilità della clausola con il principio stesso di sovranità che essa afferma di voler tutelare.Questa ambiguità potrebbe aprire la strada a future accuse reciproche tra Iran e Stati Uniti riguardo alla mancata garanzia della sovranità libanese. Gli Stati Uniti, in particolare, potrebbero sfruttare tale vaghezza per giustificare la prosecuzione della guerra israeliana contro il Libano.Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha contribuito a convincere Trump a lanciare la guerra, insiste sul fatto che Israele non sia vincolato da alcun accordo tra Stati Uniti e Iran nella sua guerra contro Hezbollah. Ieri ha inoltre ribadito che le forze israeliane non si ritireranno dalla zona di sicurezza in Libano.