Cairo e Lotito al bivio tra ipotesi di cessione e piani per lo stadio: perché il muro con i tifosi può cambiare il futuro di Torino e Lazio

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Negli ultimi due decenni la Lazio di Claudio Lotito e il Torino di Urbano Cairo hanno avuto percorsi simili e che in qualche modo perdurano tuttora:entrambi gli imprenditori a inizio secolo hanno rilevato i rispettivi club in notevoli difficoltà con il passare del tempo ne sono diventati patron che in qualche modo resteranno nella storia: Cairo è il numero uno più longevo del sodalizio granata e Lotito, per quanto possa non piacere, è sinora il terzo presidente biancoceleste più vincente dopo Cragnotti (che però lasciò il club in condizioni difficili) e Lenzini  però entrambi ora vivono un clima di contestazione da parte dei propri tifosi dal quale sembra difficile uscire. Senza entrare nei dettagli delle due situazioni, che per altro i tifosi conoscono a menadito, quello che pare emergere sia a Roma sia a Torino è che i due presidenti, per dirla come Paolo Di Canio, hanno tolto ai tifosi “l’illusione”, quella possibilità cioè di sognare che è poi il motore della passione. In questo senso l’accusa a Cairo e Lotito (che pure ha vinto tre Coppe Italia e tre Supercoppe italiane) è quella per cui in nome della sostenibilità aziendale ed economica (per altro sacrosanta) si sono messe in naftalina le ambizioni sportive e le emozioni. E dunque perché, si domandano in molti, andare allo stadio la domenica (e non al mare o in montagna) se poi si sa già di dovere galleggiare a metà classifica in campionato? Ovviamente i tifosi di Lazio e Torino non sono degli stupidi e non pretendono la luna. Sanno benissimo che i loro presidenti (almeno quelli attuali) non spenderanno cifre tali da allestire squadre con superstar planetarie, però d’altra parte nemmeno quelli di Atalanta e Bologna hanno investito cifre assurde negli ultimi anni, ma con gestioni oculate e avvedute hanno portato successi importanti nelle rispettive bacheche. D’altra parte però vi è anche l’esempio opposto. Nella Genova blucerchiata la Sampdoria, dopo essere stata ceduta dai Garrone, è passata prima al contestatissimo e ancora adesso detestato Massimo Ferrero (il quale comunque la manteneva in Serie A) e poi passando da varie vicissitudini alla proprietà attuale che fa capo all’imprenditore di Singapore Joseph Tey scivolando negli anni persino in Serie C, che ha poi evitato in virtù dei guai legali del Brescia. Insomma, nulla assicura che una volta cacciato il presidente mal sopportato la situazione vada a migliorare.  Detto questo, le analogie tra i due club terminano qui.  innanzitutto, perché Roma non è Torino e viceversa. E questo lo si dice non solo perché i due ambienti sono molto differenti ma anche perché nella Capitale i tifosi della Lazio sono storicamente abituati ad avere ambizioni pari a quelle della Roma (il palmares tra i due club è abbastanza simile d’altronde, con uno scudetto in più in casa giallorossa e lo stesso numero di trofei internazionali). Mentre in Piemonte gli appassionati granata sanno benissimo che, a parte la parentesi del Grande Torino e quella degli anni ’70, il club non ha mezzi pari a quelli dei rivali cittadini della Juventus, club quest’ultimo che non a caso ha dimensione quantomeno nazionale e non regionalesoprattutto però al momento la grande differenza tra Lazio e Torino è un’altra: da un lato Cairo ha ammesso in più occasioni che di fronte all’offerta giusta sarebbe disposto a mollare (poi bisognerà vedere se il prezzo richiesto non è troppo alto), dall’altro Lotito invece non ha mai aperto all’ipotesi di cessione. Anzi, quasi a sfregio della contestazione imperante, sta comprando anche la Reggina in Serie D con un esborso che è minimo (2/3 milioni di euro) ma che però è pur sempre un impegno, anche per il rispetto che si deve alla società calabrese.CAIRO E LA PARTITA PER LA CESSIONE DEL TORO: LO STADIO COME CHIAVE DI VOLTA Entrando nello specifico delle cose granata va detto che qualcosa, seppur molto lentamente, pare muoversi. A iniziare, come si diceva, dal punto decisivo che ormai Cairo parla apertamente di essere disposto alla cessione. Ed è in questo quadro che va notata una serie di episodi recenti che se da un lato non assicurano nulla, dall’altro potrebbero essere sintomatici. In primo luogo, negli ultimi giorni, è emerso come la banca di investimento americana Bank of America Merrill Lynch stia sondando il mercato per verificare opportunità strategiche per il club e avrebbe raccolto le prime possibili manifestazioni di interesse da parte di investitori nordamericani. Anche se resta il nodo principale della valutazione. Da quanto emerso per i potenziali acquirenti, il valore di mercato del Torino si collocherebbe sotto la soglia dei 200 milioni di euro, o comunque poco al di sotto. Una stima che, al momento, non coinciderebbe con le aspettative di Cairo che valuta il club oltre quella cifra.  Resta da capire inoltre come si svilupperà la partita per lo stadio, che ha visto cadere le ipoteche dando al Torino la possibilità di metterci mano. Il club granata ha formalizzato ad aprile una manifestazione di interesse, finalizzata alla presentazione di una proposta di partenariato pubblico-privato, per lo studio della quale aveva siglato un accordo con il Politecnico di Torino.  Proprio su questo punto va segnalato che nel convegno “Sport e Finanza: Trasparenza, governance e asset infrastrutturali nell’industria dello sport” organizzato a Milano a fine maggio dallo studio legale GA Alliance, il segretario generale del Torino Andrea Bernardelli ha spiegato che probabilmente una possibile cessione potrà avvenire soltanto una volta sciolto il nodo immobiliare legato alla Stadio Olimpico Grande Torino: «Il presidente Cairo ha detto a più riprese di essere disposto a cedere il Torino. Ha anche detto che lo farebbe di fronte a una proposta e a un soggetto in grado di fare meglio di lui. Non so quindi cosa potrà succedere. Detto ciò, per quanto ritengo dal mio personale punto di vista, la vendita non avverrà prima di aver concluso l’iter dello stadio. Arrivato a questo punto, dopo 21 anni di presidenza, Cairo è molto vicino a poter concludere».   Però su questo va sottolineato che l’ambiente politico cittadino sta mettendo pressione a Cairo sul dossier. Nel consiglio comunale recentemente si è discusso delle tempistiche relative alla presentazione della proposta di partenariato pubblico-privato promessa ad aprile dal Torino al Comune, proprietario dell’impianto. E di conseguenza anche sugli sviluppi possibili dal 1° gennaio del prossimo anno, dopo che sarà scaduta la proroga originaria dell’affitto dello stadio, fissata per il 31 dicembre 2026. L’assessore allo Sport del Comune di Torino Domenico Carretta  ha spiegato che il Comune ha invitato a più riprese il club di Cairo a proseguire nel redigere la proposta di partenariato, di cui lo stesso patron granata ha sempre parlato.Ovviamente nella proposta non potrà mancare un progetto di fattibilità, un piano economico-finanziario, un  cronoprogramma e altra documentazione fondamentale. Insomma, dovrà essere una proposta concreta, dettagliata. il Comune, dunque, sarà poi chiamato ad analizzare e dichiarare adeguata o meno la proposta del Torino. Un iter complesso, senza dimenticare la questione relativa alla possibile cessione del club, che diventerebbe certamente più appetibile, e dal valore maggiore, con una questione stadio definitivamente risolta e avviata verso un partenariato pubblico-privato. Però, secondo quanto trapela, da parte della giunta del sindaco Lo Russo c’è la speranza che il Torino presenti tale domanda entro il mese di settembre.  Da ultimo, più a mo’ di suggestione, va segnalata una notizia che è passata per lo più inosservata: ovvero che lo stesso Cairo ha avviato il riassetto delle attività sportive di RCS. Nel particolare l’operazione prevede lo scorporo dell’intera partecipazione in RCS Sport, insieme ad alcuni marchi e nomi di dominio di RCS MediaGroup collegati all’organizzazione di manifestazioni sportive. Tra gli asset coinvolti figurano in particolare il Giro d’Italia, le quattro grandi classiche italiane del ciclismo — Milano-Sanremo, Tirreno-Adriatico, Giro di Lombardia e Strade Bianche — oltre all’UAE Tour, corsa a tappe che si disputa negli Emirati Arabi Uniti, e alla Milano Marathon.  Ufficialmente l’obiettivo è concentrare in un’unica società tutte le attività relative all’organizzazione, alla gestione e alla valorizzazione commerciale degli eventi sportivi. Una scelta pensata per rendere più efficiente la struttura del gruppo in un settore che rappresenta una componente rilevante del business di RCS, sia sul piano editoriale sia su quello commerciale. È una manovra che può avere diversi significati e può anche essere volta semplicemente a separare asset che attengono a business diversi. Però talvolta può anche propedeutica a una cessione della attività scorporate. E in questo senso questa testata è in grado di svelare che una delle idee di alcuni advisor sottostanti alla cessione del Torino era quella di vendere il club granata assieme alle altre attività sportive controllate, in primis il Giro d’Italia. Un’opzione che però il patron ha però sempre escluso ritenendo la corsa rosa una gallina dalle uova d’oro con ancora un gran valore inespresso. I PROBLEMI DI LOTITO CON I TIFOSI E I PIANI SOSPESI TRA FLAMINIO E NASDAQ  Sulla sponda biancoceleste del Tevere invece il quadro alquanto diverso.  Innanzitutto, non si può non partire dal punto principale: ovvero che il patron Claudio Lotito, a differenza del suo collega in granata, sinora ha sempre affermato di non voler cedere la Lazio. E quindi per quanto sia vero che le società calcistiche siano patrimonio culturale e sportivo dei tifosi e della città in cui hanno sede, è altrettanto vero che in termini legali sono società di diritto privato e quindi soggette alle volontà del maggiore azionista. Nello stesso tempo è evidente che nella Roma biancoceleste la situazione è notevolmente incancrenita dopo le incessanti manifestazioni di piazza che nella scorsa stagione sono sfociate nel clamoroso sciopero del tifo nelle ultime partite. E in questo senso va detto che non solo non si vede la luce in fondo al tunnel, ma anzi che il quadro sembra peggiorare e in questo senso poco sembra essere servita la lettera aperta di Lotito ai tifosi su Il Messaggero.  La tifoseria più calda, quella organizzata della Curva Nord, ha annunciato di volere non rinnovare gli abbonamenti per il settore più caldo del tifo biancoceleste. E questa mossa, oltre al valore simbolico, ne ha anche uno tangibile e pecuniario visto che secondo le stime de Il Corriere dello Sport equivarrebbe (se nessuno rimpiazzasse i gruppi ultrà storici negli abbonamenti di questi posti) a un mancato incasso che potrebbe giungere a 20 milioni. Insomma, la strategia dei tifosi sembra avere alzato il tiro e colpirebbe Lotito nel portafoglio. Il tutto ben sapendo che: al pari della passata stagione non vi saranno incassi dalle coppe europee come la scorsa stagione anche quest’estate, a causa dello sforamento dell’indicatore di Costo del Lavoro Allargato, il mercato dovrà essere a saldo positivo a meno che non intervenga una ricapitalizzazione da parte della proprietà e che il nuovo allenatore Gennaro Gattuso, reduce dal flop in Nazionale, non è proprio il sinonimo di gioco offensivo che possa entusiasmare i tifosi (non è Zeman insomma) e anche sviluppare talenti da rivendere a peso d’oro l’anno successivo. Non è un caso d’altronde se un grande tifoso laziale quale Luigi Bisignani, noto come “l’uomo che sussurrava ai potenti” per il suo fitto network di conoscenze altolocate negli ambienti politici ed economici, ha consigliato a Lotito di farsi aiutare da un fondo o dai banchieri romani. In questo quadro c’è un punto da sottolineare: nel 2027 la Lazio avrà terminato di pagare il debito più che ventennale contratto nei confronti dell’erario tramite il quale Lotito salvò il club. E quindi dopo la fine della prossima stagione la società avrà una forza economica superiore.Però è evidente che vista l’attualità questo difficilmente basterà a tradursi in una accresciuta fiducia da parte dei tifosi, se questi non vedono un salto di qualità concreto da parte della proprietà. Nei mesi scorsi per esempio in più occasioni si è parlato del progetto dello Stadio della Lazio ristrutturando il Flaminio. Un progetto molto affascinante anche perché segue i dettami di non consumare nuovo suolo pubblico, perché ridarebbe vita a un capolavoro dell’architettura del ‘900 e soprattutto perché darebbe una nuova casa e una grande patrimonializzazione al club biancoceleste. Detto questo però i tifosi hanno bisogno di concretezza in questo momento e il piano del nuovo stadio, sempre che sia realizzabile, appare ancora lontano. E questo non solo per colpa della Lazio viste le lungaggini infrastrutturali del nostro Paese. Allo stesso modo più volte nei mesi scorsi si è parlato dell’ipotesi di quotarsi al Nasdaq da parte del club biancoceleste e lo scorso dicembre c’è stata anche una cerimonia ufficiale alla borsa newyorchese. Però anche su questo punto per convincere i tifosi ci vorrebbe qualcosa di concreto. In questo quadro Calcio e Finanza può svelare che il management biancoceleste ha in programma in luglio degli importi appuntamenti con manager nordamericani e che nel frattempo in Europa sta incontrando investment banker di primarie banche d’affari per vedere se c’è la possibilità e la convenienza di portare la Lazio sui listini d’oltreoceano e di eventualmente delistarla dalla borsa di Milano. E in questo senso vedremo come andrà. Però è innegabile che il muro contro muro creatosi tra Lotito e i tifosi necessita sempre più di un salto di qualità tramite pezze d’appoggio molto concrete (e non parole) per sbloccare un’impasse ormai non più sostenibile e dalla quale altrimenti non si vede come uscire.