Da anni Airbnb viene strumentalmente indicata come una delle cause dell’overtourism nelle grandi città e nei principali poli turistici. Eppure, la stessa piattaforma che può contribuire ad aumentare la pressione nelle destinazioni già congestionate può trasformarsi in una risorsa per territori che soffrono del problema opposto: la scarsità di visitatori. Dove invece mancano strutture ricettive e posti letto, può diventare uno strumento essenziale per rendere possibile l’attività turistica.Un patrimonio enorme concentrato nei piccoli comuniI numeri raccontano un’Italia turistica profondamente sbilanciata. I primi venti comuni del Paese attirano un terzo dei visitatori complessivi, mentre l’80% delle province si divide appena il 36% dei flussi turistici. Una concentrazione che lascia ai margini una parte significativa del patrimonio culturale, storico e paesaggistico nazionale.Eppure i comuni con meno di 30mila abitanti rappresentano il 96% dei comuni italiani e custodiscono una quota rilevante delle eccellenze del Paese. In queste realtà si trova l’80% dei siti Unesco, il 64% dei musei, il 67% dei parchi archeologici e il 73% dei ristoranti stellati Michelin.Airbnb come risposta alla carenza di alloggiIl principale ostacolo alla crescita del turismo nei piccoli centri è la limitata capacità ricettiva. Solo la metà dei piccoli comuni dispone di almeno un hotel. È qui che Airbnb assume un ruolo diverso rispetto a quello che svolge nelle grandi città.La piattaforma è presente nel 75% dei piccoli comuni italiani, pari a circa 5.700 comunità, e in un terzo di questi territori rappresenta addirittura l’unica possibilità di pernottamento disponibile. Uno studio di TEHA – Ambrosetti per Airbnb individua 688 comunità dotate di attrazioni culturali e turistiche rilevanti nelle quali gli alloggi offerti tramite Airbnb costituiscono l’unica soluzione per fermarsi almeno una notte.L’impatto economico sui territoriNel 2025 Airbnb ha generato nei piccoli comuni italiani un impatto economico stimato in 836 milioni di euro, sostenendo attività lavorative equivalenti a circa 4.600 posti di lavoro a tempo pieno.La spesa diretta degli ospiti ha raggiunto 346 milioni di euro, di cui 143 milioni nella ristorazione, 100 milioni nello shopping e 61 milioni nei trasporti. Nello stesso anno la piattaforma ha favorito circa 250 mila pernottamenti, inclusi 50 mila soggiorni di visitatori stranieri.Dalle regole all’accanimento burocraticoChe il turismo di massa possa creare problemi in alcune città è un dato di fatto. Più discutibile è l’idea che la soluzione consista nel limitare progressivamente la libertà dei proprietari di utilizzare i propri immobili. Negli ultimi anni si è assistito a una stratificazione continua di vincoli, registrazioni, autorizzazioni, comunicazioni obbligatorie e adempimenti fiscali che hanno trasformato un’attività privata in un percorso a ostacoli.Comuni, Regioni e Stato intervengono ormai contemporaneamente sullo stesso settore. Da una parte arrivano i divieti urbanistici, i limiti ai giorni di locazione e le nuove procedure amministrative. Dall’altra si moltiplicano gli obblighi nazionali, dal Codice Identificativo Nazionale alle comunicazioni verso Questura, Regione, Comune e Agenzia delle Entrate. Il risultato è che chi mette a reddito una proprietà deve confrontarsi con una mole crescente di burocrazia e costi.La proprietà privata sempre più sotto tutela pubblicaL’aspetto più significativo della stretta riguarda però il principio che sembra affermarsi dietro queste misure. La proprietà privata non viene più considerata un bene che il titolare può liberamente utilizzare nel rispetto della legge, ma una risorsa da indirizzare secondo gli obiettivi delle amministrazioni pubbliche. Se un Comune ritiene che manchino alloggi per residenti, se una Regione vuole ridurre i flussi turistici o se lo Stato intende aumentare il controllo fiscale, il proprietario si ritrova progressivamente privato di margini di scelta.La riduzione della soglia oltre la quale scatta la presunzione di attività imprenditoriale va esattamente in questa direzione. Fino a pochi anni fa il limite era fissato a quattro immobili; oggi, con tre appartamenti locati a breve termine, si viene considerati imprenditori a tutti gli effetti, con obblighi fiscali e contributivi ben più gravosi. Una scelta che non colpisce grandi catene alberghiere o fondi immobiliari, ma migliaia di piccoli proprietari.Il rischio di una politica contro l’offertaLa contraddizione è evidente soprattutto nei territori dove mancano strutture ricettive. Mentre numerosi studi mostrano come gli affitti brevi possano contribuire a portare visitatori e risorse economiche nei piccoli comuni, una parte della politica continua a rispondere con nuovi divieti e nuovi adempimenti. Il rischio è che, nel tentativo di governare il mercato, si finisca per scoraggiare proprio quell’offerta che rende possibili investimenti, turismo e valorizzazione del patrimonio locale.Alla fine la questione va oltre Airbnb. Il punto è capire se un immobile debba restare nella disponibilità del proprietario oppure diventare, di fatto, un bene il cui utilizzo è sempre più subordinato alle autorizzazioni, ai limiti e agli obiettivi stabiliti dalla politica.Enrico Foscarini, 20 giugno 2026L'articolo Airbnb fa bene ai piccoli Comuni. La libertà vince sempre proviene da Nicolaporro.it.