Ecco come la contesa Xi-Trump si è spostata in America Latina

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L’attenzione riservata dalla seconda amministrazione Trump all’emisfero occidentale ha suscitato sorprese e preoccupazioni internazionali. La centralità della regione è emersa già nell’“inauguration speech” del presidente ed è stata poi confermata dalla National security strategy (Nss) e dalla National defense strategy (Nds).Più che una rottura con la tradizione americana, il nuovo corso rappresenta un ritorno a una logica storica: la sicurezza degli Stati Uniti dipende dal controllo geopolitico delle Americhe e dall’esclusione di potenze rivali dal continente. La Nss è esplicita. Per la prima volta da decenni il “Western hemisphere” compare come priorità strategica primaria, persino prima dell’Indo-Pacifico. Washington afferma di voler garantire che l’emisfero rimanga “stabile e ben governato”, impedire “incursioni ostili straniere”, proteggere “critical supply chains” e assicurare “accesso continuativo a località strategiche”. La strategia definisce apertamente questo approccio come un nuovo “Trump corollary” alla dottrina Monroe.Il riferimento storico non è casuale. Dalla dottrina Monroe del 1823 al corollario Roosevelt del 1904, passando per la Politica di buon vicinato di Fdr, l’Alleanza per il progresso di Kennedy e l’attivismo antisovietico di Reagan, gli Stati Uniti hanno sempre concepito le di Reagan, gli Stati Uniti hanno sempre concepito le Americhe come propria sfera naturale di influenza. La vera eccezione storica è stata il periodo post-Guerra fredda. Con il collasso dell’Urss, Washington ridusse progressivamente il proprio attivismo regionale: gli anni Novanta furono dominati da liberalizzazione economica e cooperazione multilaterale, mentre dopo l’11 settembre l’attenzione strategica americana si spostò verso Medio Oriente e guerra al terrorismo. È proprio in questo vuoto geopolitico che Cina, Russia e Iran hanno ampliato la propria influenza regionale.La Nss 2025 identifica infatti le “incursioni di competitor non emisferici” come uno dei “grandi errori strategici” delle amministrazioni precedenti e sebbene il documento non citi la Cina nella sezione dedicata alle Americhe, il riferimento è evidente. La Nds definisce Pechino il principale competitor economico e industriale degli Stati Uniti, sottolineando i rischi derivanti dalla crescente influenza cinese su infrastrutture critiche, telecomunicazioni, risorse energetiche e supply chain strategiche. Negli ultimi vent’anni la Cina ha infatti costruito una presenza economica senza precedenti in America Latina. Il commercio bilaterale è passato da circa 12 miliardi di dollari nel 2000 a oltre 500 miliardi oggi.Pechino è diventato il principale partner commerciale del Sud America e il principale finanziatore di grandi progetti infrastrutturali attraverso la Belt and road initiative. Gli investimenti si concentrano in settori strategici: in Perù, Cosco controlla il porto di Chancay; in Argentina la Cina ha finanziato infrastrutture ferroviarie ed energetiche e controlla una base spaziale; in Brasile aziende come State Grid hanno acquisito posizioni prominenti nel settore energetico.Ancora più rilevante è l’azione cinese delle filiere minerarie con investimenti nel “triangolo del litio” tra Argentina, Bolivia e Cile e una posizione quasi monopolistica nella raffinazione delle terre rare. A tal proposito, Nss e Nds collegano direttamente sicurezza nazionale e controllo delle risorse strategiche, considerate essenziali tanto sul piano industriale quanto su quello militare. Da questo quadro deriva il nuovo attivismo americano nell’emisfero.Le pressioni su Panama per ridimensionare i rapporti con la Bri e favorire il trasferimento di asset strategici a BlackRock, così come l’intervento in Venezuela, Paese con le maggiori riserve petrolifere mondiali e alleato regionale di Cina, Russia e Iran, sono state interpretate a Washington come vittorie geopolitiche.Lo stesso vale per Groenlandia e Artico: le dichiarazioni trumpiane sull’acquisizione dell’isola riflettono una logica precisa di controllo delle rotte artiche, accesso alle terre rare e contenimento dell’influenza cinese e russa. Trump appare dunque meno isolazionista di quanto spesso venga descritto. Più che un ritiro dal mondo, si assiste a una ridefinizione delle priorità strategiche: minore attenzione verso Europa e multilateralismo e maggiore enfasi su pressione economica, potenza militare e “big stick diplomacy” in stile Theodore Roosevelt.La continuità storica è evidente; a cambiare sono soprattutto retorica e strumenti (interventi militari, coercizione economica, attacchi frontali al Papa) che rischiano tuttavia di rafforzare l’antiamericanismo latino-americano e spingere ulteriormente molti governi regionali verso Pechino. Per essere sostenibile nel lungo periodo, il revival emisferico delineato dalla Nss e dalla Nds dovrebbe quindi combinare contenimento strategico e integrazione economica, affiancando alla competizione geopolitica investimenti e sviluppo condiviso.Formiche 225