Pakistan. L’acqua diventa arma contro l’India: verso una nuova crisi strategica

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di Giuseppe Gagliano – La sospensione del Trattato sulle acque dell’Indo da parte dell’India apre una nuova fase di tensione con il Pakistan, trasformando una delle poche intese sopravvissute a decenni di conflitti in un ulteriore terreno di scontro. Dopo l’attentato di Pahalgam dell’aprile 2025, attribuito da Nuova Delhi al Fronte di Resistenza con presunti legami pakistani, il governo di Narendra Modi ha deciso di interrompere la cooperazione idrica, colpendo uno dei punti più sensibili per Islamabad.Il Trattato del 1960 aveva resistito alle guerre del 1965, del 1971 e del 1999, oltre alle continue tensioni sul Kashmir. La sua sospensione rappresenta quindi una rottura significativa. L’India non dispone ancora della capacità di bloccare o deviare rapidamente i grandi flussi d’acqua, ma il semplice annuncio di una futura possibilità di controllo delle risorse idriche introduce un elemento di pressione strategica permanente.Per il Pakistan la questione è vitale. L’Indo, il Chenab e il Jhelum alimentano gran parte dell’agricoltura nazionale e garantiscono la produzione di beni essenziali come grano, riso e cotone. Una riduzione significativa dei flussi potrebbe compromettere la sicurezza alimentare, aggravare l’inflazione e aumentare l’instabilità economica e sociale. Per questo il primo ministro Shehbaz Sharif ha avvertito che qualsiasi alterazione delle acque condivise potrebbe essere considerata un atto di guerra.La strategia indiana si inserisce nel più ampio progetto di rafforzamento del controllo sul Kashmir e sulle regioni himalayane. Attraverso nuove infrastrutture idroelettriche e sistemi di accumulo, Nuova Delhi punta ad accrescere il proprio margine di manovra nei confronti del vicino. Islamabad denuncia invece il rischio di una crescente “idroegemonia”, cioè la capacità dello Stato a monte di condizionare quello a valle grazie al controllo delle sorgenti e dei principali corsi d’acqua.La crisi presenta anche rilevanti implicazioni militari. A differenza di un attacco armato tradizionale, la gestione dei flussi idrici produce effetti graduali e difficili da interpretare. La riduzione dell’acqua disponibile, il riempimento di un bacino o la modifica dei rilasci possono essere percepiti come atti ostili senza costituire una violazione evidente. Questa ambiguità aumenta il rischio di incomprensioni e di escalation tra due potenze dotate di armi nucleari.Sul piano economico il Pakistan appare il soggetto più vulnerabile. L’intero sistema agricolo nazionale dipende dall’irrigazione e una crisi idrica prolungata potrebbe avere conseguenze dirette su produzione, occupazione rurale, prezzi alimentari e stabilità finanziaria. Anche l’India, tuttavia, deve fare i conti con costi elevati per la realizzazione delle infrastrutture necessarie e con possibili ripercussioni diplomatiche sulla propria immagine internazionale.La disputa conferma come l’acqua stia assumendo un ruolo sempre più centrale nelle dinamiche geopolitiche del XXI secolo. Il cambiamento climatico, la pressione demografica e la crescente domanda di risorse rendono i sistemi fluviali strategici quanto energia, materie prime e rotte commerciali. In questo contesto, la sospensione del Trattato dell’Indo riduce gli strumenti di cooperazione proprio mentre la risorsa diventa più preziosa e contesa.India e Pakistan sembrano così avviarsi verso una nuova fase di ostilità controllata, nella quale l’acqua rischia di sostituire il Kashmir come principale simbolo della rivalità bilaterale. Il pericolo è che una questione apparentemente tecnica si trasformi in una crisi strategica capace di incidere direttamente sulla vita di milioni di persone e sulla stabilità dell’intera Asia meridionale.