Afghanistan: la resistenza silenziosa delle donne invisibili spaventa i talebani

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AGI - A quasi cinque anni dal ritorno dei talebani al potere a Kabul, l'Afghanistan non fa più notizia, o quasi. Nei giorni scorsi si è tornato a parlare dell'Emirato Islamico per l'ondata di arresti di decine di donne a Herat da parte della polizia morale perché non indossavano l'abbigliamento imposto dai talebani. Le proteste sono state represse con la forza causando almeno una vittima, suscitando la condanna dell'Unione Europea e la preoccupazione dell'Onu. Le donne sono state arrestate per non aver indossato il chador o il burqa, indumenti che coprono l'intero corpo, fermate da agenti del ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (Pvpv), che le hanno fatto salire a bordo di veicoli, ma di loro non si hanno più notizie. Da altre città, tra cui Kabul, la capitale, sono giunte notizie di altre proteste e arresti, andate poi a scemare fino a tornare alla bolla di silenzio e invisibilità che avvolge le afghane dall'estate del 2021.Anche per questo motivo, in Italia è stata indetta una manifestazione a sostegno delle donne afghane, organizzata dalle giovani afghane rifugiate in difesa dei diritti e della libertà delle connazionali. Una protesta solidale, sostenuta dal Partito Radicale, che si tiene oggi a Roma alle ore 17 in Piazza Santi Apostoli.La situazione a HeratIn effetti, "abbiamo assistito a una stretta più significativa proprio a Herat, il cui governatore è più vicino all'ala conservatrice del potere talebano. Ci sono state proteste represse con uno scontro aperto. Herat è sempre stata avanti a livello culturale e questa volta, novità significativa, alle manifestazioni hanno preso parte anche degli uomini, a testimonianza del malcontento diffuso. Tuttavia resistere in modo così aperto, sfidando il potere, è pericoloso". A parlare all'AGI è Livia Maurizi, direttrice di Nove Caring Humans, una delle poche Ong italiane che operano ancora nel Paese asiatico, dove è attiva dal 2013.Un sistema di esclusione delle donne"Dalla presa di Kabul dai talebani, l'Afghanistan non è semplicemente tornato indietro ma è diventato il laboratorio di un sistema politico che organizza l'esclusione delle donne come forma di governo. Le afghane sono state progressivamente espulse dall'istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica, dalla giustizia e persino dagli spazi umanitari da quando per loro non è più consentito lavorare con le ong e nelle Nazioni Unite", gli fa eco Arianna Briganti, co-fondatrice e vice presidente di Nove. "L'Afghanistan è l'unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietata l'istruzione secondaria e universitaria, quindi quasi l'80% di loro non studiano secondo dati di UN Women, non lavorano e non ricevono formazione. Sono dati agghiaccianti. E la cosa molto preoccupante è che ancora in Occidente è uno scenario che non si conosce. Non stiamo soltanto parlando di una somma di divieti che sono tantissimi ormai, per la maggior parte esplicitamente contro le donne. Abbiamo davanti una struttura di segregazione istituzionalizzata che viene chiamata da alcuni gender apartheid", sottolinea Briganti, socio-economista di sviluppo e specialista di Gender Equality e Women, Peace and Security (Wps).Nuove restrizioni e controlli"Man mano, il potere sta varando editi e provvedimenti che rafforzano ulteriormente il controllo sulle donne, sulla loro vita matrimoniale, dando più poteri ai tribunali religiosi, come col codice sulla separazione in vigore dal mese scorso. In questi anni c'è stato un progressivo isolamento delle donne ma a rischio è una buona parte della società in generale, come dimostra l'entrata in vigore il 17 giugno del divieto di utilizzo degli smartphone ai dipendenti pubblici. Un divieto che se venisse esteso metterebbe a rischio il lavoro delle Ong come la nostra", avverte Maurizi, già responsabile dei programmi di Nove in Afghanistan. Il divieto di smartphone riguarderebbe sia il personale civile sia quello militare e prevederebbe deroghe soltanto con l'autorizzazione della Guida suprema, Hibatullah Akhundzada. Il suo utilizzo, secondo alcune fonti, potrebbe comportare il licenziamento e persino conseguenze penali, fino a sei mesi di carcere.Le iniziative di sostegno"Tenuto conto di tutti questi divieti e restrizioni, i nostri interventi vengono costruiti e attuati sulla base di un equilibrio tra quello che è possibile fare e quello che è necessario. La nostra priorità è quella di difendere gli spazi virtuosi che sono stati creati da queste donne che io vedo come fiammiferi che si accendono a vicenda, si danno forza e sostegno, e che noi cerchiamo di non far spegnere grazie ai mezzi che mettiamo a loro disposizione", racconta la direttrice di Nove all'AGI.La storia di NasrinMaurizi ci riporta, tra le tante, la storia di Nasrin, giovane ragazza autodidatta, vincitrice del Women Business Prize 2025 per la sua attività basata su un'idea molto innovativa che unisce ambiente e diritti delle donne. Nonostante l'opposizione del padre, Nasrin produce e vende a poco prezzo assorbenti riutilizzabili: è riuscita a tirare su una impresa che genera profitto e occupazione, oltre a portare avanti il tema della tutela dell'ambiente e dei diritti civili, diventando così un simbolo della "resistenza civile silenziosa" delle afghane.Progetti per l'imprenditoria femminileDopo il successo della prima edizione del premio per l'imprenditoria femminile in Afghanistan, Nove sta cercando di ampliare la 'call' a più province e categorie di impresa, oltre a lavorare alla creazione di un apposito sportello per aiutare le afghane a far nascere e crescere la propria impresa, dando loro continuità nel tempo. Tuttavia, evidenzia l'interlocutrice, "lavorare sul medio lungo periodo in un Paese che guarda al giorno dopo è davvero difficile. Molte delle donne che supportiamo si chiedono cosa daranno da mangiare la sera stessa ai propri figli. In questi casi forniamo loro un aiuto economico per comprare cibo e beni salvavita, con i progetti Dignity e Feda. Al contempo, oltre all'emergenza, diamo strumenti per formarsi e fare impresa a quelle donne che hanno le capacità e risorse emotive per costruirsi un futuro diverso".Il progetto Bread for WomenUno dei progetti tra i più emblematici di Nove Caring Humans è Bread for Women, con donne che gestiscono panifici, ovvero attività produttive e reti di sostegno che collegano reddito, quindi sviluppo socio-economico, salute mentale e contrasto all'esclusione sociale. "Il pane distribuito non è soltanto assistenza o assistenzialismo, mantiene in vita economie familiari partendo dalle donne che sono panettiere. Questo progetto mantiene in vita relazioni comunitarie in quanto donne e bambini si incontrano in queste panetterie che sono all'interno di case private, dando loro un margine di autonomia nella cornice di un sistema che le vuole rendere completamente dipendenti e assolutamente invisibili", testimonia Briganti. "Questo è un esempio di come la resistenza in Afghanistan esiste, è sempre esistita anche se viene poco raccontata. È una resistenza sottile, non è quella a cui siamo abituati in Occidente con proteste di piazza e atti più visibili. Le donne afghane non hanno mai smesso di organizzarsi, di agire e reagire, di sostenere le proprie comunità", insiste la vice-presidente di Nove.Resilienza e innovazione"Dai software all'IA, dall'IT allo zafferano, dai tappeti all'import-export. Continuo a stupirmi della resilienza e delle capacità di innovazione sociale ed economiche delle afghane, artigiane, imprenditrici, studentesse. Questo vale non solo lavorativamente parlando ma anche nella loro vita personale, sempre pronte a reinventarsi e a trovare nuove strade", riferisce Elena Noacco, altra co-fondatrice di Nove in prima linea nei programmi dell'organizzazione in Afghanistan.Reti e collaborazioneIn un contesto di forti limitazioni a più livelli, queste ragazze e donne riescono a creare spazi di innovazione e crescita. Tutte hanno un filo comune: il riciclo, la digitalizzazione per il loro business online oltre a reti informali di collaborazione. "Per sostenerle abbiamo creato gruppi di mutuo aiuto tra imprenditrici per tenere alta la bandiera della motivazione", sottolinea Noacco, esperta nella gestione di progetti di emergenza in aree di conflitto e catastrofi naturali, che accompagna le afghane da 20 anni.Donne e leadership familiare"Queste donne sono in grado di coordinare attività complesse di business, anche all'estero, che le portano a stare sul mercato internazionale nonostante i tanti problemi strutturali e infrastrutturali del proprio Paese. Sono tante le storie di competenza e determinazione. Molte di loro sono madri di 3-4 figli e capofamiglia, di cui alcune di loro per fortuna possono contare sul supporto del marito. Sono autonome, trasmettono ai propri figli valori, spirito critico e una eredità che rischiava di andare persa, dopo le conquiste del periodo 'democratico'. Mettono in atto tutte le competenze acquisite, sono istruite, sono dei 'role model' per le loro figlie che purtroppo non possono andare a scuola. Trasmettono una forza vitale enorme nonostante la sofferenza. Riescono a immaginare un altro futuro possibile per loro e per i propri figli, racconta ancora l'esponente di Nove.Critiche alla narrazione internazionalePurtroppo "le condizioni politiche intorno a loro sono state deliberatamente totalmente distrutte. Va contestata anche questa narrazione politica di una presunta stabilizzazione dell'Afghanistan governato dai talebani, narrazione che arriva dall'Occidente, dall'Europa in particolare, che registra una ripresa economica, seppur modesta, sulla base dei dati della Banca mondiale. Tre afghani su quattro non riesce a soddisfare i propri bisogni, quindi la crescita non si sta affatto traducendo in migliori condizioni di vita, anzi", valuta Briganti, ricontestualizzando la resistenza silenziosa delle "donne fiammiferi afghane".Il ruolo della comunità internazionale"La comunità internazionale deve evitare due errori: abbandonare la popolazione per non legittimare i talebani e normalizzare il regime in nome della sicurezza, come sta per fare l'Unione europea, che vuole invitare a Bruxelles i talebani per parlare di controllo migratorio, di rimpatri di afghani in Afghanistan perché considerato un Paese stabile. Sono due errori opposti e gravissimi. L'assistenza deve continuare attraverso organizzazioni come la nostra, e organizzazioni locali che hanno una rete molto forte. Ogni interlocuzione politica deve avere come linea invalicabile i diritti umani. Non esistono diritti umani completi senza il pieno diritto delle donne a esistere. Quindi non si può finanziare la sopravvivenza degli afghani mentre si negozia il silenzio sulle cause della loro oppressione. Questo è un errore che conosciamo molto bene e al quale Nove non smetterà mai di contrapporsi", conclude la vice-presidente.