Tassa sui pacchi, Sugar Tax e Plastic Tax: il ritorno delle imposte fantasma

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Ci sono imposte che entrano in vigore, producono gettito e poi vengono eventualmente corrette o abolite. Altre, invece, restano sospese in una sorta di limbo permanente: vengono approvate, contabilizzate nei bilanci pubblici e considerate come entrate certe, salvo poi essere rinviate o messe in discussione quando arriva il momento di applicarle. È il caso della nuova tassa sui pacchi provenienti da Paesi extra-Ue sotto i 150 euro, destinata a entrare in vigore dal 1° luglio.L’obiettivo dichiarato è quello di contrastare l’afflusso di merci a basso costo provenienti soprattutto dall’Asia e rafforzare i controlli doganali. Tuttavia, prima ancora dell’avvio ufficiale della misura, molti operatori della logistica e dell’e-commerce hanno già trovato modalità per aggirarla. I pacchi partono dalla Cina, transitano attraverso hub logistici europei come quelli polacchi e raggiungono l’Italia dopo aver attraversato il continente su gomma, riducendo l’impatto del nuovo prelievo.Il problema si complica ulteriormente perché, sempre dal 1° luglio, entrerà in vigore anche il contributo europeo temporaneo da 3 euro sulle spedizioni di modesto valore. Senza un coordinamento tra Roma e Bruxelles, il rischio è quello di una duplicazione dei costi. Da novembre, con l’aggiunta della commissione europea di gestione doganale, il totale potrebbe arrivare fino a 7 euro per spedizione. Una cifra che pesa notevolmente quando il valore del bene acquistato è di appena dieci o venti euro.L’appello di Netcomm: evitare sovrapposizioniPer questo motivo Netcomm, insieme a Federlogistica e Federdistribuzione, ha chiesto al governo di sospendere la misura nazionale fino all’entrata in vigore del sistema europeo e successivamente cancellarla.Il presidente di Netcomm, Roberto Liscia, sostiene che il rafforzamento dei controlli sia necessario perché molti prodotti provenienti dall’estero sfuggono al corretto pagamento dell’Iva. Tuttavia, secondo l’associazione, il prelievo dovrebbe essere applicato a livello europeo e non nazionale, per evitare squilibri all’interno del mercato unico.Liscia ricorda inoltre il precedente francese, dove un contributo analogo avrebbe provocato uno spostamento massiccio delle spedizioni verso altri Paesi europei, riducendo drasticamente gli incassi previsti. Il tema riguarda anche la proporzionalità dell’imposta: un costo aggiuntivo di diversi euro può essere sostenibile su una spedizione da 150 euro, ma rischia di diventare eccessivo su acquisti di valore molto ridotto.Il vero ostacolo è nei conti pubbliciLa questione, però, non è soltanto economica o commerciale. È soprattutto contabile.La tassa sui pacchi non è stata concepita come una misura temporanea destinata a scomparire con l’arrivo della normativa europea. Nella Legge di Bilancio il governo ha già contabilizzato 122,5 milioni di euro di entrate per il 2026 e circa 245 milioni di euro annui a partire dal 2027.Questo significa che il gettito è già stato incorporato nelle previsioni finanziarie dello Stato. Eliminare l’imposta richiederebbe quindi di trovare risorse alternative in grado di coprire quelle somme. È lo stesso problema che negli ultimi anni ha accompagnato numerose altre imposte mai realmente entrate a regime.Leggi anche:Tassa sui pacchi, ecco l’incubo che ci aspetta a luglioTassa sui pacchi: il balzello slitta ma incombe il dazio UeTassa pacchi, un pasticcio con il buco nei conti intornoLa tassa sui piccoli pacchi è un flop di StatoTobin tax e tassa su tutti i pacchi. Così si ingozza la Bestia statalePlastic Tax e Sugar Tax: le tasse che non partono maiLa vicenda ricorda da vicino quella della Plastic Tax e della Sugar Tax, entrambe introdotte con la Legge di Bilancio 2020 durante il secondo governo Conte.La Plastic Tax prevede un’imposta di 45 centesimi per ogni chilogrammo di manufatti in plastica monouso. La Sugar Tax colpisce invece le bevande zuccherate e altri prodotti analoghi. Le due misure erano state presentate come strumenti per incentivare comportamenti più sostenibili e salutari, ma anche per generare nuove entrate fiscali.Da allora, però, entrambe sono state rinviate ripetutamente da governi di diverso colore politico. L’ultima proroga ha spostato l’entrata in vigore al 1° gennaio 2027.Il motivo è semplice: quando si avvicina la scadenza, le associazioni di categoria denunciano gli effetti negativi sulle filiere produttive e il governo preferisce rinviare ancora. Tuttavia il rinvio non è mai gratuito. Poiché il gettito previsto è già stato inserito nei documenti di finanza pubblica, ogni slittamento richiede nuove coperture.Secondo le stime elaborate nel corso degli anni, il costo complessivo dei rinvii avrebbe superato 1,5 miliardi di euro tra Plastic Tax e Sugar Tax. Risorse che lo Stato ha dovuto recuperare altrove per compensare entrate mai realmente incassate.Le clausole di salvaguardia IvaIl caso più eclatante resta però quello delle clausole di salvaguardia sull’Iva, che per quasi un decennio hanno dominato il dibattito sulla finanza pubblica italiana.Il meccanismo era tanto semplice quanto controverso. Per garantire il rispetto degli obiettivi di bilancio, i governi inserivano nelle leggi finanziarie aumenti automatici dell’Iva destinati a scattare negli anni successivi. Quando arrivava il momento di applicarli, però, nessun esecutivo era disposto ad assumersi il costo politico di un aumento generalizzato della tassazione sui consumi.Ogni anno si rendeva quindi necessario trovare nuove coperture per “disinnescare” le clausole e rinviarne gli effetti. Tra il 2015 e il 2020 il costo complessivo di queste operazioni ha superato i 95 miliardi di euro, trasformandosi nella principale voce di ogni manovra finanziaria.La soluzione definitiva arrivò soltanto nel 2020, durante la pandemia. Grazie alla sospensione temporanea delle regole fiscali europee e a un massiccio ricorso al deficit, il governo riuscì a cancellare definitivamente le clausole dai bilanci pubblici.La lezione che arriva dalla tassa sui pacchiLa vicenda della tassa sui pacchi mostra come il problema non riguardi soltanto il commercio elettronico o le importazioni dalla Cina. Il nodo è più profondo e riguarda il modo in cui vengono costruiti i bilanci pubblici.Quando una nuova imposta viene inserita come entrata strutturale, lo Stato tende a considerare quel gettito già disponibile ancora prima di averlo effettivamente riscosso. Da quel momento, qualsiasi ripensamento comporta la necessità di reperire coperture alternative.È esattamente ciò che oggi rischia di accadere con il contributo sui pacchi extra-Ue. Se il governo decidesse di accogliere le richieste degli operatori del settore e cancellare la misura per evitare sovrapposizioni con il sistema europeo, dovrebbe trovare immediatamente oltre 122 milioni di euro per coprire il mancato incasso previsto per quest’anno.Il nodo resta la spesa pubblicaLa vicenda delle tasse fantasma evidenzia una criticità che si ripresenta da anni nella gestione dei conti pubblici. Di fronte alla necessità di finanziare una spesa pubblica che continua ad ampliarsi, la politica tende spesso a introdurre nuove imposte o nuovi prelievi che vengono presentati come strumenti per correggere comportamenti, tutelare l’ambiente o proteggere specifici settori economici.La Sugar Tax viene giustificata con finalità sanitarie, la Plastic Tax con obiettivi ambientali, la tassa sui pacchi con l’esigenza di garantire controlli e riequilibrare la concorrenza. In tutti e tre i casi, però, il risultato finale è l’inserimento di nuove entrate nei bilanci dello Stato.I continui rinvii mostrano inoltre un altro paradosso: le imposte vengono approvate per soddisfare esigenze di gettito, ma quando emergono le conseguenze economiche sulle imprese e sulle filiere produttive la politica preferisce rinviarne l’applicazione, generando nuovi problemi contabili.Anche la tassa sui pacchi appare destinata a scontrarsi con le stesse difficoltà. Da un lato si rischia di penalizzare i consumatori, soprattutto quelli più sensibili al prezzo. Dall’altro si introducono distorsioni che possono spingere gli operatori a riorganizzare i flussi logistici attraverso altri Paesi europei, riducendo l’efficacia stessa del prelievo.La lezione degli ultimi anni sembra essere sempre la stessa: finché la risposta prevalente agli squilibri dei conti pubblici continuerà a essere l’introduzione di nuove imposte, il rischio sarà quello di moltiplicare tasse annunciate, rinviate o cancellate, senza affrontare il tema centrale della sostenibilità della spesa pubblica e dell’efficienza dell’intervento statale nell’economia.Enrico Foscarini, 21 giugno 2026L'articolo Tassa sui pacchi, Sugar Tax e Plastic Tax: il ritorno delle imposte fantasma proviene da Nicolaporro.it.