Come Vinted e fast fashion stanno eliminando i cassonetti gialli per il riciclo dei vestiti

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E’ uscita la nuova puntata di “Frontale”, newsletter di Fabio Massa con riflessioni (su Milano e non solo), inside e racconti di quello che accade in città. Ci si può iscrivere qui: https://frontale.substack.comPer decenni hanno rappresentato un elemento familiare del nostro arredo urbano, un crocevia silenzioso tra il desiderio di fare spazio negli armadi e un sistema etico di economia circolare. Oggi, tuttavia, i celebri cassonetti gialli destinati alla raccolta degli abiti usati stanno progressivamente scomparendo dalle strade di Milano e dell’intera Lombardia. Quello che apparentemente potrebbe sembrare un semplice riassetto logistico è, in realtà, la spia di una crisi ben più profonda. Il modello solidale che per anni ha finanziato progetti sociali e offerto riscatto lavorativo a persone svantaggiate è stretto in una morsa letale: da un lato l’esplosione delle piattaforme di reselling digitale, dall’altro la moda “usa e getta”.La tempesta perfetta: il mercato si sdoppia tra app digitali e abiti di scarsa fatturaI numeri descrivono una vera e propria rivoluzione antropologica nei consumi. Secondo i dati rilevati da HCSP, oggi la metà degli indumenti commercializzati in Europa appartiene alla categoria della modafast fashion, mentre le indagini Doxa certificano che il 65% degli italiani ricorre stabilmente a canali di rivendita dell’usato. Questo scenario ha alterato radicalmente la qualità del materiale che finisce nei canali di raccolta tradizionali.Matteo Lovatti, presidente di Vesti Solidale — la cooperativa che dal 2000 gestisce la rete di cassonetti per conto di Caritas Ambrosiana nelle diocesi di Milano, Bergamo e Brescia —, delinea i contorni di questa trasformazione con la precisione di chi osserva la filiera dall’interno: «Il problema macroscopico del fast fashion risiede nei volumi ipertrofici a fronte di una qualità qualitativa infima». Molti capi acquistati online o nelle grandi catene retail si deteriorano gravemente già dopo pochissimi lavaggi, diventando di fatto inutilizzabili per il mercato della seconda mano.A questo si aggiunge la concorrenza delle piattaforme digitali. «Le persone, legittimamente, scelgono di monetizzare i capi migliori e di maggior valore economico attraverso le piattaforme come Vinted», spiega Lovatti. «Di conseguenza, ai nostri cassonetti storici giunge solo ciò che non ha più mercato: indumenti di qualità estremamente ridotta, privi di quel valore che in passato sosteneva economicamente l’intera catena del riuso».Il vicolo cieco del riciclo impossibile e il paradosso dei bilanci in rossoSe la strada del riutilizzo tessile si presenta sbarrata dalla scarsa qualità, quella del riciclo industriale non offre soluzioni migliori. La composizione stessa degli abiti moderni rappresenta un ostacolo insormontabile per i moderni impianti di trattamento. Il riciclo richiede infatti l’omogeneità della fibra vergine, ma i capi low cost sono quasi interamente costituiti da filati misti, polimeri sintetici e fibre artificiali strettamente intrecciate, la cui separazione è tecnicamente complessa ed economicamente insostenibile. Inoltre, la fibra riciclata che si ottiene ha un valore commerciale talmente basso sul mercato da non coprire i costi operativi di lavorazione.Questo corto circuito si riflette drammaticamente nei bilanci delle realtà non-profit. Nel corso del 2024, Caritas ha registrato un paradosso contabile indicativo: a fronte di un incremento del 15% nei volumi di indumenti raccolti, i ricavi complessivi sono crollati del 7%. «Stiamo gestendo una mole di lavoro sensibilmente superiore, ma abbiamo assistito a una contrazione dei ricavi vicina al 40% nell’ultimo biennio», precisa Lovatti. Un trend che mette a repentaglio la sostenibilità stessa delle cooperative sociali, il cui fine ultimo è l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e il finanziamento di progetti di solidarietà territoriale.La ritirata dalle strade: i Comuni ridisegnano la geografia della raccolta urbanaDi fronte a questa insostenibilità economica e logistica, molte amministrazioni locali hanno avviato una progressiva rimozione dei contenitori stradali, il cui numero complessivo risulta quasi dimezzato rispetto ai livelli del 2019. L’orientamento diffuso è quello di trasferire il conferimento dai cassonetti stradali a punti di raccolta presidiati e isole ecologiche controllate.Nell’hinterland milanese, numerosi municipi hanno già delegato la raccolta alle piattaforme ecologiche di CEM Ambiente. Nel capoluogo lombardo, a partire dal febbraio 2025, è scattato il piano di riduzione progressiva dei circa 400 cassonetti AMSA legati al progetto storico “Dona Valore“. Attualmente, Vesti Solidale sta negoziando con il Comune di Milano e con i gestori dell’igiene urbana per individuare forme di supporto o di ristoro economico che possano salvaguardare il servizio.Segnali di strategie alternative arrivano invece da Monza, dove l’amministrazione ha affidato il servizio stradale a Humana Vintage (tramite cassonetti verdi). La Ong internazionale sta tentando di superare la crisi della raccolta su strada puntando sulla capillarità di punti vendita dedicati, integrando così la raccolta di grandi volumi quantitativi con canali di selezione a maggior valore aggiunto, facendo leva su una rete globale più resiliente alle oscillazioni del mercato locale.In attesa dello Stato: la svolta della responsabilità estesa e l’appello al senso civicoFino ad oggi, l’intero costo ambientale e sociale del fast fashion è rimasto sulle spalle del terzo settore e delle municipalità, senza che i giganti della moda versassero alcun contributo per lo smaltimento dei loro prodotti. Per colmare questo vuoto normativo, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica si è posto l’obiettivo di introdurre, entro la fine del 2026, il sistema di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). Si tratta di un principio cardine dell’economia circolare che obbligherà i marchi dell’abbigliamento a finanziare la gestione del fine vita dei prodotti immessi sul mercato.Sebbene il Decreto Ministeriale sia considerato da tutti gli addetti ai lavori un passaggio burocratico imprescindibile, i tempi di attuazione rimangono incerti. Eppure, un modello virtuoso esiste già a pochi chilometri di distanza: in Francia il sistema EPR è operativo da oltre quindici anni e garantisce agli impianti di selezione e riciclo un contributo istituzionale vicino ai 250 euro per tonnellata lavorata. L’applicazione di una norma analoga nel contesto italiano significherebbe iniettare oltre 260 milioni di euro all’anno nella filiera nazionale, interamente a carico dei produttori industriali.In attesa della svolta legislativa, il futuro della raccolta tessile resta fortemente legato al senso civico dei cittadini. Nei periodi di picco del cambio di stagione, i cassonetti saturi si trasformano spesso in micro-discariche a cielo aperto causate dall’abbandono dei sacchetti all’esterno. «Se qualcuno arriva al cassonetto e lo trova pieno, invece di lasciare il sacchetto accanto al contenitore, potrebbe riportarlo a casa e conferirlo in un secondo momento», conclude Lovatti. Un piccolo gesto quotidiano, ma un atto di responsabilità personale indispensabile per dare respiro a un sistema di solidarietà sociale che rischia di essere sommerso dai rifiuti della moda usa e getta.L'articolo Come Vinted e fast fashion stanno eliminando i cassonetti gialli per il riciclo dei vestiti proviene da Nicolaporro.it.