Libano. Il prezzo dell’assenza: il dibattito sull’accordo tra Stati Uniti e Iran

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di Shorsh Surme – Con l’annuncio di un accordo tra Stati Uniti e Iran per la cessazione delle operazioni militari su diversi fronti, incluso il Libano, nel dibattito interno sono emerse due questioni strettamente collegate: quale significato abbia per il Libano essere incluso in un’intesa regionale e internazionale alla cui definizione non ha partecipato direttamente e se ciò abbia indebolito o rafforzato la posizione ufficiale libanese, da sempre orientata a separare i conflitti e a evitare che il Paese diventi dipendente da dinamiche esterne.Finora il governo libanese non è stato informato del contenuto completo dell’accordo né dei dettagli specifici che lo riguardano. Israele, dal canto suo, non ha mostrato un impegno chiaro, continuando gli attacchi contro il Libano meridionale. Di conseguenza, qualsiasi valutazione libanese resta subordinata alla verifica dell’effettiva attuazione dell’intesa. Ciò che appare certo, tuttavia, è che l’inclusione del Libano nell’accordo conferma una realtà evidente da anni: il Paese non è fuori dal conflitto, nonostante alcuni lo desiderino, e non è sufficientemente presente nei negoziati, benché il governo continui a definirsi l’unico organo decisionale.La deputata Paula Yacoubian interpreta la situazione come una perdita netta per il Libano. A suo avviso, non ci sono margini di ambiguità: «L’Iran è il vincitore di questo accordo e il Libano è il perdente. Anzi, il più grande perdente».Yacoubian fonda la sua analisi sul costo della guerra per il Paese, non sulle dichiarazioni ufficiali. Sottolinea che il Libano è stato devastato, la popolazione sfollata e che le perdite umane e materiali sono enormi. Le infrastrutture danneggiate, aggiunge, «potrebbero non essere facilmente ricostruibili», soprattutto in un contesto di profonda crisi finanziaria. Per questo ritiene che l’accordo non liberi il Libano dalle pressioni, ma lo collochi piuttosto tra due forze contrapposte: «Perpetuerà l’ingerenza iraniana e, allo stesso tempo, manterrà l’occupazione israeliana nel sud. Il Libano è stato colpito da entrambi i lati».Secondo Yacoubian, lo Stato libanese è entrato nei negoziati da una posizione di debolezza strutturale, poiché «la questione più importante in qualsiasi negoziato è il sistema d’armi di Hezbollah», un tema che, a suo dire, «è presente ovunque». Pur riconoscendo l’importanza che il Libano negozi autonomamente, insiste sulla necessità di affermare che «in Libano esiste uno Stato».Collega inoltre l’esito dell’accordo alla sua attuazione e alla capacità di Israele di sabotarlo attraverso la dimensione libanese. Ritiene che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia tentato di farlo, ma che l’accordo sia comunque rimasto in piedi, segno, secondo lei, della debolezza e dell’imbarazzo sia della leadership israeliana sia di quella statunitense. Conclude affermando che il principale perdente è il Libano, il secondo è Israele, mentre gli Stati Uniti «non hanno raggiunto i loro obiettivi».Yacoubian definisce infine la guerra stessa «una guerra folle», aggiungendo: «È stata una guerra mal concepita». A suo avviso, i team di Netanyahu e del presidente statunitense Donald Trump hanno agito con leggerezza e scarso giudizio, guidati da una mentalità più commerciale che politica, a differenza dell’Iran, che può contare su una rete di relazioni con Cina e Russia.Il deputato Bilal Abdullah, del Partito Socialista Progressista, adotta un approccio più prudente. Per lui è impossibile trarre conclusioni prima di verificare il comportamento di Israele: «Tutto dipende dall’entità del suo impegno. Se Israele rispetterà l’accordo, l’interpretazione sarà chiara. In caso contrario, sarà diversa».Alla domanda se l’accordo indebolisca la posizione negoziale del Libano, Abdullah risponde senza esitazioni: «No, al contrario. Perché dovrebbe indebolirla? Assolutamente no. Potrebbe persino rafforzarla».Secondo la sua lettura, un eventuale cessate il fuoco potrebbe offrire al Libano un margine negoziale più ampio. Ma questo potenziale si concretizzerà solo se Israele rispetterà i propri impegni e se lo Stato libanese saprà cogliere l’occasione, invece di attendere passivamente decisioni esterne.Il parlamentare Ghassan Atallah propone una lettura diversa. A suo avviso l’Iran è riuscito a condurre i negoziati secondo i propri ritmi, imponendo tempi, tattiche dilatorie e modifiche alle clausole. «È evidente che l’Iran ha gestito i negoziati nel modo che desiderava. La sua prospettiva è chiaramente presente nella stesura delle clausole, in modo coerente con i suoi interessi».Atallah ritiene che l’errore strategico di Netanyahu, l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut, abbia rafforzato la posizione iraniana, poiché è avvenuto in un momento in cui gli Stati Uniti non erano più in grado di sostenere una guerra prolungata. Teheran ha così potuto affermare: o un accordo alle sue condizioni oppure la guerra continuerà.