Piccola apologia dell’errore

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La tensione alla perfezione può diventare una trappola. Si può ancora sbagliare? L’errore ci allontana dal risultato atteso, da un’ipotesi di correttezza e ci mette in una condizione di disagio; sopportare il fallimento, averne coscienza, scusarsi eventualmente o semplicemente cambiare strada crea un imbarazzo quasi insostenibile.È su questo disagio che voglio stare, perché spesso è più la paura del fallimento a creare angoscia che l’errore in sé; quando infatti si aprono gli occhi davanti a quel che si è compiuto, oltre al dispiacere, al pentimento, c’è, nella migliore delle ipotesi, la nascita di una consapevolezza nuova e questo epilogo sano, in un mondo presuntuoso, è sempre più raro.Dal mondo dei ragazzi a quello degli adulti ci troviamo il più delle volte ad avere a che fare con persone che hanno una paura preventiva della caduta, quasi orrore, come fosse un buco nero dal quale non si riemerge più se non a brandelli e indegni. I ragazzi sentono sulle spalle le attese della società e un’ansia immotivata li attanaglia, mentre respirano aria di perfezione.Le paure dei genitori vengono donate ai figli in un pacchetto raffinato e così, mentre costoro si sperticano benignamente affinché la loro prole possa avere tutti i sostegni possibili, i giovani si confondono: mi sto impegnando per realizzare il sogno di chi? Ottimo profitto, corso di studi eccellente, lavoro socialmente qualificante, amicizie “giuste”; il rischio è trasformare la vita in una rincorsa continua alla prestazione, dove il valore personale coincide con il successo, un vero e proprio tritacarne performativo che non ci permette di fare una pausa dagli altri e guardarci dentro.Cosa ci salva da questa finzione? Lo stupore per il reale, l’osservazione della natura, lo studio della storia, delle tradizioni e dei grandi che hanno lasciato il segno; ci accorgeremmo allora che la caduta è parte necessaria di ogni esperienza umana e, seppure con un colpo traumatico, ci sprona in una qualche direzione, forse sconosciuta, ma bellissima e nostra.Pensiamo alle antiche arti marziali in cui si prevedono più modalità di “caduta” che sfruttano con intelligenza le energie fisiche e psichiche per una forte risalita all’impiedi, il cadere diventa una tecnica contemplata e affinata prima della certezza della ripresa. Pensiamo alle grandi personalità che hanno fatto la differenza come Giambattista Vico, bocciato nel 1723 al concorso per la cattedra universitaria di Diritto Civile all’Università di Napoli, Albert Einstein che non venne ammesso al Politecnico di Zurigo a causa delle insufficienze in materie letterarie o Margherita Hack rimandata in matematica al ginnasio.Si comprende allora che il binomio perfezione-successo è una fandonia che ci schiaccia verso l’infelicità, mentre l’espressione migliore della nostra originalità nasce dall’imperfezione e dalla libertà: quando infatti ci sentiamo liberi di sbagliare, diamo il meglio di noi stessi e, forse, ci avviciniamo anche alla felicità.Fiorenza Cirillo, 17 giugno 2026L'articolo Piccola apologia dell’errore proviene da Nicolaporro.it.