Da Cossiga a Berlusconi. Naccarato racconta don Camillo, il porporato che parlava alla politica

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Il porporato che sussurrava alla politica. La scomparsa del cardinale Camillo Ruini chiude una stagione della Repubblica in cui il confine tra Chiesa e politica non coincideva mai con quello dell’ingerenza, ma con quello dell’ascolto e del confronto. Talvolta aspro, sempre franco. Per oltre due decenni Ruini è stato uno degli interlocutori più influenti delle classi dirigenti italiane, capace di leggere le dinamiche istituzionali con uno sguardo che andava ben oltre il recinto ecclesiale. Dai rapporti con Francesco Cossiga fino alle settimane decisive che accompagnarono la nascita del governo Letta e la frattura del centrodestra, il suo ruolo è rimasto spesso lontano dai riflettori ma decisivo. A ripercorrerne alcuni passaggi, su Formiche.net è Paolo Naccarato, già senatore della Repubblica, che restituisce il ritratto di un cardinale “politico nel senso più alto del termine”, sempre guidato dall’interesse del Paese.Senatore Naccarato, lei ricorda nitidamente il rapporto tra il presidente Cossiga e il cardinale Ruini. Com’era?Era un rapporto molto intenso, fatto di confronto continuo e di grande stima reciproca. Cossiga lo chiamava affettuosamente “don Camillo”, un appellativo che al cardinale piaceva perché lo interpretava come un gesto di vicinanza. Tra loro c’erano interlocuzioni frequenti sulla politica, sulle istituzioni e sul futuro del Paese. Condividevano spesso le stesse analisi e una comune visione sulle grandi questioni di quella fase storica.A un certo punto, però, quella consuetudine viene meno. Perché?Il momento di svolta coincide con la caduta del governo Prodi. Ruini era molto legato a Romano Prodi, mentre Cossiga si spese con grande determinazione per favorire l’arrivo di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. Ricordo perfettamente quella mattina in cui Cossiga convocò me e Marco Minniti alle sette del mattino per comunicarci che si sarebbe recato dal presidente Scalfaro per indicare D’Alema come presidente del Consiglio. Il giorno successivo tutti i giornali diedero conto di quella iniziativa. Fu un passaggio che inevitabilmente raffreddò il rapporto tra Cossiga e Ruini.Una distanza destinata a rimanere?Ci fu una breve ripresa, soprattutto negli anni dell’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio. Benedetto XVI nutriva una profonda considerazione per Cossiga e questo contribuì a riaprire un canale di dialogo. Ma fu una parentesi. Successivamente le loro strade tornarono ad allontanarsi, sempre nel rispetto reciproco, ma senza quella consuetudine di confrontarsi che aveva caratterizzato gli anni precedenti.Lei definisce Ruini un “politico a tutto tondo”. In che senso?Nel senso più nobile del termine. Aveva una straordinaria capacità di leggere gli equilibri istituzionali e di comprendere dove stesse l’interesse generale del Paese. Se fosse stato un laico, probabilmente si sarebbe candidato al Parlamento. Era una personalità che viveva la politica come servizio alla comunità, senza mai perdere di vista i principi cristiani.Questa sensibilità emerse anche durante la crisi del centrodestra e la nascita del governo Letta, dal suo punto di vista?Assolutamente sì. Quando il Popolo della Libertà si divise e maturò l’idea delle elezioni anticipate, Ruini non era persuaso di quella linea. Individuò in Gaetano Quagliariello il suo interlocutore privilegiato. Noi ritenevamo che, in una fase economica così difficile, fosse necessario garantire continuità istituzionale e dare un governo al Paese. Veniva prima la responsabilità verso gli italiani rispetto agli interessi di parte.Quanto fu importante, in quelle settimane, il sostegno del cardinale?Con il passare degli anni mi sono convinto che senza il conforto, la vicinanza e l’incoraggiamento del cardinale Ruini forse non avremmo avuto la forza di andare avanti. Per molti di noi fu una stagione anche umanamente dolorosa, perché i legami con Silvio Berlusconi erano profondi, anche sul piano personale e affettivo. Ruini ci aiutò a mantenere la barra dritta, ricordandoci che in quel momento l’interesse nazionale doveva prevalere su ogni altra considerazione.Che cosa rimane oggi della sua eredità?Rimane l’esempio di un uomo che ha sempre avuto a cuore le sorti dell’Italia, prima ancora che come cardinale, come cittadino. Aveva una sensibilità istituzionale straordinaria e una particolare attenzione verso i più deboli e verso chi cercava risposte ai problemi della società. Per molti di noi è stato un padre, una guida autorevole ma anche affettuosa. Aveva una vivacità intellettuale fuori dal comune e, quando era necessario, anche una certa ruvidità, sempre finalizzata a richiamarci ai valori e ai principi ai quali un cristiano non dovrebbe mai rinunciare. È questa, credo, la lezione più preziosa che lascia alla politica italiana.