«Se non sai cosa dire, di’ pace»: in un tempo in cui il dibattito pubblico sembra dominato dagli estremismi, dalla rabbia e dalla polarizzazione, la cantante israeliana continua a difendere la possibilità di ascoltarsi per costruire la pace. Achinoam Nini, in arte Noa, ha 56 anni. Figlia di una famiglia ebrea yemenita – «quindi di sangue arabo», come sottolinea lei – è nata negli Stati Uniti e si è trasferita in Israele all’età di 17 anni, dove vive tuttora. Ha iniziato la sua carriera musicale a vent’anni insieme al chitarrista Gil Dor, con cui ha costruito un percorso artistico che l’ha portata a pubblicare numerosi album e a esibirsi in oltre cinquanta Paesi. Ha cantato al Concerto di Oslo che accompagnò gli storici accordi tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, assistendo poche ore dopo all’assassinio del premier israeliano; si è esibita in Vaticano per Giovanni Paolo II ed è la voce di Beautiful That Way, il brano simbolo de La vita è bella di Roberto Benigni. Nel suo percorso artistico e umano, la musica non è mai stata separata dall’impegno civile.Oggi, mentre Israele attraversa quello che lei definisce «il momento peggiore della sua storia», Noa continua a criticare apertamente il governo Netanyahu e a sostenere la soluzione dei due Stati, pagando spesso il prezzo dell’esposizione pubblica. Dal 10 al 12 luglio sarà a Firenze per Re-Imagine Peace, il festival che dirige insieme a Mira Awad e Gil Dor, nato per creare uno spazio di incontro attraverso la cultura. Con lei Open ha parlato di guerra, polarizzazione e della responsabilità degli artisti nella costruzione del dibattito pubblico, dove prendere una posizione sta diventando sempre più complicato.Quando hai deciso di diventare attivista per la pace? «Credo che siano stati tre i momenti della mia vita in cui ho capito che volevo essere un’attivista per la pace. Nel 1993 mi sono esibita al Concerto di Oslo. Un concerto storico, a cui parteciparono più di 20mila persone, e un momento in cui il tentativo di raggiungere la pace fra i due popoli sembrò molto vicino. Fu sostenuto dalla maggior parte degli israeliani, meno quella frangia estremista che oggi si trova proprio al governo. Alla fine del concerto, Rabin venne assassinato alle mie spalle: è un trauma che porto ancora oggi. Lì ho capito che avevo un lavoro molto più grande da fare, una missione. Anche il semplice fare musica è fantastico, ma quella non era tutta la mia storia. Un anno più tardi, poi, sono stata invitata a esibirmi per Papa Giovanni Paolo II in Vaticano: sono stata la prima ebrea israeliana ad avere questa opportunità. Ho cantato la mia versione di Ave Maria di Bach-Gounod, di cui ho scritto il testo perché non fosse una preghiera cattolica, ma una personale preghiera per la pace. E infine nel 1997 ho partecipato a La vita è bella di Benigni, scrivendo Beautiful that way, che ne è poi diventata la colonna sonora. Un film incredibile, che manda un messaggio chiaro: noi esseri umani possiamo superare tutto con il potere del nostro amore».La tua produzione artistica è diventata più «politica» nel corso degli anni?«No, i miei album non sono comunque album politici. Se ascoltate le mie canzoni parlo dell’anima, dell’esperienza umana… cerco di fare musica profonda. È una cosa alla Noa. Dopo tanti anni sono diventata il mio marchio, insieme a Gil Dor e a tutte le persone straordinarie con cui lavoro».È giusto quindi che arte e politica siano due mondi distinti e distanti?«Credo che il discorso a un certo punto cessi di essere politico e diventi umanitario e io sono un’umanista, prima di tutto. Secondo la filosofia dell’umanesimo, tutte le persone dovrebbero avere pari dignità ed eque opportunità. Per questo dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri e lavorare insieme per il benessere di tutte e tutti. La mia attività non deriva da un incentivo politico. Deriva da un incentivo umano, filosofico e ideologico, che quando viene abbracciato anche dalla classe politica, diventa politico – ma non nasce come tale. Io non sono una politica; credo tuttavia che tutto ciò che facciamo sia un atto politico. Quando decidi di rimanere in silenzio, stai compiendo un atto politico, perché qualcun altro alzerà la voce al posto tuo. E quella voce si tradurrà in un’attività politica che cambierà la tua vita».Molti artisti oggi hanno paura di esporsi perché il dibattito pubblico è diventato estremamente aggressivo. Tu invece continui a farlo. Da dove nasce questo coraggio?«Il dibattito pubblico è diventato incredibilmente aggressivo, ma questo è solo parte del motivo per cui le persone decidono di non prendere una posizione. Sai, quando ho cantato al concerto per la pace in in Israele dove Rabin è stato ucciso 30 anni fa, non c’era nessun grande artista israeliano sul palco. È difficile trovare il coraggio, Chiara, ma senza di esso ci rimangono paura e violenza. L’amore è un luogo di coraggio, creatività e crescita. La paura ci porta nel vortice oscuro della guerra e dell’odio, e, lascia che mi ripeta: se rimani in silenzio, questo odio ti tornerà indietro. È facile dire, “Io faccio solo la mia arte, non sono coinvolto”: un giorno scoprirai che non vivi più in una democrazia e non potrai essere l’artista che vuoi essere perché proprio le persone che parlavano mentre tu rimanevi in silenzio ti diranno cosa fare. Abbiamo la responsabilità di alzare la voce, scegliendo le nostre parole con cura, anche se questo significa correre un rischio. Il mio consiglio è: non capisci molto bene la situazione? Va bene, non tutti hanno un dottorato di ricerca sul conflitto Israele-Palestina o sulla politica globale. Ma basta dire: “Io credo nella pace”. Oggi questa è diventata una dichiarazione sovversiva, una dichiarazione di sfida: pochissime persone ormai dicono la parola pace».Hai sempre sostenuto che la musica possa creare ponti. Oggi, in un clima così radicalizzato, senti che l’arte abbia ancora davvero il potere di unire, oppure rischia di essere percepita solo come una forma di ingenuità? «Il ruolo della cultura non è quello di riflettere la realtà, quello lo fanno i giornalisti che ci raccontano cosa sta succedendo sul campo (purtroppo non sempre in modo imparziale e oggettivo). Il mio lavoro è essere creativa, è presentare un’alternativa quando ciò che ci circonda è terribile, è indicare la via alle persone. Il mio lavoro è immaginare. E, come tutti gli artisti, immagino come il mondo potrebbe essere, poi invito le persone a unirsi al mio viaggio per ricrearlo a immagine di ciò che la nostra anima desidera vedere. Questa è l’incredibile forza della cultura».In Israele vieni spesso attaccata dalla destra per via delle critiche al governo Netanyahu e perché credi nella soluzione dei due Stati: come vivi il sentimento di ostilità che gran parte del mondo – soprattutto dopo il 7 ottobre – nutre nei confronti del tuo Paese?«Israele si trova nel momento peggiore della sua storia e questo mi causa un dolore terribile. Sono devastata dalle atrocità che un governo criminale sta compiendo nel nome dello Stato in cui sono cresciuta. Qualche tempo fa su Instagram ho pubblicato un video in cui canto la canzone Not in my name, che esprime appieno questo concetto: tutto quello che il governo di Israele sta facendo non mi appartiene. Non viene fatto in mio nome, né nel nome di milioni di israeliani che come me sono stati illusi e raggirati da un governo omicida. Per questo sto lavorando con centinaia di migliaia di cittadini israeliani per cambiare il governo nelle elezioni che ci saranno a ottobre, e per spostare Israele nella direzione della pace».Quale pensi che sia la causa della polarizzazione estrema a cui assistiamo in ogni ambito negli ultimi anni? Per quale motivo sembra che il mondo abbia perso la capacità di ascoltare?«Penso che molto di tutto ciò abbia a che fare con Internet, i social media e il mondo digitale in cui siamo immersi: siamo preda di algoritmi che premiano la violenza. Faccio un esempio: quando condivido una canzone o un messaggio positivo sul mio profilo Instagram ricevo attenzione, ma quando uso toni più duri contro politici come Ben-Gvir o Netanyahu, le visualizzazioni aumentano in modo esponenziale. Questo dimostra che il sistema premia il conflitto e l’indignazione. I social media sono costruiti sulla rabbia, sul sensazionalismo, sugli scandali, su tutto ciò che fa salire l’adrenalina. La pace non funziona così. La compassione, l’ascolto e la comprensione reciproca richiedono tempo, non possono essere compressi in un reel di un minuto e mezzo. In così poco tempo non si può avere una vera conversazione e se non siamo più in grado di conversare, come possiamo imparare ad ascoltarci? Dobbiamo rendere le conversazioni interessanti, creare spazi in cui le persone possano confrontarsi davvero, trovando nell’incontro con l’altro non solo una responsabilità, ma anche qualcosa di coinvolgente e stimolante. È una delle idee alla base di Reimagining Peace…».Dal 10 al 12 luglio Firenze ospiterà Re-Imagine Peace, un festival multidisciplinare diretto artisticamente da te, Mira Awad e Gil Dor e nato con l’idea di creare uno spazio di dialogo attraverso la cultura. In un momento storico così duro, che cosa speri rimanga alle persone dopo questi tre giorni a Firenze?«Invito le persone a trascorrere tre giorni a Firenze per vivere un’esperienza diversa: vedere film, ascoltare musica, partecipare a incontri e conversazioni, conoscere palestinesi e israeliani che credono che esista un’altra strada rispetto all’odio e alla violenza. Ci saranno momenti di dialogo, laboratori e iniziative interreligiose: è un’occasione per stare insieme e dedicare tempo all’ascolto reciproco. Quello che spero è che le persone portino con sé, prima di tutto, ispirazione. Vorrei che potessero dire: “Non sapevo che esistessero realtà come queste”. Siamo abituati a vedere gli estremismi, le immagini della guerra, le dichiarazioni che alimentano lo scontro; molto più raramente vediamo le persone che ogni giorno lavorano per costruire convivenza e dialogo. Questo non significa ignorare l’orrore che sta accadendo. Al contrario: significa guardarlo negli occhi senza rinunciare all’idea che un futuro diverso sia possibile. Non stiamo dicendo che la pace sia semplice, perché non lo è. Ma sappiamo che non arriverà se non saremo capaci di sederci gli uni di fronte agli altri».Credi che oggi questo dialogo sia più semplice o più difficile rispetto a 15 o 20 anni fa?«Non so se oggi il dialogo sia più semplice o più difficile rispetto a vent’anni fa. Non sono una profetessa e non ho risposte definitive. Quello che vedo è che ci troviamo in un momento cruciale: potremmo essere sull’orlo di una fase molto oscura della storia umana oppure all’inizio di un periodo straordinario di cambiamento. Io scelgo di credere nella seconda possibilità. C’è una storia che amo raccontare. Una studentessa chiede a un saggio quale dei due lupi che convivono dentro di noi vincerà la battaglia: il lupo dell’odio e della rabbia o quello della pace e della luce. Il saggio risponde: “Vincerà quello che nutri”. È una lezione semplice, ma fondamentale. Io cerco di nutrire il lupo della luce, ed è ciò che credo dovremmo fare tutti. Paradossalmente, anche le crisi più drammatiche possono aprire nuove possibilità. Quando i conflitti diventano insostenibili, le persone iniziano a capire che non possono continuare sulla stessa strada e che serve immaginare nuove forme di cooperazione. Oggi abbiamo sfide globali, dalla guerra alla crisi climatica, che nessun Paese può affrontare da solo. Il futuro, come sempre, sarà nelle mani delle nuove generazioni. Ogni generazione eredita il mondo da quella precedente e ha la responsabilità di decidere cosa farne. In questo momento storico quella responsabilità è particolarmente grande».L'articolo Noa: «Israele si trova nel momento peggiore della sua storia, ma non arriveremo alla pace senza sederci gli uni di fronte agli altri» – L’intervista proviene da Open.