È di qualche giorno fa la notizia che l’Italia sta diventando sempre più un Paese forestale.Più di 100 mila km quadrati, pari a più di un terzo dell’intera superficie nazionale, con un’estensione che supera i territori a destinazione agricola, e che è, come prevedibile, prevalentemente concentrata nei comuni montani.Si tratta di un dato estremamente importante, soprattutto alla luce di una serie di riflessioni che, di recente, hanno iniziato ad interessare sempre più il dibattito pubblico, come il valore economico e sociale delle foreste, e un’interpretazione del loro ruolo in una logica ecosistemica.Riflessioni che, a vederle da vicino, assomigliano molto a tutta una serie di riflessioni che, parallelamente, si stanno sviluppando anche in altri settori, quello culturale in testa.Così come accaduto con la cultura nel corso degli ultimi 20 anni, oggi anche alle foreste viene riconosciuto non solo un effetto diretto, ma anche un effetto economico diffuso e squisitamente pubblico.Si tratta di un processo tutt’altro che inedito, ma che negli ultimi anni ha conosciuto un significativo riconoscimento istituzionale.Un processo che trova un vero e proprio giro di boa in un working document del 2023 della Commissione Europea, intitolato, in modo piuttosto evocativo: Guidance on the Development of Public and Private Payment Schemes for Forest Ecosystem Services.In questo documento, al pari di quanto accadde poco più di quindici anni fa con le industrie culturali e creative, la Commissione estende i “valori” attribuibili alle foreste, andando ad includere aspetti che fino a qualche decennio fa non erano assolutamente contemplati.Come indicato dallo stesso documento: La Commissione Europea considera le foreste non più soltanto come produttrici di legname, ma come infrastrutture capaci di generare flussi economici legati a clima, biodiversità, acqua, salute e turismo; i sistemi di pagamento per servizi ecosistemici sono lo strumento attraverso cui questo valore può essere trasformato in reddito per territori e proprietari forestali.Una riflessione che trova più di qualche punto di contatto con le attuali ricerche in termini di capacità della cultura di generare valori ulteriori rispetto ad una funzione primaria (legata al consumo culturale).Si tratta di un passaggio fondamentale, perché la Commissione Europea, con questo documento, riconosce alcuni benefici cui il nostro ecosistema non può rinunciare, e che di conseguenza vanno quanto più possibile tutelati e preservati.Fattori come la biodiversità, o come la qualità dell’acqua o gli impatti positivi in termini climatici, infatti, non possono essere “suddivisi”: appartengono a tutti noi, e, in quanto tale, sono “pubblici” per definizione.Per questa ragione, la Commissione ritiene utile iniziare a considerare delle modalità di “pagamento” dei benefici “indiretti” generati dalla foresta e dal suo ente gestore.Una condizione che, evidentemente, rende molto più interessante sviluppare foreste piuttosto che avviare percorsi di accanimento terapeutico nei riguardi di borghi che la stessa strategia nazionale per le aree interne considera come “sacrificabili”.Attraverso incentivi pubblici, schemi di turismo esperienziale, e altre transazioni tra privati, la Commissione identifica delle economie indirette legate alla gestione forestale che potrebbero favorire, e non di poco, l’ingresso di nuovi operatori di mercato all’interno di questo comparto.Una condizione che, se si tiene conto delle condizioni climatiche globali, può apparire senz’altro giusta e adeguata alle esigenze contemporanee.C’è però un elemento che merita maggiore attenzione: per quale ragione gli effetti indiretti della gestione forestale devono essere “ripagati”, mentre gli effetti indiretti della nostra cultura continuano ad essere tendenzialmente posti in secondo piano?Così come per i gestori di foreste la Commissione prevede transazioni legate ai cosiddetti Carbon Credits, non esistono i “cultural credits” che le imprese possono “acquistare” da chi produce cultura.Questo aspetto ha molte più implicazioni di quanto all’inizio possa apparire: producendo dei cultural credits, le imprese partecipano direttamente allo sviluppo culturale di un territorio, e questo significa altresì favorire in modo significativo la diffusione di esseri umani più vicini agli standard che, come umanità, abbiamo definito essere dei punti di riferimento per la nostra convivenza civile e il nostro futuro.Questo significa che, così come la foresta genera “certificati acquistabili”, così possano fare anche i “borghi”, che per propria natura e per propria capacità di “produzione” riescono a generare dei “benefici” che siano in grado di favorire l’intera collettività.Una condizione che avrebbe molteplici effetti positivi: il primo è la maggiore competitività dei borghi, che ad oggi si trovano a sopravvivere, in condizioni finanziare talvolta molto precarie, che, a fronte della capacità di creazione di “valore pubblico”, potrebbero ottenere dei flussi economici in entrata attraverso la creazione di un clima culturale più diffuso e meglio percepito dalla popolazione nazionale e locale; il secondo è la possibilità di considerare, attraverso la determinazione di un prezzo in grado di approssimare il valore di un beneficio pubblico, la comparabilità tra benefici pubblici di differente natura.Una sorta di moneta unica dell’intangibile che rappresenti, al pari di quanto accadde per le monete fisiche ai tempi del baratto, un “sistema di misurazione coerente”, in grado di confrontare “banane e pere” o, nel nostro caso, “benefici ambientali e benefici storici”.Certo, si tratterebbe di una condizione arbitraria, come tuttavia è arbitraria la determinazione di quasi tutte le grandezze che, a conti fatti, possono essere misurate soltanto attraverso “ipotesi” o “attribuzioni di valori”, che tuttavia, ed è un bene ricordarlo, non hanno il compito di “illustrare” ma di “governare”.Due funzioni molto diverse.