Non avrei mai pensato di scriverlo. Eppure, su un punto almeno, Roberto Vannacci ha ragione. Come ogni orologio rotto che, due volte al giorno, segna l’ora esatta.Non ha ragione sulle provocazioni identitarie, non sulla politica fatta continuando a vestire l’uniforme da generale, non sulle semplificazioni che spesso lo accompagnano e che ho criticato pubblicamente anche su Formiche.net, immediatamente dopo la pubblicazione del suo Mondo al contrario. Ma sulla necessità di garantire maggiore rispetto – anche economico e pensionistico – a chi serve lo Stato in uniforme.Perché esiste un problema reale. E il modo in cui certa stampa italiana continua ad affrontarlo lo dimostra perfettamente.I recenti servizi televisivi di Piazzapulita su La7, dedicati, per attaccare Vannacci, al presunto “paradiso dei generali e colonnelli italiani” fra lidi militari, villaggi vacanze, pensioni anticipate e “privilegi”, ne sono stati l’ennesimo esempio.Naturalmente nessuno sostiene che il mondo militare debba essere sottratto a controlli, critiche o verifiche. Al contrario. Alcuni istituti — come l’ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri), o troppe porte girevoli per i suoi vertici — meritano da anni una riflessione seria su sostenibilità, criteri e trasparenza. E il tema dell’eccessiva proliferazione di alti gradi non può essere liquidato con fastidio corporativo. Ne ho già parlato su «L’Identitá».Ma qui il problema è un altro.Si prende un tema complesso e lo si trasforma in caricatura televisiva. Ombrelloni a prezzi calmierati diventano simboli di casta. Le foresterie militari vengono raccontate come resort per privilegiati. Gli strumenti di welfare interno – spesso utilizzati soprattutto da graduati e sottufficiali, e che sono tutt’altro che resort a 5 stelle, dove spesso preferiscono andare, se possono, i generali – vengono confusi con benefici da oligarchia militare.È il trionfo della speculazione facile: il servizio pubblico trasformato in indignazione da talk show.La realtà della vita militare è assai meno cinematografica. E Vannacci ha fatto bene a ricordarlo pubblicamente ai giornalisti che lo hanno incalzato con ironie fuori luogo sulla sua pensione. E ripeterlo a gran voce sabato in occasione dell’Assemblea costituente del suo partito.Mobilità continua. Famiglie separate. Trasferimenti obbligati. Reperibilità permanente. Stress operativo. Limitazioni di libertà personali che nessun altro lavoratore pubblico subisce nella stessa misura. E stipendi che, soprattutto nei gradi medio-bassi, non sono certo quelli raccontati da certa propaganda.Basterebbe osservare la crisi vocazionale che colpisce ormai tutte le Forze Armate e di polizia per capire quanto sia grottesca la narrazione del “paradiso”. Se fosse davvero un sistema di privilegi, le caserme sarebbero prese d’assalto dai giovani italiani. Non accade. Anzi.Ed è qui che il confronto internazionale diventa impietoso.In Francia – tanto per citare un Paese spesso evocato come modello democratico e repubblicano, e che chi scrive conosce bene, come Vannacci che l’ha citato – i militari godono di tutele e riconoscimenti che in Italia verrebbero immediatamente bollati come scandalosi privilegi corporativi.La République riserva ai propri militari appartamenti e foresterie prestigiose perfino nel centro di Parigi, nell’area degli Invalides o della Place Saint Augustin. Mantiene licei militari destinati esclusivamente ai figli dei dipendenti pubblici. Offre accesso esclusivo a istituzioni educative d’eccellenza alle figlie, nipoti e pronipoti degli insigniti della Légion d’honneur (corrispondente al nostro Ordine al Marito della Repubblica Italiana). E soprattutto conserva una cultura pubblica del rispetto verso chi indossa un’uniforme che in Italia sembra ormai smarrita.Anche sul piano pensionistico il modello francese è molto diverso da quello raccontato nelle polemiche italiane che, volendo attaccare Vannacci, hanno umiliato tanti servitori dello Stato in uniforme. Molti sottufficiali francesi possono lasciare il servizio attivo prima dei vent’anni di servizio effettivo; ufficiali e quadri spesso terminano la carriera operativa tra i 45 e i 52 anni di età, non per privilegio, ma per la natura stessa della professione militare. Analoga situazione a quella di altri Paesi europei.Perché la domanda vera è semplice: chi affiderebbe la sicurezza nazionale, missioni operative o reparti speciali a personale ultra-sessantenne?La specificità della funzione militare esiste in tutte le democrazie serie. Solo in Italia si continua periodicamente a fingere che sia una sorta di anomalia da smascherare.Ed è qui che Vannacci – pur restando, a mio giudizio, profondamente criticabile, come militare, ma anche come politico, su molti altri aspetti – coglie un punto reale: lo Stato italiano pretende moltissimo dai suoi servitori in uniforme, ma troppo spesso restituisce poco. In termini economici, previdenziali e persino simbolici.Il problema italiano, in fondo, è diventato culturale. Oscilliamo continuamente fra retorica patriottica e demolizione populista. Fra celebrazione degli “eroi in divisa” nelle emergenze e sospetto permanente quando si parla delle loro condizioni di vita.Criticare è legittimo. Distinguere i privilegi veri dagli strumenti necessari a garantire dignità e funzionalità del servizio sarebbe però segno di serietà. Che alcuni colleghi giornalisti, e non solo, non dimostrano avere. Ed è proprio questa serietà che, troppo spesso, manca nel dibattito italiano.