Il 27 luglio 2000 a Farnborough è stato firmato l’Accordo Quadro “relativo alle misure per facilitare la ristrutturazione e le attività dell’industria europea della difesa” fra Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito, facendo seguito alla firma due anni prima di una Letter of Intent. Purtroppo la sua ratifica come Trattato internazionale ha richiesto ulteriori tre anni a causa del ritardo italiano (anche allora, come oggi, alle prese con la mancanza di una cultura della difesa e della sicurezza). Nel frattempo veniva avviata a livello intergovernativo la costituzione dell’Agenzia Europea di Difesa e a livello comunitario una lunga e crescente serie di iniziative della Commissione Europea nel campo del mercato della difesa, allargatesi più recentemente all’intero settore della difesa (il tutto portando in dote nuove risorse finanziarie che l’hanno fatta accettare anche dagli Stati membri più sovranisti). Ambedue queste novità hanno così fatto passare in secondo piano e poi nell’oblio l’Accordo Quadro.Oggi, di fronte alle evidenti difficoltà dell’Unione Europea di procedere sulla strada dell’integrazione delle capacità di difesa e sicurezza, acuite prima dalla Brexit e poi dal radicale cambiamento dello scenario geostrategico e dalla crisi dei rapporti transatlantici, quell’esperienza potrebbe essere utilizzata come bussola per fare uscire il Vecchio Continente dalle sabbie mobili in cui si è impantanato.Ovviamente i radicali cambiamenti intervenuti a livello europeo e internazionali impongono significativi adeguamenti dell’impostazione data allora, ma restano molti validi spunti, a partire dal vantaggio di potersi muovere al di fuori dei Trattati, come previsto, a certe condizioni, dall’articolo 346: “ogni Stato membro può adottare le misure che ritenga necessarie alla tutela degli interessi essenziali della propria sicurezza e che si riferiscano alla produzione o al commercio di armi, munizioni e materiale bellico; tali misure non devono alterare le condizioni di concorrenza nel mercato interno per quanto riguarda i prodotti che non siano destinati a fini specificamente militari”. Fino ad ora questa deroga è stata abbondantemente utilizzata per proteggere i mercati della difesa nazionali (con la sostanziale complicità della Commissione), ma niente vieta che queste “misure” possano essere prese coordinandosi con altri paesi per farne un utilizzo virtuoso anziché vizioso. Questo offrirebbe il secondo importante vantaggio di tutelare la partecipazione extra-comunitaria del Regno Unito. Un terzo vantaggio sarebbe quello di lasciare ai partecipanti la definizione dei criteri per l’ammissione di altri paesi (fra cui, in primo luogo, la Polonia, che è diventata uno degli attori europei nel campo della difesa). Un quarto vantaggio è legato al tempo necessario per avviare qualsiasi “strumento” si possa ipotizzare: adeguare quello ancora oggi disponibile sarebbe presumibilmente più veloce che disegnarne uno completamente nuovo, se non altro perché risulterebbe condiviso fin dall’inizio l’obiettivo strategico.Forse anche un adeguamento del titolo sarebbe utile perché potrebbe chiarire meglio e allargare l’orizzonte dell’iniziativa, riferendola a “misure per rafforzare le capacità europee nel campo della difesa e sicurezza”. In quest’ottica, fra i suoi obiettivi, dovrebbe essere indicato anche quello della comunalità degli equipaggiamenti militari, attraverso programmi di collaborazione, acquisto da parte dei paesi partecipanti all’Accordo non coinvolti nel programma, e, se necessario, acquisto di prodotti “nazionali” da parte di altri paesi partecipanti nel quadro di una strategia che punti a costruire una “interdipendenza” collettiva e reciproca. Quest’ultima è politicamente indispensabile per poter accettare il principio della sovranità condivisa, riducendo l’attuale preoccupante tendenza a ri-nazionalizzare i programmi militari.Attorno a questo nucleo dovrebbe essere previsto un secondo cerchio di paesi europei interessati e disponibili a condividere una parte dei programmi di collaborazione come fornitori primari o secondari al fine di poter accelerare i ritmi produttivi. È, infatti, evidente che, anche a prescindere dall’attuale urgenza di aumentare le capacità di difesa europee e le relative scorte, l’accelerazione della velocità dell’innovazione tecnologica imporrà ritmi produttivi più rapidi, prevedendo più versioni dello stesso sistema (pur nel rispetto della massima compatibilità). Sarebbe, quindi, nell’interesse dei paesi maggiori coinvolgerne anche altri allargando il mercato di ogni equipaggiamento a condizione che questo non impatti sull’efficienza del programma.Rispetto all’Accordo Quadro nella nuova iniziativa andrebbe rafforzata, in primo luogo, la governance attraverso la formale costituzione di un comitato intergovernativo a livello di ministri della difesa o viceministri/sottosegretari di stato stabilmente delegati. In questo modo ogni decisione risulterebbe impegnativa a livello politico e si garantirebbe un più efficace collegamento con i rispettivi ambiti nazionali. Sotto di esso dovrebbero operare un comitato intergovernativo militare a livello di DNA o Vice DNA e un comitato esecutivo di loro rappresentanti permanenti. Questa organizzazione potrebbe essere relativamente leggera, gestendola soprattutto attraverso riunioni ibride su canali protetti per garantire la necessaria regolarità dei lavori e supportandola con una struttura permanente europea nel paese depositario del Trattato.In secondo luogo, dovrebbero essere previste una serie di norme che consentano alle imprese dei paesi partecipanti di operare come se fossero in un mercato unico (anche se, in realtà, sarebbe la somma dei rispettivi mercati nazionali). Quindi, libera circolazione di prodotti e componenti, personale e capitali. Come conseguenza tutte le relative politiche nazionali dovrebbero essere coordinate fra i partecipanti per garantire un trattamento omogeneo delle imprese in assenza di una normativa comune e sovranazionale. Una particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alla gestione delle esportazioni verso paesi terzi (con un’estesa applicazione del principio “de minimis”), al controllo degli investimenti esteri (nell’ottica di mantenere le capacità tecnologiche e strategiche all’interno dei partecipanti), alla sicurezza degli approvvigionamenti (col mantenimento e sviluppo di una supply chain resiliente), alla ricerca e sviluppo sia nei settori tradizionali che in quelli più innovativi (dove crescono maggiormente le tecnologie innovative), ecc.In terzo luogo, ma separatamente e autonomamente, i paesi partecipanti dovrebbero impegnarsi ad un costante confronto volto ad armonizzare i requisiti militari perché nel nuovo scenario internazionale solo una forte omogeneità consentirebbe di costruire quel terreno condiviso anche sul piano dottrinale oltre che operativo che un domani potrebbe consentire ulteriori passi sulla strada dell’integrazione.Tutto questo potrebbe cominciare ad essere discusso sulla base di un Non Paper presentato prima a livello bilaterale e poi, se ritenuta un’ipotesi praticabile, collettivo. Senza illusioni e senza proclami, se si potesse delineare una sufficiente posizione condivisa questo approfondimento potrebbe poi essere portato a livello politico. Sempre che fra i principali paesi europei ne emerga uno che sia interessato ad avviare questo confronto, nella convinzione che nessuno risolverà i nostri problemi se non cominceremo a farlo da soli.