C’è un passaggio del nuovo libro di Mario Draghi, Competere o sparire, destinato a far discutere più di molti altri. L’ex presidente della Banca centrale europea riconosce infatti che, dopo la crisi del debito sovrano, l’Europa ha perseguito una strategia fondata sulla compressione salariale, arrivando a una vera e propria autocritica.Nel testo, che raccoglie alcuni dei suoi interventi più importanti degli ultimi anni, Draghi afferma che «abbiamo perseguito una strategia volta a ridurre in ogni Paese i salari, rispetto a quelli altrui» e che l’effetto, combinato con politiche fiscali procicliche, «è stato solo di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale».Si tratta di parole che segnano una distanza evidente rispetto alle ricette sostenute negli anni più duri della crisi dell’euro. E proprio per questo riportano inevitabilmente alla memoria la celebre lettera inviata nell’agosto del 2011 al governo italiano guidato da Silvio Berlusconi e firmata dall’allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet insieme allo stesso Mario Draghi, che di lì a poco sarebbe diventato il numero uno dell’Eurotower.La lettera a Berlusconi e le riforme richiesteNella missiva la Bce sosteneva che fossero necessarie misure urgenti per ripristinare la fiducia dei mercati e rafforzare la credibilità finanziaria dell’Italia. Il documento insisteva soprattutto sulle riforme strutturali, considerate indispensabili per aumentare il potenziale di crescita dell’economia. Tra le priorità indicate figuravano l’aumento della concorrenza, il miglioramento dell’efficienza dei servizi pubblici, la liberalizzazione dei mercati e una profonda revisione delle regole del lavoro.Particolarmente significativo era il passaggio dedicato alla contrattazione salariale. La Bce sottolineava infatti la necessità di «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende». L’obiettivo era rendere gli accordi aziendali più rilevanti rispetto ai livelli superiori di negoziazione.In altre parole, il principio era quello di collegare in maniera più stretta salari, produttività e condizioni specifiche delle singole imprese, riducendo il peso della contrattazione centralizzata.Draghi “antico” contro Draghi “moderno”A distanza di oltre un decennio, il quadro delineato dall’ex premier appare profondamente diverso. Nel rapporto sulla competitività europea presentato nel 2024 e ripreso nel libro, l’accento viene posto sulla necessità di una risposta comune dell’Unione Europea alle sfide provenienti da Stati Uniti e Cina.Draghi sostiene che l’Europa debba dotarsi di una strategia industriale più ambiziosa, investire nelle tecnologie avanzate, rafforzare la propria autonomia energetica e sviluppare politiche comuni nei settori considerati strategici. Secondo la sua analisi, il continente rischia di perdere terreno se continuerà a muoversi in ordine sparso.L’ex presidente della Bce evidenzia inoltre come la frammentazione europea impedisca di raggiungere economie di scala adeguate nei settori della difesa, delle telecomunicazioni, dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture energetiche. Da qui la richiesta di una maggiore integrazione e di nuovi strumenti comuni per coordinare le politiche economiche.La critica: salari, produttività e ruolo dello StatoÈ su questo punto che si concentra una parte rilevante del dibattito economico europeo. La diagnosi della stagnazione italiana e continentale è ampiamente condivisa, ma le divergenze emergono sulle cause e soprattutto sulle soluzioni.È indubbio che la produttività resti un nodo centrale per la crescita dei redditi reali nel lungo periodo. Tuttavia, ridurre la questione salariale esclusivamente a un problema di efficienza delle imprese rischia di essere una lettura incompleta. In economie segnate da anni di austerità, bassa domanda interna e vincoli fiscali, anche la dinamica dei salari riflette l’andamento complessivo del ciclo economico, non solo la capacità produttiva.In questa prospettiva, il salario non è soltanto il risultato “neutro” del mercato, ma anche l’esito di rapporti di forza, condizioni macroeconomiche e politiche fiscali. L’esperienza della “svalutazione interna” ha mostrato come la compressione salariale prolungata possa sì migliorare la competitività esterna, ma al prezzo di indebolire la domanda interna, con effetti negativi su molte imprese orientate al mercato domestico.La posizione più equilibrata riconosce quindi che i salari possono crescere in modo sostenibile solo se si combinano aumento della produttività e recupero del potere d’acquisto, anche attraverso strumenti indiretti come la riduzione del cuneo fiscale, che oggi in Italia separa in modo significativo il costo del lavoro netto percepito dal lavoratore.Il rischio della pianificazioneUn secondo punto di dibattito riguarda il ruolo attribuito all’intervento pubblico europeo per sostenere la transizione tecnologica, energetica e industriale. La proposta di mobilitare ingenti risorse comuni nasce dalla consapevolezza che l’Europa fatichi a competere con modelli industriali fortemente sostenuti da politiche pubbliche, come quelli statunitense e cinese. Tuttavia, resta aperta una questione centrale: fino a che punto questa risposta debba tradursi in una crescente centralizzazione delle decisioni economiche?Il rischio evidenziato da una parte della cultura liberale non è l’investimento pubblico in sé, ma la possibilità che esso si trasformi in una forma di allocazione dirigista delle risorse, in cui la scelta dei settori e delle tecnologie venga sottratta al processo competitivo del mercato.In alternativa a un modello basato su una crescente capacità di indirizzo delle istituzioni europee, esiste una lettura diversa: rafforzare la competitività attraverso il completamento del mercato unico, la riduzione della burocrazia, la semplificazione normativa e una maggiore integrazione nei servizi, nell’energia e nella finanza. A questo si aggiunge, in chiave più fiscale, la possibilità di intervenire sul costo del lavoro per favorire salari più elevati senza interventi diretti sui prezzi o sulle imprese.In questa prospettiva, non è tanto la presenza dello Stato a essere in discussione, quanto il suo grado di sostituzione rispetto ai meccanismi di selezione e innovazione generati dalla concorrenza.Una svolta che divideIl confronto tra la stagione delle riforme della crisi dell’euro e le proposte più recenti evidenzia un cambiamento di accento significativo nel dibattito economico europeo.Da un lato, l’enfasi era posta su liberalizzazioni, disciplina fiscale e riforme strutturali come strumenti principali per aumentare efficienza e crescita. Dall’altro, cresce oggi l’attenzione verso politiche industriali comuni e investimenti pubblici su larga scala come risposta al rallentamento europeo.La questione, tuttavia, non è riducibile a una contrapposizione tra “Stato” e “mercato”. Il punto centrale riguarda l’efficacia degli strumenti: è più efficace per aumentare salari e competitività affidarsi a una regia pubblica sempre più ampia, oppure intervenire sulle condizioni di fondo del sistema economico – riduzione della pressione fiscale sul lavoro, completamento del mercato unico, semplificazione regolatoria – lasciando che la crescita dei redditi emerga principalmente dal funzionamento del mercato?In questo senso, la vera domanda non è se lo Stato debba esserci o meno, ma quale sia il suo ruolo più produttivo: sostituire il mercato nelle scelte strategiche oppure creare le condizioni perché il mercato stesso possa generare crescita, innovazione e aumento dei salari in modo sostenibile.Enrico Foscarini, 17 giugno 2026L'articolo Draghi e il dietrofront sui salari proviene da Nicolaporro.it.