Non è solo questione di numeri. Mai. Il “miglior festival”, estivo o non estivo, non sarà mai per forza quello col maggior numero di paganti. Lo scriviamo a chiare lettere: l’insensata corsa a “numerizzare” la musica, suggeritaci/impostaci dalla pervasiva finanziarizzazione feroce della music industry, ha portato la grande maggioranza del pubblico – anche e soprattutto inconsciamente – a dare troppo peso ai numeri. …ecco che allora di un artista per misurare la rilevanza si guarda prima di tutto ai numeri di stream, per un concerto per decidere se è imperdibile si guarda prima di tutto gli stadi, ai palasport, ai mega-festival ed ai sold out annunciati, ed al fatto che i biglietti siano costosi, segno inequivocabile che un evento sia “vincente”. Questa dinamica è assolutamente ingiusta, è assolutamente tossica in prospettiva: perché arriverà il momento in cui un po’ tutti si renderanno conto che i numeri non danno la felicità, se sei spettatore/fruitore, perché no, non la danno, e allora ci sarà il backlash per cui la gente smetterà di andare così tanto ai concerti, di idolatrare così tanto trapper e campioncini (indie) pop, di trovare così tanto simpatici i musicisti che si prestano a questa o quell’altra marchetta per i brand.Poi non dite che non ve l’avevamo detto.Al tempo stesso, non bisogna nemmeno cadere nella trappola del “piccolo è bello”: abbiamo visto negli anni, anzi, nei decenni molti, troppi eventi (concerti, festival, raduni vari) che nascondendosi dietro a questo paravento hanno offerto organizzazioni lacunose, impianti vergognosi, proposte artistiche gracili, comunicazioni a dir poco approssimative e velleitarie.I principi aurei sono due, secondo noi. Il primo è: fare le cose per bene, facendole all’altezza delle proprie possibilità, sincronizzando queste ultime con le proprie intenzioni, niente passi insomma troppo lunghi rispetto alla gamba. Il secondo: trovare una connessione profonda col proprio pubblico – individuarlo, conoscerlo, amarlo, sentirlo alleato, agire di conseguenza.(Un’istantanea da Naturalis; continua sotto)Bene: in questi due principi aurei, Naturalis nell’edizione 2026 ha fatto incredibilmente bene. Tanto da farci dire che sarà dura togliergli lo scettro di miglior festival dell’anno in quest’estate 2026. Del festival che si svolge alle porte di Napoli avevamo già sottolineato e lodato più volte la capacità di “costruirsi” un target ben preciso: quello dei clubber non più giovanissimi ma esperti, o comunque vogliosi di “esperienza” nel senso di conoscere i codici del divertimento, i (vasti) perimetri stilistici della club culture, i caposcuola musicali di riferimento anche se al di là delle mode. Naturalis insomma fin dall’inizio ha scelto di parlare ad una nicchia ben precisa: una nicchia che vuole divertirsi, ma che vuol farlo in un certo modo e vuole farlo pagando omaggio ai Plaid, ai Moritz Von Oswald, ai Mad Professor, ai Luke Vibert, a DMX Krew, per stare a un po’ di nomi delle ultime due edizioni, così come se di cassa in quattro si tratta la vuole maneggiata da gente come Vladimir Ivkovic, Manfredas, Craig Richards, facendoti imbattere in nomi inaspettati (Skyrager) o in recuperi intelligenti di veterani (Dj Hell).I principi aurei sono due. Il primo è: fare le cose per bene, facendole all’altezza delle proprie possibilità, sincronizzando queste ultime con le proprie intenzioni, niente passi insomma troppo lunghi rispetto alla gamba. Il secondo: trovare una connessione profonda col proprio pubblico – individuarlo, conoscerlo, amarlo, sentirlo alleato, agire di conseguenza.I nomi che abbiamo appena fatto sul mercato hanno un valore mediamente basso, o comunque relativo. Non sono quelli che riempiono le arene e rendono sempre felici i promoter perché sbigliettano come vaporiere e inondano Instagram di cuoricini. A Naturalis diventano invece inestimabili, necessari: perché il festival ha sempre parlato in un certo modo e perseguito un’identità di un certo tipo. Trovando riscontro. Riscontro profondo e convinto. In più, al momento di assemblare la linea up c’è anche una forte attenzione al fattore umano: ovvero dj e producer che spesso sono amici fra di loro e/o si stimano. E questo, fidatevi, si sente. Si vede nel modo in cui suonano, in cui interagiscono fra di loro e con le persone, nel modo in cui vivono il festival diffondendo presa-a-bene.(Come non stare bene in un posto così? Continua sotto)Questa sensazione già l’avevamo avvertita l’anno scorso, ed evidentemente per un anno si è fatta radicato ed efficace passaparola, un passaparola che parte proprio dagli artisti in line up: col risultato che quest’anno a Naturalis c’era un numero enorme di presenze straniere (quasi il 70%), perché in qualche modo si è capito che è un festival speciale, dove gli artisti si trovano bene e quindi rendono bene, e che merita un viaggio.(Posti belli, gente bella, dancefloor imperdibili; continua sotto)Nulla di tutto questo sarebbe comunque possibile se la venue non fosse speciale. Umoya è un posto inaspettato e bellissimo, a quaranta chilometri da Napoli, in mezzo al nulla: un’oasi costruita con cura ed amore, un pezzo di foresta tropicale e suggestioni baleariche declinate però non in modo plastico acchiappa-turisti-senza-gusto ma con gusto artigianale. È aperto non solo per il festival (andateci, si sta divinamente!), ma quando c’è il festival si vede proprio che c’è una sintonia, un amore reciproco, un percorso da fare volutamente insieme. Non un “Vabbé, siete qua, per questo weekend il posto è vostro perché state pagando per affittarlo, noi facciamo il minimo indispensabile per giustificare i soldi che vi chiediamo”. Anche questo, fidatevi, è uno di quei fattori mai scontati che fa la differenza, fa parecchia differenza. Oltre al fatto che plani in un luogo che già esiste e quindi ha strutture, servizi, punti di ristoro – tutti di qualità, perché non effimeri per un weekend e poi si sbaracca chi s’è visto s’è visto, ma stabili durante l’anno.Quest’anno si è lavorato per migliorare tanti piccoli particolari rispetto all’anno scorso, vedi ad esempio il setting per i talk (partecipatissimi, quest’anno: che sorpresa). Ciò che è rimasto uguale, e qui siamo ad un altro fattore che fa la differenza, è l’entusiasmo e la dedizione non scontati di tutto lo staff del festival: dai driver ai responsabili accoglienza fino agli addetti ai servizi, tutti fanno a gara a far sentire benvenute le persone. Anche questo, si sente. Si sente eccome. Così come si sente l’attenzione logistica a creare un’atmosfera positiva: l’affluenza del venerdì è stata volutamente limitata, rinunciando ad un sicuro guadagno, perché quel giorno si sapeva che era aperto solo un palco invece dei soliti tre del sabato e della domenica, e accettare tutte le richieste per esserci avrebbe comportato un’esperienza caotica ed infelice.(Di giorno se vuoi relax totale; continua sotto)Ragionateci un po’: tutte queste caratteristiche possono essere applicabili e sviluppabili sia dai festival piccoli, come Naturalis, con non più di 1500 persone al giorno, che da quelli grandi come Kappa FuturFestival e Nameless, dove le persone al giorno sono 30.000 e passa. Non è questione di dimensioni. È questione di come lavori, come ragioni, come ti adatti alle tue necessità ed agli obiettivi che ti sei dato, obiettivi e necessità che è giusto e doveroso siano differenti da festival a festival.Questo il nostro avviso ai naviganti. L’altro avviso, è che l’anno prossimo Naturalis deve assolutamente finire nei vostri calendari. Se non sbaglia, non sbraca, non sceglie di crescere troppo e di farsi ingolosire dai lustrini, diventa un culto assoluto, uno di quegli eventi di cui andare davvero orgogliosi. Già quest’anno lo è stato. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Naturalis Festival (@naturalis_fest)The post Miglior festival estivo 2026? Non sarà facile fare meglio di Naturalis appeared first on Soundwall.