I grillini mandano al diavolo il femminismo di sinistra. Ha fatto scalpore la volgare allusione con la quale, qualche giorno fa, il deputato del Movimento 5 Stelle Francesco Silvestri ha accusato in Parlamento Meloni di essere stata troppo prona, in politica estera, rispetto a Trump e Netanyahu: «Lei ha indossato delle ginocchiere per stare più comoda».Degradante, perché pronunciata nelle istituzioni; meschina, perché utilizzata come offesa per fare opposizione politica nei confronti della Presidente del Consiglio. Provate a immaginare cosa sarebbe successo se lo avesse detto un parlamentare di destra nei confronti di una donna di sinistra: sarebbe scoppiato l’inferno. «Sessuomane», «sessista», avrebbero urlato le paladine del femminismo progressista.Invece, stavolta, silenzio assoluto: tanto da sinistra quanto dalle sedicenti femministe (e questo è un inutile pleonasmo semantico) che, tacendo, dimostrano per l’ennesima volta quanto ritengano il femminismo un valore valido soltanto quando le donne sono delle loro. Sempre pronte ad accusare la destra di patriarcato e misoginia, salvo poi — apertis verbis, e non soltanto astenendosi da una ferma condanna — giustificare queste porcherie quando vengono partorite da qualche esponente della propria area politica.Come sia conciliabile la retorica del femminismo con la difesa, anche solo implicita, della schifezza pronunciata dal deputato grillino è un mistero. Evidentemente, difendono le donne solo quando ciò torna utile politicamente.La tesi è supportata da numerosi episodi. Per esempio, tutti ricordiamo Debora Serracchiani accusare la premier di proporre un modello di subordinazione femminile all’uomo. Fu immediatamente ridimensionata da un efficace intervento di Meloni, che rivendicò alla destra alcuni dei passi più importanti compiuti in questo Paese sul fronte della parità di genere.In molti si chiesero come fosse possibile rivolgersi in questi termini al primo Presidente del Consiglio donna della storia della Repubblica, figura che rappresenta, in re ipsa, il frantumamento di quel famoso «tetto di cristallo». La risposta arrivò poco dopo: era iniziata la stagione del femminismo di parte, quella propaganda ideologica sorretta dall’implicito principio secondo cui l’iniziale di «donna» è maiuscola soltanto se la donna è di sinistra.Leggi anche: Silvestri vs Meloni, il vero problema non sono le ginocchiereHa messo le ginocchiere Non lo accettate! Furia di Meloni contro il grillinoSono tante pagine, sempre nuove, ma appartenenti allo stesso capitolo. Come quando Alan Friedman si è sentito in dovere di dare della escort alla First Lady Melania Trump. O come quando Maurizio Landini ha definito Meloni una «cortigiana». Lo stesso schema dei cori da stadio andati in scena lo scorso ottobre durante una manifestazione della CGIL, quando qualcuno ritenne opportuno dare della «puttana» al Presidente del Consiglio. Così, per sport.Anche da alcune autoproclamate paladine delle battaglie per la parità arrivano episodi discutibili. Ricordate quando Asia Argento fotografò Meloni, allora incinta, in un ristorante e pubblicò sui social una foto accompagnata da un commento offensivo sul suo aspetto fisico? All’epoca Meloni non era premier e non era al governo: era semplicemente una leader donna di destra. E questo, per una certa sinistra, sembra essere sufficiente.A dimostrarlo, facendo un salto indietro nel tempo, fu anche la polemica che accompagnò una delle prime decisioni di Enrico Letta appena eletto segretario del Partito Democratico: utilizzare il tema della rappresentanza femminile per sostituire i capigruppo parlamentari Marcucci e Del Rio con due donne, Serracchiani e Malpezzi.Donne usate come argomento politico per risolvere equilibri interni di partito. E loro, anziché respingere una logica che rischiava di apparire strumentale, accettarono l’incarico. Una dinamica che, secondo i critici, contraddice il principio secondo cui la valorizzazione delle donne dovrebbe fondarsi sul merito e non sull’appartenenza a una quota. È indegno abbandonarsi a un femminismo fatto di asterischi e storpiature della lingua italiana; è svilente professare dogmi ideologici sull’emancipazione soltanto a parole. L’emancipazione si misura sul merito, non sul genere biologico di chi ricopre un incarico.Comunque, Silvestri, in nome e per conto di questo squadrone dell’ipocrisia, ascolti il consiglio del direttore Cerno: di ginocchiere ne prepari una fornitura abbondante per quell’ala dell’emiciclo e del Paese impegnata nella fidelizzazione del proprio nuovo bacino elettorale di riferimento, quello di chi si prostra davanti a una religione che, in molti Paesi del mondo, continua a sottomettere, vessare, picchiare e segregare le donne, fino a cancellarne l’identità sotto un burqa.Ginocchiere moderne, magari con le rotelle, per tutti coloro che si distinguono per l’indignazione a geometria variabile: per alcune vittime sì, per altre no; per alcuni carnefici sì, per altri no.Francesco Catera, 18 giugno 2026L'articolo “Ginocchiere”, il sessismo di sinistra che piace alle femministe proviene da Nicolaporro.it.