In tempi di competizione tecnologica che non risparmia nessuno, alleati inclusi, la decisione da parte dell’amministrazione Trump di limitare l’accesso ai modelli di intelligenza artificiale più evoluti di Anthropic a chi non avesse cittadinanza statunitense ha generato comprensibilmente uno shock.Specie per chi non ha modelli altrettanto o comparabilmente evoluti come noi europei e rischia dunque di rimanere indietro nella corsa di fronte a chi può fruire dei modelli. Tuttavia, gran parte delle reazioni legittimamente indignate che è capitato di leggere nell’ultima settimana rischia di acuire il problema anziché risolverlo. Per capirlo è indispensabile svolgere qualche riflessione a mente fredda.In primo luogo, è del tutto auspicabile e anzi non più rinviabile che l’Europa inizi a sviluppare i propri campioni tecnologici. Ma è bene essere consapevoli che finora ad impedirlo non sono stati gli Usa o i marziani ma in primis noi europei. Credendo nei poteri taumaturgici del Brussels effect tesi a regolamentare l’innovazione prodotta altrove più che a sviluppare quella autoctona. E ricordandoci che i primi a soccombere di fronte alla complessità burocratica, peraltro moltiplicata per ventisette stati membri dell’Ue, sono i soggetti più piccoli e i nuovi entranti sul mercato. Se anche ci fosse qualche Google o Amazon in erba nel Vecchio continente la scalata da startup a impresa leader assomiglierebbe a un’ascesa invernale al K2.Finché la scarsa propensità all’innovazione, la frammentazione del mercato unico e pure le tante idiosincrasie verso aziende UE che provano ad espandersi in altre nazioni europee non saranno abbattute appare del tutto illusorio pensare di avere Big Tech in house. Ma fuori da ogni illusione è bene pure essere consapevoli che, seppure con una bacchetta magica si riuscissero ad eliminare in un colpo solo tutti e tre gli ostacoli ricordati prima, nella migliore delle ipotesi passerebbero degli anni prima di avere campioni europei dell’innovazione paragonabili a quelli statunitensi o cinesi. Mentre dunque si devono accelerare i cantieri per rimuovere i freni menzionati, alcuni dei quali è bene ricordarlo devono fronteggiare un’elevata soglia di resistenza culturale e politica, bisogna capire il da farsi. A una strategia di medio-lungo termine occorre affiancare una di breve periodo che sia compatibile con quella adozione tecnologica su larga scala che, come ci ha ricordato di recente il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta in occasione dell’ultima relazione annuale, è almeno altrettanto importante dello sviluppo in proprio di tecnologie made in Europe (o Italy).Dunque, si possono pensare in alcuni settori sensibili e per determinati casi d’uso sostituzioni chirurgiche di provider extra-Ue con quelli Ue, come hanno annunciato nei giorni scorsi i servizi segreti francesi con la startup francese Chapsvision al posto della statunitense Palantir. E che, peraltro, con ogni probabilità potrà essere finalizzata dopo un lungo periodo di affiancamento. Ma il semplice confronto di risorse finanziarie e umane tra la prima, che fattura 200 milioni di euro, e la seconda, che ha ricavi di 4,5 miliardi di dollari e investe in ricerca e sviluppo quasi 600 milioni di dollari l’anno, illustra la difficile replicabilità su larga scala di questo tipo di operazioni. Il rischio è quello di offrire alle imprese europee che devono comprare tecnologia dall’esterno (la quasi totalità, più del 90% delle quali sono Pmi) un bundle peggiore di qualità e di prezzo in un momento cruciale del loro percorso di transizione digitale. Tra l’altro con l’evidente paradosso che la maggiore esposizione a rischi cibernetici nel passaggio da fornitori che spendono decine di miliardi di dollari l’anno anche in protezione da cyberattacchi ad altri con mezzi e dunque contromisure più limitati farebbe cadere le aziende Ue dalla padella della dipendenza tecnologica alla brace dei pirati informatici. Con la seconda che, come testimoniano casi sempre più frequenti, potrebbe avere impatti decisamente più devastanti.Anche perché dovrebbe essere piuttosto chiaro a tutti che, nonostante la vulgata che si sta diffondendo, il caso Anthropic assomiglia più a un’eccezione che a una regola. Il caso specifico di un’azienda che è in questo momento e per ragioni particolari invisa all’amministrazione Usa del momento e che peraltro ha risposto al limite di accesso per determinate categorie di utenti generalizzandolo a tutti. Anche perché il suo enforcement è tecnicamente molto difficile. Inoltre, dovrebbe essere evidente che non è interesse né di Anthropic né di alcuna big tech americana rinunciare al mercato europeo. Checché se ne dica, finché il nostro mercato rimarrà aperto (e concorrenziale) e l’obiettivo di queste imprese sarà fare profitti (o quantomeno arrivare il prima possibile al break even), i loro interessi saranno allineati a quelli dei clienti attuali e potenziali europei. E le aziende in questione proveranno a influenzare la propria amministrazione perché i controlli all’export siano eliminati, quantomeno verso i paesi like-minded. Con di regola ottime probabilità di successo.Dunque, bene una revisione delle regole di procurement pubblico, utilizzandolo strategicamente come leva di politica industriale, così come puntare di più sull’open source, attuando la strategia proposta dalla Commissione, e proteggere meglio i dati, in base al loro valore strategico e alla loro sensibilità. Ma prima di buttare il bambino con l’acqua sporca proviamo in primis a farlo diventare grande con una dieta equilibrata e sicura che coniughi qualità e accessibilità economica.