Giovani e social, «il tempo sullo schermo è un falso problema, contano le circostanze»: i dati e il parere dell’esperta

Wait 5 sec.

«Il problema non è dato tanto dall’uso eccessivo degli schermi di per sé, ma da cosa si fa quando si è online, con chi si è, se si è da soli o se si è con la famiglia, se si è con degli amici. Insomma, il problema è dato dalle circostanze. Se ad esempio si va online per riempire momenti di noia o per compensare delle difficoltà psicologiche, è ovviamente una variabile che fa una grossa differenza sulla qualità dell’esperienza. Per cui il tempo trascorso sullo schermo di per sé non ha un significato assoluto».A parlare è Giovanna Mascheroni, professoressa in Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che a Open commenta due importanti ricerche che fotografano il rapporto tra giovani, benessere e piattaforme digitali. Da un lato, il nuovo sondaggio Eurobarometro della Commissione Europea conferma il significativo impatto negativo dell’eccessivo tempo trascorso davanti agli schermi e dell’uso dei social media sulla salute mentale e fisica dei giovani. Dall’altro, lo studio EU Kids Online, condotto su oltre 29mila minori in Europa, dimostra come i divieti sui social media rischino di escludere i ragazzi da importanti opportunità anziché contrastare i danni.Cosa dice il report di Eurobarometro: tra iper-connessione e disagioI numeri emersi dall’Eurobarometro descrivono una presenza ormai pervasiva degli schermi nella vita degli adolescenti tra i 13 e i 18 anni, che trascorrono in media 4,5 ore sugli schermi in un giorno di scuola e 6,1 ore nel fine settimana. I picchi di utilizzo sono notevoli, con il 14% degli intervistati che supera addirittura le 10 ore giornaliere nei weekend. A pesare fortemente è anche l’accesso precoce ai social network: chi ha iniziato a usarli prima dei 10 anni registra oggi una media di 7,5 ore di schermo nel fine settimana, contro le 5,7 ore di chi ha iniziato dopo i 14 anni.Questo livello di esposizione si incrocia con dinamiche psicologiche complesse. Se da un lato il 48% degli adolescenti difende l’impatto dei social sul proprio benessere psicologico, dall’altro quasi uno su tre ammette di sentirsi stressato, triste o escluso a causa delle piattaforme. Inoltre, il 45% soffre il peso del confronto sociale continuo e il 41% sperimenta la cosiddetta Fomo (letteralmente “Fear of missing out“), la paura di essere tagliato fuori dalle attività online.Un paradosso che la professoressa Mascheroni spiega analizzando il contesto sociale: «Per anni abbiamo sottratto spazi di socialità, perché era comodo, perché sembrava economico lasciare i giovani online. Ora ne vediamo i costi. I social hanno occupato un vuoto che la società in questo tempo non ha colmato, perché di spazi di socializzazione sicuri ed economici, cioè per tutti e fuori dalla scuola, ce ne sono sempre meno».Il divario generazionaleUn altro aspetto critico riguarda il profondo divario di percezione tra genitori e figli. I genitori tendono a sottostimare sistematicamente sia il tempo trascorso online dai ragazzi, sia i loro malesseri fisici e psicologici. Più del 50% dei genitori ritiene che gli schermi abbiano un impatto esclusivamente negativo, concentrandosi spesso su minacce esterne. Il perché di questa differenza di percezione ce lo spiega Mascheroni, secondo cui «intervengono delle variabili di desiderabilità sociale, oltre al fatto che effettivamente i genitori non trascorrono tutta la giornata coi figli, quindi è difficile fare una stima oggettiva». Ma il problema della distrazione digitale non riguarda solo i più giovani. Anzi spesso a dare il cattivo esempio sono proprio i genitori: «Il tempo che i ragazzi trascorrono sullo schermo si concentra nel pomeriggio dopo scuola e la sera prima di andare a dormire. La cosa molto interessante è che l’uso a scuola, nel pomeriggio o prima di dormire mostra chiare differenze di età. Queste differenze, però, si annullano del tutto durante la cena con la famiglia, che è un momento a bassissimo uso di schermi per i ragazzi. Un dato che invece resta molto alto proprio tra i genitori».I rischi legati all’Intelligenza Artificiale e alla disinformazioneL’ecosistema digitale in cui si muovono i minori è cambiato radicalmente, diventando più ostile. Secondo l’Eurobarometro, le insidie principali non sono più solo quelle interpersonali come il cyberbullismo, che tocca il 17% dei ragazzi. Oggi i pericoli più diffusi sono legati ai contenuti generati dall’Intelligenza Artificiale difficili da riconoscere (39%) e alla disinformazione (35%), seguiti dai messaggi d’odio (25%) e dalle pressioni commerciali o sugli standard estetici del corpo (21%).I ragazzi percepiscono questa insicurezza generalizzata. «Nel 2018, quando abbiamo chiesto ai ragazzi quanto si sentissero sicuri online, solo il 10% ha risposto che non si sentiva mai sicuro – continua Mascheroni -. Oggi, invece, solo il 45% dice di sentirsi sempre al sicuro. È un dato significativo, perché ci dice che gli ambienti e i contenuti che i ragazzi incontrano online non vanno bene per loro. Lo sanno, sono molto più consapevoli di quanto pensiamo, ma non hanno alternative».L’enshittification delle piattaforme digitaliA peggiorare la situazione è quella che gli esperti definiscono enshittification, ovvero il progressivo declino qualitativo delle piattaforme digitali. «Obiettivamente i social media sono diventati un luogo molto più inospitale anche per noi adulti», sottolinea la professoressa. «Le piattaforme introducono by design, cioè nei loro algoritmi, caratteristiche più compulsive per tenerci incollati. È il modello di business che è sbagliato, supportato da un’attività di lobby molto simile a quella dell’industria del tabacco o del petrolio».Il danno maggiore ricade sui più fragili, come dimostrato da uno studio americano del dicembre 2025 citato da Mascheroni: «Se gli algoritmi classificano un utente minorenne come psicologicamente vulnerabile, ansioso o timido, c’è il 70% in più di probabilità che quel ragazzo riceva contenuti problematici, capaci di esacerbare depressione e insicurezze. Gli algoritmi capiscono chi è più debole e ne approfittano».La stretta di Bruxelles: perché i divieti rischiano di non bastareDi fronte a questa emergenza, la Commissione Europea sta accelerando sul piano regolatorio. Lo Special Panel sulla sicurezza dei minori online presenterà a metà luglio le sue raccomandazioni ufficiali alla Presidente Ursula von der Leyen, mentre è finalmente pronta l’App Ue per la verifica dell’età, uno strumento pensato per bloccare l’accesso ai minori proteggendo la privacy. Inoltre, l’Unione Europea ha già avviato procedimenti disciplinari contro colossi come Meta e TikTok per violazioni del Digital Services Act.Tuttavia, la tentazione di risolvere il problema imponendo semplici divieti di età o blocchi netti raccoglie il forte scetticismo della comunità scientifica. «Io non credo che i divieti siano la risposta», conclude Mascheroni. «Il divieto da solo rischia di sollevare le piattaforme dalla responsabilità di implementare le regole di sicurezza che dovrebbero già applicare secondo l’articolo 28 del Digital Services Act. Bisogna che le aziende paghino per le loro colpe e che i soldi delle sanzioni vengano investiti nella creazione di alternative reali per la socialità, l’intrattenimento e il supporto psicologico. Se i giovani oggi vanno a parlare dei loro problemi con ChatGPT, è solo perché le risorse pubbliche spese nella salute mentale sono drammaticamente insufficienti».L’esempio dell’IslandaLa strada da seguire, suggerisce la sociologa, è quella tracciata dall’Islanda negli anni Ottanta per combattere la tossicodipendenza giovanile: «In quegli anni, in Islanda, c’è stato un forte picco nell’abuso di stupefacenti da parte dei giovani. Ecco, loro sono stati lungimiranti: hanno investito in sport, attività artistiche, musica, e hanno ridotto di tantissimo il numero di tossicodipendenti. Adesso un adolescente medio islandese fa sport, suona almeno uno strumento, fa teatro ed è impegnatissimo. Nell’immediato costa, ma nel lungo periodo si risparmiano molti soldi e si restituisce ai ragazzi uno spazio nel mondo reale».L'articolo Giovani e social, «il tempo sullo schermo è un falso problema, contano le circostanze»: i dati e il parere dell’esperta proviene da Open.