Dopo il recente accordo preliminare con Teheran che dovrebbe essere definitivamente sottoscritto il prossimo venerdì, 19 giugno, determinando un cessate il fuoco di 60 giorni, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di negoziati sul programma nucleare iraniano, il presidente americano Donald Trump si prepara a ridefinire la sua politica internazionale.Il tycoon ha celebrato l’accordo con gli ayatollah come un trionfo; d’altronde la tanto agognata pace ridurrà le tensioni nel Golfo e contribuirà al calo dei prezzi del petrolio. Certamente l’operazione verso Teheran nasceva con l’obiettivo di disinnescare la minaccia nucleare e, ad ora, in tal senso la situazione non pare essere cambiata verticalmente. Tuttavia Trump, non un politico di primo pelo, sapeva di dover necessariamente tirarsi fuori da questa complessa situazione: le elezioni di metà mandato di novembre sono all’orizzonte e l’opinione pubblica americana rumoreggiava sempre più verso un conflitto che non ha mai davvero percepito come proprio.Concludere la guerra era l’unica via possibile per non compromettere definitivamente l’immagine di negoziatore forte e pragmatico. E bisogna altresì dire che in un certo senso la guerra in Iran è stata un unicum per Trump. Infatti, la sua politica estera è apparsa da sempre più orientata verso opzioni diplomatiche, sottendendo un costante disinteresse geopoltico con un’unica grande eccezione: ciò che gli USA definiscono “il giardino di casa”, ovvero l’America centrale e meridionale.Intanto Donald è sbarcato in Europa per il G7 e, non appena ha messo piede sul continente, ha dichiarato che “ora è il turno dell’Ucraina”. Poi ha ripetutamente scaricato gran parte della responsabilità del conflitto su Mosca e Kiev accusando in soldoni l’Ucraina di gravare sulle spalle degli europei, motivando in tal senso la riduzione dell’impegno diretto degli USA e spingendo per un cessate il fuoco negoziato.C’è poi il tema NATO. Dal suo insediamento alla Casa Bianca, Trump minaccia di voler abbandonare l’alleanza atlantica, quasi unicamente nel tentativo di spaventare i paesi membri affinché aumentino i loro contributi e investano sulla difesa. È probabile che il Presidente americano torni a martellare con questa richiesta.E poi attenzione a Cuba. Da mesi, Trump ha intensificato la pressione economica sull’isola attraverso pesanti sanzioni, un blocco delle forniture di petrolio e una stretta sulle figure leader del regime comunista. L’obiettivo è chiaro: accelerare un cambio di regime o una transizione amichevole che soddisfi la potente comunità cubanoamericana in Florida e negli Stati Uniti. Un successo a Cuba (anche solo percepito come indebolimento del regime comunista) servirebbe a ingraziarsi gli elettori ispanici in vista delle midterm, dove i Repubblicani rischiano di perdere terreno al Congresso a causa dell’aumento dei prezzi e della speculazione provocati dalla guerra in medio oriente.Insomma, questo approccio segna un’evoluzione della dottrina Trump: dalla massima pressione militare che abbiamo visto in Iran a una combinazione di diplomazia selettiva e coercizione economica. Dopo l’Iran, sicuramente il tycoon eviterà altre escalation, preferendo accordi che portano benefici immediati agli elettori americani. Per farla breve: l’accordo con Teheran non è una brusca interruzione della presidenza Trump in politica estera, ma solo uno dei tanti nodi che doveva essere necessariamente sciolto. Di sicuro la sua strategia resta imprevedibile ma, nel suo cinismo, sempre coerente e fedele ad un grande obiettivo: risultati concreti, rapidi e soprattutto vendibili agli americani.Alessandro Bonelli, 16 agosto 2026L'articolo Trump atto secondo: cosa farà adesso Donald proviene da Nicolaporro.it.