Dalle alluvioni degli anni ’60 alla rigenerazione urbana del 2026. Viaggio nell’ansa del Tevere che combatte il pregiudizio della cronaca nera e scommette sulla transizione green.C’è un’ombra lunga cinquant’anni che si allunga su un’ansa del Tevere, nella periferia sud-ovest della Capitale. È l’ombra di un nome che, nell’immaginario collettivo nazionale, evoca immediatamente il nero dei faldoni giudiziari, i segreti dei grandi misteri italiani e la narrazione cruda delle serie televisive di successo. Ma a scendere oggi tra i palazzoni compatti della Magliana, quella ricostruzione monocromatica si sgretola sotto i colpi di una realtà sociale complessa e in profonda trasformazione.Il quartiere, nato da una febbre edilizia caotica nel secondo dopoguerra, sta vivendo la sua ennesima metamorfosi. Da laboratorio delle contraddizioni romane a modello di riscatto, la Magliana racconta come una comunità possa sopravvivere al proprio stigma.Dalla caccia dei Papi alla febbre del cementoLa storia della Magliana non comincia con le betoniere degli anni Sessanta. Per secoli, questo quadrante è stato una distesa di vigne e pascoli, dominata dal Castello della Magliana, sontuosa residenza di caccia rinascimentale frequentata da Papa Leone X. Una terra anfibia, fertile, legata a filo doppio ai capricci e alle piene del fiume.La vera rottura storica avviene nel secondo dopoguerra. Roma cresce a ritmi vertiginosi, spinta dall’immigrazione interna. Tra il 1960 e il 1975, la pianura alluvionale si trasforma in una foresta di cemento. Si edifica in fretta, spesso sotto il livello del Tevere, e soprattutto senza infrastrutture primarie.I primi abitanti della Magliana Nuova ricordano un’epopea fatta di isolamento e polvere. Quando pioveva, le strade diventavano canali di fango e le esondazioni del fiume allagavano regolarmente gli scantinati e i piani stradali. Fu allora che nacque il nucleo identitario del quartiere: una comunità prevalentemente operaia che, unita nei comitati civici, scese in piazza per anni per pretendere dal Comune scuole, trasporti, servizi sanitari e fognature efficienti.Il peso del pregiudizio e l’argine socialeAlla fine degli anni Settanta, la cronaca nera si appropria del nome del quartiere. Una “batteria” di giovani criminali locali stringe alleanze con la malavita di Testaccio e Trastevere, dando vita a quella che la magistratura battezzerà come “Banda della Magliana”. Per quasi quindici anni, quel marchio diventa sinonimo di criminalità organizzata, oscurando la vita di decine di migliaia di cittadini onesti.Per molti residenti, quel periodo ha significato convivere con un forte pregiudizio sociale. L’associazione automatica tra il quartiere e la criminalità ha spesso finito per oscurare la realtà quotidiana di una comunità composta prevalentemente da famiglie, lavoratori e studenti. Nel frattempo, parrocchie, scuole, associazioni e realtà del territorio hanno continuato a rappresentare punti di riferimento fondamentali, contribuendo alla costruzione di un tessuto sociale capace di contrastare marginalità e disagio.La scommessa della rigenerazione urbanaOggi il quadrante non vuole più guardarsi indietro. Forte di una posizione strategica – a ridosso dell’EUR, collegato all’aeroporto di Fiumicino e al centro storico tramite la ferrovia FL1 e lambito da una pista ciclabile fluviale tra le più lunghe d’Europa – la Magliana ha registrato negli ultimi anni un forte ricambio generazionale, diventando polo attrattivo per giovani famiglie e studenti.La nuova sfida si gioca ora sui tavoli dell’urbanistica sostenibile. Inserito nel piano capitolino della “Città dei 15 minuti”, il quartiere vede l’apertura di importanti cantieri di rigenerazione. Gli interventi approvati dal Masterplan comunale puntano a mitigare gli effetti delle isole di calore e a de-cementificare i nodi stradali più critici. I lavori avviati a Piazza Fabrizio De André prevedono la sostituzione dell’asfalto con pavimentazioni drenanti ecologiche e l’inserimento di filari alberati, con l’obiettivo di riconnettere il tessuto urbano al Parco Fluviale del Tevere.La Magliana non ha rimosso il fango delle sue origini né le pagine buie della sua storia. Le ha semplicemente superate, dimostrando che l’identità di un territorio non è scritta nel destino, ma nelle mani di chi lo abitaCrediti fotograficiLe fotografie storiche pubblicate nell’articolo provengono dalla raccolta fotografica “Roma Sparita”, progetto dedicato alla conservazione e alla valorizzazione della memoria storica della città di Roma attraverso immagini d’epoca e testimonianze del territorio.Fonte immagini: Roma Sparita.