Dopo la lettera inviata da 48 deputati repubblicani all’U.S. trade representative Jamieson Greer e al segretario al Commercio Howard Lutnick, ora è il Senato a chiedere all’amministrazione Trump di accelerare su un’indagine ai sensi della Section 301 contro le politiche di pricing farmaceutico adottate dai partner commerciali.La nuova missiva, datata 16 giugno, porta firme politicamente pesanti: Todd Young, Chuck Grassley, Lindsey Graham, John Cornyn, Tim Scott, Bill Cassidy, Roger Wicker, Marsha Blackburn, tra gli altri. Il messaggio è, ancora una volta, netto. Washington deve agire rapidamente contro quei Paesi ad alto reddito che, secondo i senatori, continuano a comprimere artificialmente i prezzi dei medicinali.La spinta dal bassoIl dato politico è evidente. La linea della Casa Bianca sulla Most favored nation non resta confinata all’esecutivo. Prima la Camera, ora il Senato, e così il Congresso sta costruendo una pressione dal basso che può dare forza negoziale all’amministrazione Trump e rendere più probabile l’apertura di un dossier formale.La Section 301 viene indicata come lo strumento per trasformare la contestazione americana in una procedura commerciale vera e propria. Nella lettera, i senatori chiedono che gli Stati Uniti agiscano rapidamente per inviare “un segnale forte” contro quelle politiche estere che, a loro giudizio, sottovalutano l’innovazione e gli investimenti americani, avvertendo che tali pratiche saranno affrontate con “una risposta commerciale seria e duratura”. Non una semplice denuncia politica, quindi.Il precedente con LondraNella lettera, l’accordo tra Usa e Uk sul pricing farmaceutico viene definito un passo importante per correggere gli squilibri generati dai controlli sui prezzi all’estero. Il sottotesto è evidente. Se Londra ha trovato un’intesa, altri Paesi possono fare lo stesso.Per gli Stati Uniti, il caso britannico dimostra che il prezzo dei farmaci può entrare stabilmente nella politica commerciale. Per l’Europa, segnala che la questione non riguarda più soltanto la sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali, ma anche il rapporto con Washington su investimenti, mercato e innovazione.Germania, Giappone e gli altriNel testo vengono citati espressamente Germania e Giappone. Berlino, in particolare, è indicata come un caso sensibile alla luce delle nuove misure di contenimento della spesa farmaceutica. I senatori chiedono di agire prima che altri governi interpretino l’assenza di una risposta americana come un lasciapassare.“Siamo preoccupati dal fatto che Germania, Giappone e altri Paesi ad alto reddito continuino a mantenere politiche non coerenti con l’obiettivo dell’Amministrazione secondo cui i partner commerciali degli Stati Uniti devono contribuire in modo equo all’innovazione farmaceutica”, si legge nella lettera. Presente un riferimento anche anche al rapporto dello US trade representative secondo cui alcuni governi “continuano a ricorrere a politiche scorrette per comprimere i prezzi dei farmaci al di sotto del loro equo valore di mercato e per limitare arbitrariamente l’accesso a questi prodotti salvavita”.L’Italia non è nominata nella lettera del 16 giugno. Sarebbe però imprudente considerarla fuori dal radar. Il riferimento agli “altri Paesi ad alto reddito” e il quadro già tracciato dai documenti dello US trade representative allargano il perimetro ben oltre i Paesi citati.