Il quindicesimo piano quinquennale, approvato dalla leadership del Partito comunista cinese per il periodo 2026-2030, costituisce un importante piano di sviluppo strategico che definisce le priorità di politica economica e industriale. Si basa sulle aspettative relative all’ambiente politico e strategico entro il quale si inserisce la traiettoria di sviluppo del Paese. Il piano prevede di proseguire e accelerare un percorso di trasformazione già messo in atto negli anni 2010. Allora la Cina ha iniziato a considerare inadeguato il modello precedente, imperniato su una crescita basata sulle esportazioni a basso valore tecnologico, competitività salariale e compressione dei consumi.La crisi finanziaria globale e l’emergere della competizione geopolitica con gli Stati Uniti avevano reso questo modello estremamente rischioso economicamente e strategicamente. Da allora la Cina, sotto la guida di Xi Jinping, aveva promosso una politica industriale, poi definita Made in China 2025, che mirava a importare tecnologia, ma soprattutto a trasformare la Cina in un leader globale in settori tecnologici centrali per il futuro quali la robotica, l’intelligenza artificiale, i semiconduttori e le auto elettriche. Questo processo più recentemente è stato affiancato da politiche orientate a incentivare i consumi quali le campagne delle “Prosperità comune” e la strategia della “Doppia circolazione”. Queste due campagne erano basate sulle stesse premesse.A livello interno, il rilancio dei consumi è considerato funzionale a diminuire le differenze economiche e sociali e consolidare la prosperità dell’emergente classe media. A livello internazionale, l’obiettivo è quello di diminuire la dipendenza dalle esportazioni, in particolare quelle verso i mercati occidentali, data la rivalità con gli Stati Uniti e le politiche di de-risking messe in atto dall’Unione europea e altri Stati occidentali. Le politiche industriali nei settori tecnologicamente di avanguardia, che Xi ha definito come “nuove forze produttive di qualità” sono il centro del piano. Cina e occidente non sono più complementari. Sebbene il livello di interdipendenza sia ancora significativo, Pechino compete con gli Stati Uniti per il primato tecnologico e per l’accesso ai mercati globali e, di conseguenza, per l’influenza politica che ne deriva. Inoltre, l’emergente instabilità geopolitica ha messo in evidenza una serie di vulnerabilità reciproche.Questo contesto è fondamentale per comprendere le relazioni tra Cina e Stati Uniti durante l’amministrazione Trump. Nel 2025, dopo il cosiddetto Liberation day, Trump ha dato luogo a una “guerra commerciale” senza precedenti contro la Cina, arrivando a imporre dazi fino al 145% su alcuni prodotti cinesi. In questo caso gli obiettivi erano molteplici e spesso contraddittori: a livello domestico dal reshoring di posti di lavoro alla creazione di entrate fiscali; a livello internazionale pressione sulla Cina e declino dell’interdipendenza. La reazione di Pechino, che ha risposto bloccando le importazioni di soia e altri prodotti agricoli e limitando l’accesso alle terre rare, ha dimostrato quanto le due grandi potenze siano in una situazione di mutua vulnerabilità. La seconda parte dell’anno ha visto una de-escalation della guerra commerciale. Entrambe le parti sembrano avere più coscienza di come imporre costi alla controparte attraverso la cosiddetta weaponized interdependence, ovvero verso la capacità di applicare pressione politica ed economica nei punti più deboli del sistema economico della controparte. I recenti sviluppi a livello internazionale sembrano però indicare una importante divergenza nelle priorità.Il piano quinquennale fa emergere come Pechino stia investendo importanti energie politiche ed economiche nel ridurre la propria vulnerabilità e nell’ampliare la propria capacità di influenza. L’amministrazione Trump ha messo in evidenza la sua sensibilità ai costi economici generati da shock geopolitici quali il blocco dello stretto di Hormuz, generato proprio dalla “guerra per scelta” contro l’Iran. Il prossimo vertice bilaterale, prima rimandato a causa del conflitto in Medio Oriente, con tutta probabilità non produrrà una svolta sostanziale nei rapporti bilaterali, quanto un tentativo di regolare l’emergente mutua vulnerabilità nel settore economico e commerciale.Quali sono le conseguenze di questi sviluppi per l’Unione europea? Il contesto internazionale rimane estremamente difficile indipendentemente dalla temperatura delle relazioni Cina-Stati Uniti. Da un lato l’Unione e gli Stati membri hanno ormai accettato la necessità di politiche di de-risking nei confronti della Cina, per evitare le conseguenze della dipendenza economica e della conseguente possibilità di coercizione politica da parte di Pechino. Dall’altra l’amministrazione Trump ha evidenziato quanto la dipendenza politica, tecnologica e strategica nei confronti degli Stati Uniti sia ancora più profonda e meno reversibile. Nel breve periodo la risposta sembra essere orientata a perseguire una strategia che investe nelle medie potenze, attraverso accordi con Canada, Giappone, Mercosur e India. Nel lungo periodo, questa strategia dovrà necessariamente passare da un rilancio della competitività economica e tecnologica dell’Unione.Formiche 223