Garlasco, Nordio attacca di nuovo le sentenze su Stasi: “Paradossale essere condannati dopo due assoluzioni”. Ma ignora cosa è successo nel processo bis

Wait 5 sec.

Sul delitto di Garlasco Carlo Nordio, a distanza di un anno, ripete quanto detto sui processi ad Alberto Stasi e sulle sentenze che lo hanno portato alla condanna. “Il ministro della Giustizia non può pronunciarsi su un procedimento in corso, posso solo in via astratta dire da cosa nasce questa situazione paradossale: nasce da una legislazione, che secondo me dovrebbe essere cambiata ma sarà molto difficile cambiarla, per la quale una persona assolta in primo e in secondo grado, può poi senza nuove prove, essere condannata”. Un ritorno che, a distanza di un anno, dimostra che il ministro non conosce il percorso giudiziario del caso. “Non posso, non debbo e non voglio parlare di vicende in corso”, tiene a precisare.Nordio non sa che nel 2013 la Corte di Cassazione annullò l’assoluzione dell’imputato (che era stato assolto appunto in primo grado dal giudice Stefano Vitelli in abbreviato). La Corte d’Assise d’Appello di Milano riaprì la fase dibattimentale, con nuovi accertamenti e “integrazioni probatorie”, così come chiesto dalla stessa Cassazione che aveva ritenuto il verdetto precedente raggiunto con “un approccio non coerente ai principi della prova indiziaria” e seguendo un “non corretto percorso metodologico”.Furono quindi introdotti tutti gli elementi, che non erano presenti nei primi processi, anche a causa dall’inquinamento delle indagini da parte del maresciallo Francesco Marchetto. L’ex comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco all’inizio non ritenne di sequestrare la bici nera nell’officina del padre di Stasi perché “non corrispondeva alle caratteristiche descritte” da una testimone. L’ex maresciallo sostenne inoltre di essere stato presente durante la testimonianza della donna, circostanza però successivamente smentita dalla stessa testimone. La famiglia Poggi denunciò il carabiniere. Il carabiniere è stato condannato in appello per falsa testimonianza ed è stato prescritto in Cassazione.“Questo è accaduto sedici anni fa con il primo processo. Sia chiarissimo che non ho la più pallida idea della dinamica del delitto e del suo autore ma ho un’idea chiara sulla dinamica della nostra legislazione, che è sbagliata. Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannare una persona che è stata assolta due volte, da una Corte di assise e da una Corte di assise di appello?”, ha continuato. Alla domanda per il delitto di Garlasco c’è una risposta: perché a causa di indagini inquinate non erano presenti tutti gli elementi che poi sono diventate prove. Il ministro aggiunge che nel sistema anglosassone ”tutto questo è assolutamente inconcepibile. Da lì nasce una situazione sulla quale oggi il cittadino italiano si domanda perplesso come possa essere che una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole mentre attualmente si indaga su un altro sulla base di prove per le quali, secondo l’accusa, l’autore del delitto sarebbe diverso dal primo”. La differenza sta appunto nei processi celebrati nel contraddittorio delle parti e l’atto di accusa della procura di Pavia che non è stato ancora vagliato da un giudice.La bicicletta nera e l’enigma dei pedaliNel processo d’appello bis si formarono quindi le prove che non era stato possibile acquisire anche per una serie di errori, omissioni e negligenze di cui aveva dato conto la Cassazione stabilendo la responsabilità penale di Stasi “oltre ogni ragionevole dubbio”. L’analisi di quella bicicletta, che non fu sequestrata all’epoca dal maresciallo ma solo sette anni dopo, portò una novità nel processo su input della parte civile. I pedali di quella bicicletta nera non erano quelli originali, probabilmente scambiati con quelli di una bici bordeaux sui cui furono trovate tracce biologiche della vittima. La parte civile verificò con il costruttore che sulla bicicletta nera erano montati i pedali dell’altra.Un dato che, discusso nel contradditorio delle parti, divenne una prova a carico. Sui pedali “giusti” furono trovate tracce del Dna di Chiara Poggi. Materiale “altamente cellulato”, con ogni probabilità sangue. Perché la bici era così importante? Perché era stata vista appoggiata al muretto della casa dei Poggi intorno alle 9 del 13 agosto 2007, orario compatibile con l’omicidio di Chiara. Una prova quella della bicicletta che, se acquisita subito, avrebbe potuto cambiare il tortuoso iter processuale. “Un anello mancante” nell’andamento dell’attività investigativa secondo la Cassazione che ha confermato la condanna a Stasi. Ma nonostante il mancato sequestro, la Cassazione aveva ribadito che nel vagliare gli indizi che avevano portato a ritenere Stasi colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”, la Corte d’appello di Milano nel processo bis si è correttamente fatta carico della “mancanza di tale tassello”, valorizzando gli altri elementi probatori.Le impronte sul dispenserDopo aver colpito la 26enne il killer andrò in bagno a lavarsi le mani pulendo il lavandino e il dispenser lasciando però delle impronte (due attribuite da perizia a Stasi) e 4 capelli senza bulbo all’interno del lavabo e avesse avuto la necessità di andare a lavarsele in bagno” scrivono i giudici. L’assassino andò verso il bagno, passò nella saletta in fondo, poi raggiunse la cucina e quindi l’uscita. Sulla maglia rosa del pigiama, all’altezza della spalla sinistra, c’erano quattro tracce dei quattro polpastrelli insanguinati dell’assassino, cui corrispondeva, nella parte anteriore della stessa maglia, un frammento di impronta palmare insanguinata.Impronte mai analizzate perché il corpo venne girato e la maglia fu intrisa di sangue. Quella foto della vittima mostrò come era stato afferrato il corpo per “scaraventarlo” in fondo alla scala, e come l’assassino “si fosse sporcato le mani, e avesse avuto la necessità di andare a lavarsele in bagno” scrissero i giudici nelle motivazioni. Si lavò – da casa Poggi mancavano anche alcuni asciugamani – e sul dispenser portasapone restarono due impronte: erano di Alberto Stasi ed erano sull’oggetto che per ultimo aveva toccato l’assassino. E sul tappetino dove sostò il killer – hanno stabilito le sentenze che hanno portato alla condanna di Stasi – restò l’impronta della scarpa ‘a pallini’, di un numero che l’allora bocconiano poteva calzare a differenza di Sempio che calza, secondo la sua difesa, il numero 44. Le scarpe indossate dall’assassino erano Frau, taglia 42 con suola a pallini.A Stasi furono sequestrate le scarpe e – nonostante avesse raccontato di essere entrato dopo l’omicidio – raccontò di aver evitato il sangue. Impossibile evitarlo secondo i periti nominati dai giudici. L’assenza di tracce ematiche (sangue) sulle scarpe di Stasi era incomprensibile, suggerendo che le avesse pulite o sostituite dopo aver attraversato la scena del crimine. Poco prima della requisitoria del processo d’appello emerse che Stasi avrebbe comprato a Spotorno (dove andava in vacanza), quel modello di scarpe che poi non erano state recuperate dagli investigatori. La negoziante aveva rilasciato alcune dichiarazioni a Porta a Porta. Pur nella difficoltà di ricordare con precisione a dieci anni di distanza, aveva riferito alcune circostanze. Tra queste il fatto di aver controllato in magazzino e di aver verificato la vendita di un paio di Frau nel maggio 2007, pur senza essere in grado di precisarne la taglia. “La dichiarazione che lei mi sta chiedendo – ha aggiunto – io l’ho già rilasciata a degli ispettori che hanno fatto un’indagine”. Erano finanzieri inviati dalla Procura generale di Milano. Ma dei loro accertamenti non c’è traccia agli atti, forse risalivano a pochi giorni prima della sentenza d’appello bis e non ci fu tempo di svilupparli.Il racconto dell’aggressoreFu dimostrata l’incongruenza nei racconti di Stasi, inclusi dettagli sulla sua visuale del corpo di Chiara e il fatto che aveva il viso pallido. La vittima aveva il viso ricoperto di sangue per le numerose ferite inferte. Dicendo di aver visto qualcosa di bianco per i giudici Stasi mentì “con un racconto incongruo, illogico e falso“. Bugie sul ritrovamento del corpo e sul percorso fatto, menzogne sul prima e sul dopo l’arrivo in quella casa: “Il suo racconto è quello dell’aggressore, non dello scopritore”.L'articolo Garlasco, Nordio attacca di nuovo le sentenze su Stasi: “Paradossale essere condannati dopo due assoluzioni”. Ma ignora cosa è successo nel processo bis proviene da Il Fatto Quotidiano.