C’è un dettaglio che, da solo, dovrebbe farci sobbalzare sulla sedia. Non per Andrea Sempio. Non per Chiara Poggi. Non per Garlasco. Ma per noi. Perché noi, lettori, telespettatori, cittadini di questo grande tribunale permanente che è diventata l’opinione pubblica italiana, siamo ormai abituati a riconoscere il “mostro” prima ancora che esista una sentenza. Anzi: prima ancora che esista un’accusa davvero provata. Ci basta il titolo giusto. L’aggettivo giusto. La pennellata giusta. “Vestito di nero”. “Apatico”. “Silenzioso”. “Si capiva che aveva paura le facessi qualcosa”.Eccolo qui, il ritratto. Non di un indagato. Non di una persona da capire, da ascoltare, da collocare dentro fatti e prove. No. Il ritratto del personaggio. Del sospetto perfetto. Del tipo inquietante. Dell’uomo che, nella narrazione, deve già fare paura prima ancora che il lettore abbia aperto l’articolo. Poi però uno legge. E scopre un’altra cosa.Scopre che il famoso bigliettino, quello con la frase da brivido, viene spiegato dalla stessa donna cui si riferiva. Non “aveva paura che le facessi qualcosa” nel senso cinematografico, cupo, criminale. Secondo lei, era preoccupata perché aveva un nuovo fidanzato e non voleva essere vista in giro con l’ex. Fine. Una spiegazione umana, ordinaria, perfino banale. Ma il titolo non vive di banalità. Il titolo vive di suggestione. E allora la frase resta lì, amputata del suo contesto, pronta a fare il suo lavoro sporco: insinuare.Scopre anche che i compagni di scuola ricordano Sempio come taciturno, sì. Riservato, sì. Uno che stava in disparte, certo. Ma anche tranquillo. Uno che non si arrabbiava mai. Niente droga. Niente abuso di alcol. Niente episodi inquietanti. Niente pornografia evocata nei ricordi. Niente violenza. Anzi, qualcuno dice perfino: “Escludo al cento per cento che sarebbe in grado di fare quello che i giornali scrivono”. Ma questa frase, chissà perché, non ha la stessa potenza narrativa di “sempre vestito di nero”. Perché il nero funziona. Il silenzio funziona. L’apatia funziona. Sono ingredienti perfetti per la minestra della mostrificazione. Se uno è espansivo, è manipolatore. Se è riservato, è inquietante. Se veste normale, si mimetizza. Se veste di nero, eccolo: il lato oscuro. Se parla molto, mente. Se parla poco, nasconde. È un gioco truccato.Attenzione: qui non si tratta di stabilire se Andrea Sempio sia colpevole o innocente. Non lo sappiamo. Non lo sa il lettore, non lo sa il commentatore, non lo sa il titolista, non lo sa il salotto televisivo del martedì sera. Lo stabiliranno, eventualmente, le prove. Lo stabilirà la giustizia, non l’estetica del sospetto. Il punto è un altro: si può raccontare un’indagine senza cucire addosso a una persona il costume del mostro? Si può scrivere che un uomo era riservato senza trasformare la riservatezza in un indizio morale? Si può dire che portava abiti neri senza farne una categoria criminologica? Si può riportare una frase privata senza lasciarla galleggiare come una minaccia, quando subito dopo c’è una spiegazione molto meno sinistra?Leggi anche:Garlasco, i giornali “amici” mostrificano Sempio. Ma l’Odg attacca noi di Nicola PorroPerché qui il problema non è solo il singolo titolo. Il problema è il metodo. Prendere dettagli neutri e caricarli di veleno. Prendere testimonianze ambivalenti e selezionare solo ciò che inquieta. Prendere un essere umano e farlo diventare un tipo umano. Il taciturno. Il dark. L’apatico. Quello strano. Ecco la parola magica: strano. In Italia, quando un caso giudiziario diventa romanzo nazionale, la stranezza è già mezza colpa. Non serve molto altro. Il ragazzo normale non vende. Il ragazzo silenzioso sì. Il compagno di scuola che dice “era tranquillo” annoia. Il compagno di scuola che dice “era sempre vestito di nero” titola. È il giornalismo della sagoma: prima si disegna l’ombra sul muro, poi si cerca qualcuno che ci stia dentro.E non è la prima volta. Nei grandi casi di cronaca nera, la macchina narrativa ha bisogno di simboli più che di fatti. L’indumento, l’espressione, la postura, la frase fuori contesto, la passione privata, l’amicizia sbagliata, il carattere introverso. Tutto diventa materiale scenico. Tutto viene disposto sul tavolo non per capire, ma per far presagire. Solo che la presunzione d’innocenza non dovrebbe valere soltanto nelle aule di tribunale. Dovrebbe valere anche nei titoli. Soprattutto nei titoli. Perché il titolo è spesso l’unica cosa che resta nella testa di chi legge distrattamente, di chi condivide, di chi commenta, di chi si indigna.E allora sì, bisogna dirlo: questo modo di raccontare fa paura. Non perché difenda Sempio. Non perché assolva qualcuno. Non perché voglia oscurare la ricerca della verità su Chiara Poggi, che resta una vittima e merita giustizia vera, non sceneggiature. Fa paura perché dimostra quanto sia facile costruire un clima. Prima il sospetto. Poi il profilo. Poi il mostro. Poi, forse, le prove. L’ordine dovrebbe essere l’opposto.Invece siamo al paradosso: dentro l’articolo compaiono elementi che ridimensionano, contestualizzano, perfino smentiscono l’impressione del titolo. Ma il titolo ormai ha già fatto il suo mestiere. Ha acceso la lampadina emotiva. Ha detto al lettore dove guardare e come guardare. Non “ecco una persona coinvolta in nuove indagini”. Ma “ecco uno che faceva paura”. La differenza è enorme. Perché un conto è informare. Un altro è predisporre il pubblico al giudizio. Un conto è raccontare che gli investigatori hanno acquisito testimonianze. Un altro è impacchettare quelle testimonianze in modo da far sembrare significativi particolari che, presi da soli, non significano nulla.Vestirsi di nero non è una prova. Essere silenziosi non è una prova. Essere apatici nei ricordi di scuola non è una prova. Avere una relazione finita male o in modo complicato non è una prova. Scrivere un appunto privato, poi spiegato dalla persona interessata in termini non minacciosi, non può diventare una condanna psicologica. La cronaca giudiziaria dovrebbe avere un dovere in più: resistere alla tentazione del romanzo. Perché quando il giornalismo si mette a fare letteratura gotica con la vita delle persone, il processo mediatico arriva sempre prima di quello giudiziario. E spesso non concede appello. Qui non si chiede indulgenza. Si chiede rigore. Non si chiede di tacere. Si chiede di non manipolare l’atmosfera. Non si chiede di credere a Sempio. Si chiede di non trasformarlo, per comodità narrativa, nel “mostro perfetto”: quello nero, muto, isolato, inquietante quanto basta per far quadrare un titolo.La verità, quando arriverà se arriverà, avrà bisogno di prove. Non di colori nell’armadio. Non di diagnosi morali fatte dai banchi di scuola. Non di frasi private trasformate in trailer del male. Perché il giornalismo può fare molte cose. Può scavare, disturbare, denunciare, illuminare. Ma quando comincia a vestire un uomo da mostro prima che la giustizia abbia parlato, non sta più illuminando nulla. Sta solo spegnendo la luce.Franco Lodige, 14 maggio 2026L'articolo Questo titolo su Sempio è un obbrobrio. Poi leggi dentro e… proviene da Nicolaporro.it.