Lavoro, paura della guerra e fiducia a zero: ecco perché gli studenti non credono più ai partiti (ma votano per le idee)

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C’è un silenzio assordante che avvolge le istituzioni quando si tratta di ascoltare le nuove generazioni, e i numeri lo confermano. Secondo l’ultimo report del Forum Disuguaglianze e Diversità, condotto su 3mila studenti tra i 17 e i 19 anni, l’81,5% dei giovani è convinto che la propria voce non conti nulla nel panorama nazionale. Si tratta di un dato che descrive una frustrazione diffusa e un abisso democratico perché, rispetto alla media dei coetanei nell’Unione europea, la sensazione di irrilevanza in Italia è superiore di ben 40 punti percentuali. Questa percezione di invisibilità spiega molto più dell’astensionismo il motivo per cui il rapporto tra i giovani e il potere si stia trasformando in un divorzio silenzioso.Lavoro e guerra: quali sono le ansie dei giovaniTra le preoccupazioni che abitano le menti degli studenti e delle studentesse, al primo posto svetta la mancanza di lavoro, un’ansia che colpisce soprattutto i giovani al Sud, seguita dalla paura della guerra, dal timore per il calpestamento dei diritti e, appunto, dalla frustrazione per il proprio scarso peso politico. È interessante notare come la visione dei figli si rifletta parzialmente in quella dei genitori. Gli studenti percepiscono che i propri padri e madri condividono le stesse ansie su lavoro e conflitti, ma la guerra rimane l’unico vero terreno di totale convergenza generazionale. Se su temi come il clima o l’incertezza del futuro i punti di vista possono divergere, sulla minaccia bellica le sensibilità di due generazioni diverse finiscono per coincidere.Il crollo della partecipazione al votoIl disamore per il voto tradizionale è un processo lento che dura da decenni e che torna puntualmente a ogni votazione. Se nel periodo 1994-2006 la partecipazione giovanile era un vanto nazionale, con una media dell’87% (superiore alla popolazione totale), nel 2022 è scivolata al 60%, e alle ultime europee del 2024 al 50%. Il report suggerisce, però, che non siamo di fronte a una generazione di pigri. Il punto critico è la fiducia nel dare un mandato di rappresentanza. I ragazzi non vogliono più consegnare una delega in bianco a un partito o a un candidato. Questo è dimostrato dal fatto che, quando si tratta di esprimersi su un tema specifico, come accaduto nel referendum del 2026, l’affluenza giovanile è tornata a salire al 67%, superando la media nazionale. I giovani partecipano se chiamati a decidere su un’idea, non tanto su una sigla.Dominano le azioni di denuncia individualiIn questo contesto, l’iscrizione a un partito è diventata l’ultima delle opzioni possibili, un vero e proprio fanalino di coda nella scala dei valori. La diffidenza verso le organizzazioni collettive nasce dalla percezione che esse abbiano «una loro agenda», che siano sorde ai nuovi arrivati o semplicemente inefficaci. L’impegno degli studenti così tende a traslocare verso azioni individuali e consapevoli. Si cerca di ridurre l’ingiustizia attraverso il «corretto uso delle risorse», il «voto» (quando sentito), i «consumi critici», come il boicottaggio di prodotti. La «denuncia alle autorità di atti ingiusti» viene preferita allo scendere in piazza o all’entrare in movimenti organizzati, mentre il volontariato mantiene una posizione intermedia e rassicurante.«C’è consapevolezza, ma poco impegno collettivo»«Dalle risposte emerge un potenziale di sensibilità e consapevolezze che non ha la fiducia di tradursi in un impegno collettivo. Questo parla a tutte le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del Paese, che a quel potenziale grande non riescono a rivolgersi», commenta Fabrizio Barca, coordinatore del Forum e autore della ricerca. È una sfida aperta per tutte le organizzazioni sociali e politiche perché i giovani sentono le ingiustizie legate al razzismo, al genere, alla classe sociale e al reddito, ma non trovano interlocutori che non sembrino loro distanti o autoreferenziali. Emerge infine una curiosa differenza di genere nell’appartenenza. Mentre gli studenti maschi tendono a legarsi maggiormente ai livelli locali e nazionali (città e regione), le studentesse mostrano un’identità più affezionata all’Europa e alla dimensione mondiale. Il grido che sembra arrivare dai banchi di scuola è che i ragazzi si sentono cittadini che scelgono di agire da soli finché la politica non imparerà di nuovo l’arte dell’ascolto.L'articolo Lavoro, paura della guerra e fiducia a zero: ecco perché gli studenti non credono più ai partiti (ma votano per le idee) proviene da Open.