«Ho perso le gambe, non la voglia di vivere. Abbraccio chi mi ha accoltellato»: la commovente lettera di Davide, studente aggredito il 12 ottobre a Milano e rimasto invalido

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«A volte ancora la sento, la coltellata». Inizia così la lettera di Davide Simone Cavallo, 22enne studente della Bocconi di Milano. Poco prima delle tre di notte del 12 ottobre 2025 stava uscendo da uno dei locali più frequentati dalla gioventù milanese, tra via Montegrappa e via Rosales. Sul suo cammino incontra un gruppo di cinque ragazzi, tra cui tre minorenni, che lo aggredisce, accoltella e riduce in fin di vita. Quella notte lo studente riporta uno «shock emorragico da emotorace massivo», lesioni permanenti e perde l’uso delle gambe. La lettera scritta da Davide è stata depositata insieme agli atti del processo, che si aprirà il 20 maggio: non sono parole d’odio, ma di compassione e clemenza. «Piango come un bambino»Davide sente ancora il dolore dei colpi inferti dalla babygang. «Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui», scrive. Davide è ragazzo sano e sportivo: «Mi piace correre, saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui muretti, scoprire posti nuovi. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi allenavo», racconta nella lettera. Ora sta seguendo un lungo e complicato processo di riabilitazione: «I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il sole, non ricordavo niente degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito. Poi la morte». Subito dopo l’aggressione, imbottito di farmaci e calmanti per non fargli provare dolore, Davide ha una «paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato». «Abbraccio i miei aggressori»Il pensiero va ai suoi aggressori, tre dei quali minorenni: «Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi». Non sono parole d’odio, ma di compassione e di perdono: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio».«Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato»«Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito». Termina così la riflessione di Davide che, nonostante quanto gli è successo, non sente di aver avuto il destino contro, ma la sorte dalla propria parte, anche se «ho quasi perso me stesso». Davide si è sempre sentito un ragazzo come tutti gli altri: «Io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando, andavo al parco, mi svegliavo, col sorriso o meno e vivevo la mia vita. Fino a ieri era tutto “normale”. Nessuno mi aveva detto che sarei finito così, non un segnale, un messaggio. Per questo ogni giorno penso di non aver ballato abbastanza, abbracciato abbastanza, rincorso, saltato, viaggiato, toccato, sentito, vissuto, amato abbastanza». Pur con il dolore di non poter più vivere la vita di prima, un ultimo pensiero va agli aggressori: «Mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi».L'articolo «Ho perso le gambe, non la voglia di vivere. Abbraccio chi mi ha accoltellato»: la commovente lettera di Davide, studente aggredito il 12 ottobre a Milano e rimasto invalido proviene da Open.