Abbiamo il rapper giovane (o ex giovane…) cantore della microcriminalità di strada e dall’arroganza materialista come tool primario per il successo; abbiamo il rapper dal grande ego, dal grande carisma, dalla grande esperienza che fa (in qualche caso doverosamente, in altri un po’ meno) il king e sta più o meno solidamente negli stream; abbiamo il rapper che è sposato al boom bap d’un tempo, per scelto o per ripiego, ed ha una sua nobiltà (ma anche una sua prevedibilità da riserva indiana); abbiamo infine il rapper che ha scoperto l’indie ed è diventato dolce ed emo(tivo), a favor di fatturato ed urlini adolescenziali nei live.Abbiamo tutto questo, come macrocategorie del performer hip hop in Italia nell’ultimo ventennio. Quello che dovremmo avere di più – quello che più ci manca, in questa fase storica – è il rapper che parla di cose vere e normali, di quotidianità, di analisi sociali col giusto occhio critico e respirando l’aria che si respira davvero mediamente in Italia. Pensateci: a vedere il panorama dei rapper in Italia, la nostra sembra una nazione di ghetti e spacci, o di americanismi, di enclave post-universitarie a misura di backpack. E va benissimo, eh, ciascuna categoria ha la sua ragione d’essere e l’arte deve essere libera. Se sta nelle tue corde parlare di collanoni e spaccini – fallo. Se sta nelle tue corde ricordare ogni tre per due quanto sei figo e soffertamente famoso – fallo.L’arte non deve diventare pedagogia, o solo (ri)educazione sociale. Ma quello che ci manca di più, e che è anche la cosa più difficile da fare, è il rapper che si toglie la maschera e incide il coltello delle parole e delle rime nella realtà più nostra. Senza abbellimenti, esagerazioni, rodomontate, senza schierarsi dietro al paravento / coperta di Linus della “cultura hip hop” – ma anche senza sconti. Lo ha fatto e lo fa sempre più Fibra; lo ha fatto e lo fa Marracash, senza rinunciare alla street cred; lo ha fatto e lo fa Willie Peyote; lo ha fatto e lo fa a momenti Salmo; lo ha fatto così bene che poi si è quasi stufato (di farlo nel rap) Frankie Hi-Nrg; sta in parte provando a farlo, per le nuovissime generazioni, Madame; e speriamo non chiedano ad Ele A di farsi Anna Pepe, perché potrebbe farlo pure lei. Ma sono ancora più l’eccezione, loro, piuttosto che la regola. Basta guardare le classifiche settimanali di stream e i business plan delle major.Secondo noi è un peccato. Un rap in Italia che torna a parlare di Italia, l’Italia vera e non quella intrisa di estetica della microcriminalità e/o del “cerchio magico” della fama e del successo, sarebbe discretamente necessario. Sì. Per aiutarci a capire meglio chi siamo, cosa stiamo facendo, cosa potremmo fare e forse non facciamo abbastanza. Il rap, quando è arrivato in Italia e si è declinato nella lingua italiana, ha tratto la sua forza prima di tutto da questo. Lo ha fatto all’epoca con qualche ingenuità, qualche eccesso di politicizzazione, ma accidenti se lo ha fatto, e accidenti se questo gli ha dato un DNA prezioso. Ci manca, questo DNA, come caratteristica egemone della comunicazione hip hop in casa nostra. Lo rivorremmo indietro. È assente o comunque molto minoritario da troppo tempo. (Ora vi facciamo sentire qualcosa di interessante; continua sotto)Ecco: questo è il motivo per cui sentendo “Esigenze produttive” di Mario Rossi Fa Rap (…a prima vista, non il nome di progetto che ci è piaciuto di più) abbiamo subito drizzato le antenne. Un EP uscito pochi giorni fa, ma che mette in campo davvero quello che più sentiamo mancare in questo momento nel rap italiano – vedi appunto tutto il discorso di sopra.(Mario Rossi Fa Rap, da un’idea, dalla personalità e dalle rime di Michele Benetti, foto di Stefano Santini; continua sotto)E non è solo “bella l’idea”: no, Michele Benetti – il titolare del progetto, veronese – rappa bene, il flow lo mastica a modo e non con piglio didascalico, e per giunta ha pure saputo costruirsi un vestito sonoro molto efficace ed appropriato, scegliendo di farsi accompagnare non da un beatmaker wannabe drillionario ma da una band vera e propria (il fratello Tobia Benetti alla batteria, Jacopo Castellani al basso, Sebastiano De Gaspari alle chitarre, Emiliano Baldassarri alle tastiere). Il tutto ci pare funzioni piuttosto bene. Ed è per questo che abbiamo accolto con grande entusiasmo la possibilità di ospitare in anteprima un video che mostra le potenzialità live&direct del progetto Mario Rossi Fa Rap. Lo potete vedere qua sotto. Per il resto, che dire? Speriamo che finalmente si torni a sentire il bisogno, in Italia, di un rap fatto così, pensato così, sviluppato così. Il rap per la gente reale. Il rap per la gente che va ogni giorno a lavorare. Ma che non accetta di spegnersi per questo coscienza, consapevolezza, spirito critico.The post Mario Rossi Fa Rap: e accidenti se lo fa bene, se ci fa del bene appeared first on Soundwall.