La trepidazione si scioglieva in gioia, in un istante. Già sui gradini che portano in tribuna avvertivo la temperatura salire, vedevo le grandi luci scendere dal soffitto e un odore che ora mi pare identificare con quello dei pop-corn (chissà poi se sia vero, chissà se ci fossero i pop-corn) mi entrava nelle narici. Era un odore piacevole. Poi il parquet sotto i miei piedi, e allora sì che ero felice. Davvero, ero felice come può esserlo un adolescente che non ha preoccupazione più grande dell’interrogazione il giorno dopo e che si sta per sedere, accanto al suo papà, a guardare giocare la propria squadra.Correva l’anno 2009, avevo da poco la patente e insieme a mio padre avevo fatto due ore di auto per arrivare a Cremona. Da Piazzatorre al Palaradi, 150 chilometri di asfalto: prima i tornanti stretti che scendono dalla montagna bergamasca, poi la statale lungo la Valle Brembana, l’autostrada e infine la città in cui lui è cresciuto. Non ricordo con esattezza da quanto tempo seguissimo la squadra che all’epoca portava il nome di Gruppo Triboldi Basket. Forse da quattro anni, dalla promozione in Legadue. Ha poca importanza.In quel 2009 la società si stava giocando la promozione nella massima serie. Io ero al palazzetto, i tifosi cantavano, battevano le mani, e di lì a poco avrei avuto gli esami di maturità. Ma c’era mio padre, andava tutto bene. Negli occhi ho ancora la tripla di Silvio Gigena: siamo sotto di un punto, mancano le briciole prima della fine, rimessa, l’italo-argentino è lasciato sorprendentemente libero in angolo. Riceve, tira. Ciuff, il canestro della vittoria. Un tripudio. Ricordo le magie di Troy Bell e un Marco Cusin in rampa di lancio. E poi un giovanissimo Niccolò Melli che prometteva già di calcare l’Nba, Kyle Hines a Veroli con Andrea Trinchieri, Giacomo Galanda a Varese; e Trent Whiting, il professore Randolph Childress, Alvin Young che adoravo. Che campionato! Ma non voglio parlare di basket. Almeno, credo. Voglio parlare d’altro, se riesco.La pallacanestro, e in modo particolare la squadra di Cremona – che poi ha preso il nome di Vanoli dal patron Aldo – è ciò che mi ha unito a mio papà. Prima ancora di comprendere che potessimo avere uno scambio alla pari, da adulto ad adulto, sulle cose del mondo. Prima ancora di capire – con dolore – quanto poco perfetto lui fosse, quanto poco invincibile. Lui che a settantasette anni invincibile è ancora convinto d’esserlo, o forse fa solo finta di crederlo per non dare un dispiacere a me. La pallacanestro – e la Vanoli Cremona – ci hanno unito, ci hanno tenuto al telefono per ore e ore, quando sono andato via di casa e mi sono costruito la mia vita, ci hanno permesso di passare momenti indimenticabili insieme. Quattro ore in macchina, il viaggio, il Palaradi (l’ultima volta, a gennaio di quest’anno, c’era tutta la mia famiglia), la Coppa Italia nel 2019, la sciarpa o la maglietta biancazzurra a Natale. Sono momenti che resteranno. Qualsiasi cosa significhi, per sempre.La pallacanestro e la Vanoli hanno regalato a un uomo che nella paternità si è ritrovato per forza e a un figlio che fino a pochi anni fa non sapeva chiedere, né parlare, uno spazio comune. Uno spazio di condivisione e confronto. Leggero, sano, sicuro. Anche quando nel frattempo – come capita, nella vita – c’è stato vento forte, e talvolta un po’ di grandine. E un po’ di nebbia.Perché scrivo queste righe? Perché la Vanoli Cremona non esisterà più: dalla prossima stagione non avrò più una squadra da tifare. Ma come forse si è capito, di tifare la squadra, in sé, non mi interessa. È tutto il resto ciò che perdo. A mio padre ho soltanto chiesto: “Cosa tifiamo l’anno prossimo?”. E siccome lui è un inguaribile ottimista – e siccome a Cremona esiste un’altra squadra di basket, quella storica, la Juvi – mi ha risposto: “Prima della Vanoli ho sempre tifato Juvi. Tiferemo Juvi”. Va bene, papà.In foto il giocatore che più ho amato a Cremona, Travis Diener.Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.itInstagramL'articolo Per la Vanoli Basket Cremona (e per mio papà): quella squadra non è stata solo sport proviene da Il Fatto Quotidiano.