Continuano a trapelare dettagli sulla nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Secondo la Procura di Pavia Alberto Stasi non avrebbe ucciso Chiara Poggi perché le prove a suo carico nella sentenza definitiva non reggerebbero, fra cui il “lavaggio” del dispenser e del lavandino della villetta di via Pascoli che è “francamente incompatibile” con la presenza di “ben quattro capelli scuri, mai periziati” dentro al lavello e con l’assenza della “minima traccia di emoglobina” nel “sifone dello scarico”. Lo si apprende dalle carte che, nei giorni scorsi, gli inquirenti pavesi hanno trasmesso alla Procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, per caldeggiare l’istanza di revisione della condanna per l’ex fidanzato della 26enne uccisa il 13 agosto 2007. Nella memoria il procuratore aggiunto Stefano Civardi con le pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza contesta la pagina 114 della sentenza della Corte d’appello bis di Milano che ha condannato Stasi a 16 anni. In cui si legge che “le manovre di lavaggio sono evidentemente state poste in essere con notevole accuratezza, tanto che, come si è visto, non venivano rilevate tracce di sangue né sulla leva del miscelatore né sul dispenser (che peraltro si possono azionare senza utilizzare le mani) né nel sifone del lavandino”. Per i giudici di 12 anni fa l’assassino lì si è lavato in casa Poggi e in quel bagno al pian terreno perché c’è l’impronta della scarpa a pallini insanguinata sul tappetino sotto al lavabo e perché sul contenitore del sapone c’erano 2 impronte digitali di Stasi – oggi 3 dopo i nuovi accertamenti dei consulenti dei pm pavesi nel 2025 che avrebbero avuto una posizione innaturale – ed erano le uniche leggibili oltre a una serie di altri frammenti di impronte invece non attribuibili, nemmeno alle persone che nella villetta di via Pascoli abitavano. Un’impostazione che ora gli inquirenti pavesi contestano. Le impronte dell’anulare e del mignolo sinistro di Stasi sono “ravvicinate” e “facilmente” compatibili con la normale presa dell’oggetto, scrivono. Mentre gli “ampi risciacqui del lavandino sono incompatibili con i quattro capelli scuri che fanno bella mostra di sé” in una fotografia scattata sulla scena del crimine.Il lavaggio del lavello e i capelliL’argomento sul lavaggio o meno del lavello nella villetta di Garlasco era già emerso nel 2020 in un’informativa del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, durante la seconda inchiesta su Andrea Sempio (formalmente contro ignoti) archiviata il 30 luglio di quell’anno. Per i militari “i capelli”, trovati senza bulbo e quindi inutili per accertamenti genetici, fotografati durante il sopralluogo nella casa con lo scatto catalogato con la sigla ‘DSC03064’, “sarebbero stati portati via dall’acqua” in caso di risciacquo, si legge. Per questo motivo il lavabo non poteva essere stato pulito. All’epoca i magistrati pavesi non hanno creduto a questa versione. “I capelli sono di Chiara Poggi” e sono stati recisi “a causa dei colpi inferti” dal suo killer con un oggetto contundente e sono “rimasti sulle mani insanguinate dell’assassino”. Una “più o meno accurata ‘pulizia’” del lavello nulla avrebbe cambiato secondo l’ex procuratore aggiunto Mario Venditti, oggi indagato a Brescia con l’ipotesi di corruzione e l’indagine dovrebbe concludersi entro qualche settimana. “Il sangue, liquido e solubile in acqua, viene lavato molto più facilmente dei capelli che, stante la loro forma e lunghezza, rimangono più facilmente sul fondo della vasca anche dopo il lavaggio”, ha scritto. Inoltre quei capelli, per forma e lunghezza, sarebbero stati della vittima e sono stati “recisi a causa dei colpi inferti e rimasti sulle mani insanguinate dell’assassino“. Lo dimostrerebbe ciò che è stato “processualmente accertato” dalla fotografia di una mano insanguinata sul pigiama di Chiara Poggi (che dimostra che il killer si è sporcato le mani) e dalla ricostruzione della camminata dell’assassino nella casa che dimostrerebbe come “aveva le mani imbrattate di sangue e che si è recato in bagno per lavarsi”. Venditti citò anche la memoria depositata dall’ex comandante del Ris, Gianpietro Lago, nel processo d’appello bis all’udienza del 6 ottobre 2014. Secondo l’allora tenente colonnello Chiara Poggi “è stata colpita al cranio con un oggetto contundente, dotato di un bordo tagliente che ha reciso numerosi capelli”. Sarebbe questo il motivo dell’assenza di bulbo che li ha resi inutili per accertamenti genetici. “La loro presenza attesta semmai” che il killer si è “effettivamente lavato le mani” e sarebbe stato semmai “verosimile che l’assassino non si sia soffermato per verificare l’effetto del risciacquo, ma si sia allontanato rapidamente dalla scena”. I capelli – concluse – sono della vittima “senza dover chiamare in causa terze persone delle quali peraltro non vi sono tracce”. Questo articolo Delitto di Garlasco, pm: “Stasi innocente, non ha mai lavato dispenser e lavello” proviene da LaPresse