È raro ascoltare una 5^ sinfonia di Cajkovskij spurgata da quella retorica sentimentalistica, da quelle svenevolezze che ne caratterizzano l’interpretazione prevalente. Ebbene, lunedì sera alla Scala, nell’ambito della stagione della Filarmonica, ce ne è stata proposta una lettura asciutta, serrata, drammatica, severa ma allo stesso tempo intensamente poetica, senza un grammo di grasso se si vuole andar di metafora. Merito di quel grande direttore che è l’estone Paavo Järvi (dal 2028 direttore musicale della London Philharmonic Orchestra), erede della lezione interpretativa di Evgenij Mravinskij, ma anche di quella di Bernard Haitink, di cui ricorda il gesto misurato, quasi ascetico e insieme intensissimo.La serata si era aperta con la mirabile esecuzione del concerto per violino di Erich Wolfgang Korgold da parte della giovanissima (23 anni) violinista spagnola María Dueñas, uno dei talenti più puri – insieme allo svedese Daniel Lozakovich – che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare dal vivo negli ultimi tempi. La musica di Korgold nel primo e nel terzo movimento ci porta nella temperie delle colonne sonore hollywoodiane che furono al centro della vita americana dell’esule austriaco, mentre il secondo movimento, “Romanza. Andante” ci fa entrare nel magico e malinconico mondo della “Città morta”, la sua opera più famosa, data con successo alla Scala nel 2019 con la regia di Graham Vick. La giovane violinista ha incantato il pubblico per virtuosismo tecnico, intensità della cavata, profondità poetica dell’interpretazione. Una stella di prima grandezza.Infine il momento più magico, se possibile aggiungere altra magia alla magia, della serata: il bis, il “Valzer triste” di Sibelius, composizione rovinata dalla routine come e più ancora della 5^ di Cajkosvskij. Järvi ne ha fatto un gioiello miracoloso, capace di trasportarci in un mondo parallelo fatto di mistero, malinconia, senso del nulla.La Tonhalle di Zurigo, una magnifica macchina da musicaIndicibile la bellezza dei passaggi in pianissimo, talmente pianissimo da rasentare il silenzio. Certo, non puoi fare tutto questo se sei un grande direttore ma l’orchestra non è all’altezza. E invece la Tonhalle di Zurigo si è dimostrata una magnifica macchina da musica, sia negli insiemi (la duttilità e la profondità della sezione archi) sia nei solisti (tra tutti il corno che intona la melodia del secondo movimento di Cajkoskij, una delle più belle di tutta la storia della musica, all’ascolto della quale il vostro cronista ha sempre un mancamento interiore, una personalissima sindrome di Stendhal). Pubblico in delirio, serata di felicità. L'articolo Alla Scala la lezione interpretativa di Paavo Järvi proviene da Nicolaporro.it.