Il petrolio sale, ma la Russia scende. Il paradosso del Cremlino

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Vladimir Putin lo aveva detto giusto giusto qualche settimana fa. La Russia non cresce, non come dovrebbe almeno. Il capo del Cremlino, che il mondo vorrebbe arricchito dal conflitto in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz, aveva dichiarato a metà aprile che la crescita economica della Russia è in calo da due mesi consecutivi, con il Pil in contrazione dell’1,8% da gennaio a febbraio. In un incontro con i funzionari a Mosca, il presidente russo aveva affermato che l’industria manifatturiera, la produzione industriale e il settore edile hanno subito perdite. Chiedendo spiegazioni dettagliate a chi di dovere sul motivo per cui gli indicatori macroeconomici non sono all’altezza delle previsioni del governo e della Banca centrale russa.Ora, la domanda è: se è vero che con la crisi in Medio Oriente il prezzo del petrolio si è portato a ridosso dei 100 dollari al barile (il Wti viaggia intorno ai 105 dollari), allora perché un Paese che è tra i maggiori produttori di oro nero al mondo non cresce come vorrebbe? Anzi, arretra. Qualcosa, evidentemente non funziona, anche perché i problemi strutturali dell’ex Urss, come raccontato più volte da questo giornale, sono tanti e, soprattutto, irrisolti. Dall’inflazione che divora i redditi alla crisi della liquidità delle banche, fino al fallimento pressoché totale del modello economico basato sulla produzione di armamenti.E allora, ecco il paradosso, il petrolio sale ma Mosca diventa sempre più povera. Tanto che, a un mese dalle ammissioni di Putin, sono arrivate le stime ufficiali. La Russia ha drasticamente rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita economica per il 2026, con il governo pronto a un prolungato rallentamento. Parola, niente di meno, del vice primo ministro Alexander Novak, il quale ha dichiarato che il governo ora prevede una crescita del prodotto interno lordo di appena lo 0,4% il prossimo anno, in calo rispetto alla precedente previsione dell’1,3%. Le nuove previsioni evidenziano dunque le crescenti preoccupazioni all’interno del governo circa la sostenibilità del modello economico russo in tempo di guerra, dopo oltre quattro anni di combattimenti in Ucraina.L’economista Andrei Gnidchenko del centro di analisi Cmakp, vicino al Cremlino, ha definito le nuove previsioni una sorpresa, mentre Dimitry Polevoy, un altro esperto non certo in odore di fronda, ha affermato che “l’apparente aumento della spesa pubblica” rimane la principale fonte di incertezza e rischio per le prospettive economiche russe. Non è finita. Le previsioni del governo indicano inoltre un anno difficile per famiglie e imprese. Si prevede, infatti, che gli investimenti continueranno a diminuire quest’anno, mentre l’inflazione dovrebbe rimanere elevata al 5,2%. La crescita dei redditi reali dei russi dovrebbe rallentare invece all’1,6% dal 7,7% dello scorso anno, mentre l’aumento della spesa dei consumatori dovrebbe diminuire all’1,2% dal 4% nel 2025. Insomma, male, malissimo.Come si spiega? E pensare che, come calcolato dall’Agenzia internazionale dell’energia, da quando si sono aperte le ostilità in Iran, le esportazioni di greggio russo sono aumentate di 250.000 barili al giorno rispetto a marzo, raggiungendo i 4,9 milioni di barili. Tuttavia, proprio dallo scorso marzo l’Ucraina ha scatenato ondate di attacchi con droni contro alcuni dei principali porti petroliferi russi e ha colpito le raffinerie nel tentativo di prosciugare l’economia di guerra di Mosca. La conclusione è una sola, la guerra in Iran non fa ricca la Russia. Anzi.