di Giuseppe Gagliano – Il Mali sta entrando nella fase più pericolosa della sua crisi. L’offensiva lanciata nelle ultime settimane dai gruppi jihadisti del JNIM, legato ad Al-Qaida, insieme ai separatisti tuareg dell’Azawad, mostra un Paese sempre più frammentato, dove lo Stato fatica a controllare territorio, strade e basi militari. Non si tratta più soltanto di attacchi isolati nel nord desertico: la pressione si estende ormai ai corridoi logistici, ai centri urbani e alle strutture strategiche vicine al potere centrale di Bamako.La giunta guidata da Assimi Goïta aveva costruito il proprio consenso promettendo sovranità, sicurezza e rottura con la Francia, sostituita dall’alleanza con la Russia. Ma il progetto rischia oggi di mostrare tutti i suoi limiti. Espellere Parigi è stato possibile, sostituire la rete di intelligence, supporto aereo e cooperazione militare francese molto meno. Bamako dispone di un esercito sotto pressione, con risorse limitate e difficoltà nel presidiare un territorio immenso attraversato da traffici illegali, rivalità etniche e insorgenze armate.La rottura degli Accordi di Algeri del 2015, che avevano congelato almeno in parte il conflitto con le componenti separatiste del nord, ha accelerato la crisi. La giunta ha scelto la linea della riconquista militare senza possedere gli strumenti necessari per sostenerla nel lungo periodo. La conseguenza è un progressivo logoramento dello Stato, costretto a difendere enclave isolate mentre i gruppi armati colpiscono convogli, strade e infrastrutture.L’alleanza tra jihadisti e separatisti non è ideologica ma tattica. I primi puntano a un ordine islamista transnazionale, i secondi all’autonomia dell’Azawad. Tuttavia condividono lo stesso obiettivo immediato: indebolire Bamako e il dispositivo russo che sostiene la giunta. Questa pressione simultanea costringe l’esercito maliano a disperdere uomini e mezzi, alimentando sfiducia e senso di vulnerabilità anche all’interno dell’apparato statale.La presenza russa, presentata come alternativa al fallimento occidentale, non sembra in grado di stabilizzare il Paese. Mosca ha fornito addestramento, protezione politica e supporto militare, ma la pacificazione del Sahel richiede molto più della forza armata: servono amministrazione, sviluppo, controllo del territorio e accordi con le comunità locali. I paramilitari possono difendere il regime, ma non ricostruire uno Stato.Anche sul piano economico la situazione si deteriora rapidamente. Le miniere d’oro e le rotte trans-sahariane sono sempre più contese tra gruppi armati, trafficanti e autorità locali. Lo Stato perde entrate fiscali mentre aumenta il costo della guerra. Il rischio è che il Mali diventi il centro di una destabilizzazione più ampia capace di coinvolgere Niger, Burkina Faso e l’intera fascia saheliana.L’Alleanza degli Stati del Sahel, creata da Mali, Niger e Burkina Faso dopo la rottura con l’Occidente, rafforza la narrativa sovranista delle giunte militari ma non risolve le debolezze strutturali della regione. Stati fragili, economie sotto pressione ed eserciti logorati difficilmente possono garantire sicurezza reciproca in un contesto di espansione jihadista.Per l’Europa il deterioramento del Mali rappresenta una minaccia indiretta ma concreta. Instabilità, terrorismo, traffici illegali e migrazioni rischiano di aumentare lungo tutto il corridoio saheliano fino al Mediterraneo. Il fallimento francese prima e le difficoltà russe oggi mostrano quanto sia difficile stabilizzare il Sahel soltanto attraverso la dimensione militare.Il Mali è diventato così il simbolo di una crisi più ampia: quella di Stati fragili schiacciati tra jihadismo, rivalità geopolitiche, economie criminali e competizione tra potenze esterne. Bamako non è ancora crollata, ma il processo di disgregazione appare ormai evidente.