I figli dell’ISIS compiono 18 anni. Il problema che l’Europa ha rinviato per un decennio

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di Samuele Lucia – Hanno diciotto anni. Molti sono cittadini europei per nascita o per discendenza. Da quasi un decennio vivono però nei campi di al-Hol e Roj, nel nord-est della Siria, sotto il controllo delle autorità curde. Sono i figli di uomini e donne che aderirono allo Stato Islamico e che, dopo la caduta del Califfato nel 2019, rimasero intrappolati in una delle questioni più controverse lasciate in eredità dalla guerra contro l’ISIS.Con la sconfitta territoriale dello Stato Islamico, le città conquistate dal gruppo jihadista furono liberate, molti dei suoi leader vennero uccisi o arrestati e le bandiere nere scomparvero dalle mappe del Medio Oriente. Per molti governi europei sembrò la conclusione di una stagione di emergenza. Rimase però irrisolta una domanda destinata a riemergere negli anni successivi: quale futuro riservare ai figli del Califfato?Per lungo tempo la risposta è consistita, di fatto, nel rinvio. I campi di al-Hol e Roj sono rimasti il luogo in cui confinare una questione politicamente scomoda, affidandone la gestione alle autorità curde e alle organizzazioni umanitarie. Oggi, però, quella strategia mostra tutti i suoi limiti. I bambini che nel 2019 vivevano nei campi stanno diventando adulti. Molti hanno già diciotto, diciannove o vent’anni. Non sono più minori, ma neppure imputati in procedimenti per terrorismo. Rimangono sospesi in un limbo giuridico e politico che l’Europa non può più ignorare.L’Unione Europea ha costruito una parte importante della propria identità attorno alla tutela dei diritti umani e alla protezione dell’infanzia. Un principio è stato ribadito più volte dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni umanitarie e dagli esperti che hanno seguito la situazione nei campi siriani: i figli non possono essere considerati responsabili delle scelte compiute dai genitori.La realtà si è rivelata molto più complessa. Dopo la caduta del Califfato migliaia di minori stranieri sono rimasti nei campi del nord-est della Siria. Secondo le stime dell’International Centre for Counter-Terrorism, nel 2022 oltre 7.300 bambini stranieri erano ancora presenti ad al-Hol e Roj. Il dibattito europeo si è concentrato soprattutto sui rischi legati ai rimpatri, mentre è stata dedicata molta meno attenzione alle conseguenze del mancato rimpatrio.Nessun governo europeo ha dichiarato apertamente di voler abbandonare quei minori. Nella maggior parte dei casi si è scelto semplicemente di rinviare le decisioni. Dal punto di vista politico era la soluzione meno costosa: ogni operazione di rimpatrio rischiava di trasformarsi in una polemica interna e di essere interpretata come un gesto di indulgenza nei confronti dello Stato Islamico. Il tempo è così diventato una scelta politica. Ma il tempo non è neutrale. I bambini crescono e le emergenze temporanee si trasformano in problemi strutturali.Oggi la questione si presenta in termini completamente nuovi. Che cosa accade quando il minore che si voleva proteggere diventa maggiorenne? Molti di questi giovani possiedono formalmente una cittadinanza europea, ma non hanno mai vissuto nel Paese che dovrebbe riconoscerli come propri cittadini. Altri si trovano in situazioni documentali estremamente complesse e alcuni hanno trascorso praticamente tutta la loro vita nei campi profughi.Nel 2022 la Corte europea dei diritti dell’uomo, pronunciandosi nel caso H.F. e altri contro Francia, non ha imposto agli Stati il rimpatrio automatico dei propri cittadini presenti nei campi siriani, ma ha stabilito un principio destinato a incidere sul dibattito europeo: le decisioni degli Stati non possono essere arbitrarie e devono essere sottoposte a un effettivo controllo giurisdizionale. Più che imporre una soluzione, la sentenza ha ricordato ai governi che ignorare un problema non significa risolverlo.L’errore sarebbe affrontare questa vicenda esclusivamente attraverso la lente della sicurezza. Non esistono elementi che consentano di affermare che i figli dell’ISIS siano inevitabilmente destinati a diventare terroristi. Una simile impostazione introdurrebbe una forma di responsabilità ereditaria incompatibile con i principi dello Stato di diritto.Esiste però un’altra questione che merita attenzione: quali conseguenze produce una prolungata condizione di sospensione giuridica, sociale e identitaria? La storia del jihadismo contemporaneo mostra come esclusione, marginalizzazione e assenza di prospettive possano costituire fattori di vulnerabilità ai processi di radicalizzazione. Per questo la questione non riguarda soltanto la tutela dei diritti fondamentali, ma anche la sicurezza futura degli stessi Paesi europei.Per anni l’Europa ha concentrato i propri sforzi nel perseguire penalmente gli appartenenti allo Stato Islamico. Oggi deve confrontarsi con la generazione successiva, cresciuta nei campi siriani e priva di una prospettiva definita. Il tema riguarda anche il possibile aumento dei contenziosi davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e la capacità degli Stati di conciliare sicurezza, responsabilità giuridiche e tutela dei diritti fondamentali.La vittoria militare sul Califfato è stata celebrata nel 2019. La gestione delle sue conseguenze politiche, invece, è rimasta incompiuta. Oggi quei bambini sono diventati adulti e chiedono una risposta che l’Europa ha rinviato per anni. La vera eredità dello Stato Islamico non è soltanto nelle rovine di Raqqa o di Mosul, ma anche nella capacità delle democrazie europee di affrontare una questione che il tempo, da solo, non ha risolto.