Anche io ho seguito lo scontro tra Nicola Porro e Giuseppe Conte a Quarta Repubblica sulle mascherine e gli annessi e i connessi ed io pure sono rimasto infastidito, però non per le questioni su cui tutti dibattono in queste ore. La mia prospettiva è meno politica o legata alla cronaca (del resto l’oggetto del contendere è già stato sviscerato in completezza su questa testata), e, invece, più umana, troppo umana. Io assistevo alle finte, le manovre dell’ex premier, quello che diceva questo ve lo consento, quest’altro no, e ventilava inquietanti trattamenti sanitari se la gente non avesse collaborato ossia obbedito nel farsi sperimentare, io vedevo quel modo di buttar la palla in tribuna di fronte a rilievi precisi, e scuotevo la testa: forse è vero che il politico in sè non cambia, non può cambiare. Io vedevo questo Conte manovriero, strategico, vorrei dire intrigante al limite della provocazione e, sì, scuotevo la testa, ma come? Questo è lo stesso che pochi giorni fa ci raccontava di essere guarito da un male cattivo, scoperto improvvisamente, con accenti da miracolato? Lo stesso che raccontava di essersela cavata grazie a una fede profonda che gli aveva fatto capire o riscoprire o ridefinire le priorità della vita? Davvero?Quali priorità? A me nel seguirlo così aggressivo, in punta di spocchia, veniva da pensare che le priorità erano sempre le stesse di prima, di sempre: il potere, il vittimismo aggressivo per sgusciar via, le frasi sonore ma vuote, “sono un liberale”, l’assurdo protestare perché “i giornali di Angelucci mi fanno 50 articoli contro”. Perché, il giornale suo di riferimento che fa con gli altri? Che farebbero tutti, tutti i giornali, divisi in tribù politiche? Sarebbe questo il modo di rinascere a nuova vita e più saggia, più vera e sincera?Scuotevo il capo perché io l’ho passato, un cancro, né sono sicuro di esserne uscito – nessuno lo è, per il tempo che gli resta – e non mi è parso nessun segnale e non mi è apparso nessun padre Pio, di cui Conte si raffigura come avvocato, niente meno. Padre Pio ha bisogno di un legale? Sì, io ci sono passato, ci sto passando perché il trauma non passa, perché i controlli scandiranno quello che resta della mia vita e tu puoi tornare alla vita, aggrapparti alla vita ma non è più come prima, davvero la carezza della morte ti ha urticato e qualcosa dentro si è spento per sempre: fai le cose di sempre ma non hai più quella voglia, non ci sei più immerso come prima, il tuo orizzonte si è ridotto, è polveroso, non lo scorgi bene e forse è meglio; davvero le priorità si mescolano o per dire più giusto si disperdono, si dissolvono; evaporano. Io ricordo sempre quel suono mortifero, le tre note meccaniche della macchina che mi avvertiva di cambiare sacca, e ricordo quando andavo a pisciare prima e dopo la chemio e ricordo quel sole malato fuori dal vetro, irraggiungibile e crudele. Io custodisco il male in me, si chiama sptc, stress post traumatico da cancro, è come tornare dalla guerra e difatti è una guerra: non la liquidi così, non la superi con una preghiera e una intervista. Non sarai più lo stesso, chi sostiene il contrario mente, chi dice che il cancro lo ha reso migliore, mente.Però il cancro può rendere meno peggiore. Nel senso che aiuta a riscoprirsi almeno più comprensivo a misura della tua precarietà, rassegnato alla fragilità. Quindi appena un po’ meno dipendente dalle umane miserie. Dalle ambizioni, dalle falsità. Io non posso credere che uno appena salvatosi non sia cambiato in niente e se mai più incallito di ieri. Che tutto resti nel solco di prima, e va bene che i politici sono una specie, una razza speciale, dopati di potere, della preoccupazione di perderlo, dell’ansia da scheletri nell’armadio e Dio sa che altro, però io a seguire questo Conte scuotevo la testa e mi sarei messo a piangere: com’era possibile tanta arroganza ancora senza aver fatto tesoro di niente? E pensavo, ma o questo mente, non aveva nessun male grave, o davvero non ha capito niente. E mi restava solo la seconda ipotesi, perché nessuno s’inventa una cosa del genere, neanche un politico nell’eterno rally elettorale.Vedete, io, forse l’ho fatta anche troppo lunga, mi considero notoriamente una vittima di vaccino, ma adesso non mi importa, dovrei avercela con Conte, con le sue costrizioni e restrizioni, dovrei indignarmi adesso a sentire tutti i suoi volteggi, e invece, credetemi, non me ne frega niente. Più niente. Sono solo sgomento. Mi pare così innaturale. Non lo so come Nicola Porro abbia fatto a restare in controllo, io non ce l’avrei fatta. Ma io non ho esperienza televisiva, non ce l’ho di niente, sono uno scriteriato, un impulsivo (e difatti in televisione non mi ci vedrete mai). Ma non sono le valutazioni politiche, mediatiche che mi fanno star male – e non ha proprio nessuna consistenza che io ci stia male: è solo che io non capisco.Davvero non capisco. Da malato oncologico non capisco. Da uomo più vecchio di Conte, che non le conta le sue notti insonni, non riesco a capire. È come rivivere tutto da capo. Mi metterei a piangere e difatti mentre spreco queste righe sto piangendo sopra il lamento sconfinato di “Treacherous Cretins” di Frank Zappa che è l’unica colonna sonora possibile per un momento del genere. Ma questo non ha nessuna importanza. E sicuramente sbaglio io, ma se un male brutto non insegna niente, se quella dell’esperienza della fine, della saggezza del dolore, del distacco dopo la guerra è solo una storia da elargire nell’eterna pubblicità di se stessi, allora cosa ci resta? Allora che senso ha essersi salvati dopo avere tanto sofferto?Max Del Papa, 30 giugno 2026L'articolo Come è possibile che non abbia capito niente? proviene da Nicolaporro.it.