Per decenni una parte della sinistra italiana ha coltivato l’idea che alcune istituzioni della Repubblica fossero, se non di sua proprietà, quantomeno di sua naturale pertinenza. Tra queste, il Quirinale ha sempre occupato un posto speciale: nell’immaginario progressista dovrebbe rimanere il santuario della Repubblica “giusta”, quella legittimata dai custodi dell’establishment. A tal proposito, è bastata una frase pronunciata da Giorgia Meloni per far traballare questo schema.Intervistata da Nicola Porro durante la trasmissione 10 Minuti, in onda su Rete 4, la Presidente del Consiglio ha affermato un principio che, in una democrazia parlamentare, dovrebbe apparire quasi ovvio: se il centrodestra continuerà a vincere le elezioni e disporrà dei numeri necessari in Parlamento, nel 2029 potrà eleggere un Presidente della Repubblica espressione della propria maggioranza.Apriti cielo.Nel giro di poche ore è andata in scena la consueta liturgia dell’indignazione. Si è parlato di occupazione delle istituzioni, di deriva autoritaria, di assalto al Quirinale. Tra i più indignati Matteo Renzi, che ha descritto quello scenario come una minaccia agli equilibri democratici.E pensare che proprio Renzi è stato uno dei principali protagonisti delle grandi manovre parlamentari che portarono Sergio Mattarella prima al Quirinale e poi alla sua complessa rielezione. Il paradosso, in questo caso, è alquanto evidente: quando il Presidente della Repubblica nasce da trattative, accordi trasversali e votazioni guidate dal centrosinistra, si celebra l’alto senso dello Stato. Se, invece, è il centrodestra a rivendicare lo stesso identico diritto, improvvisamente si evocano il golpe bianco e l’occupazione delle istituzioni.È una doppia morale che, francamente, appare sempre meno convincente.In una democrazia parlamentare il Capo dello Stato non appartiene a una cultura politica, ma dipende dai numeri previsti dalla Costituzione. Se una maggioranza dispone dei voti necessari, ha piena legittimità a concorrere per tutte le più alte cariche della Repubblica, Quirinale compreso. Sostenere il contrario significa, implicitamente, ritenere che esistano forze politiche legittimate a governare ma non a completare il naturale ciclo istituzionale.Su questo punto Meloni coglie un nodo politico reale. Il centrodestra non dovrebbe più vivere alcun complesso d’inferiorità nei confronti di quei mondi che, per decenni, hanno esercitato una sorta di diritto di prelazione morale sulle istituzioni repubblicane. Ma una battaglia culturale, per quanto legittima, non coincide necessariamente con una previsione politica. Perché la vera partita non si giocherà nel 2029, bensì alle prossime elezioni politiche.Tutto dipenderà dalla composizione del Parlamento che uscirà dalle urne. Se Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia riuscissero a conquistare una maggioranza ampia e autosufficiente, l’elezione di un Presidente di area conservatrice diventerebbe una prospettiva concreta. Se, invece, quella maggioranza dovesse dipendere anche dai voti del cosiddetto centro — dai calendiani ai numerosi gruppi centristi che popolano il Parlamento — lo scenario cambierebbe radicalmente.Il prezzo dell’appoggio dei centristi sarebbe un inevitabile riequilibrio della coalizione. Forza Italia tornerebbe al centro del gioco, mentre ogni candidatura troppo identitaria rischierebbe di essere sacrificata sull’altare della stabilità. I centristi, infatti, difficilmente convergerebbero su un Presidente percepito come espressione piena della destra e la stessa coalizione avrebbe tutto l’interesse a evitare imboscate da parte di eventuali franchi tiratori.È qui che riemerge il grande protagonista nascosto della politica italiana. La Democrazia Cristiana è scomparsa dal cuore della scena politica da oltre trent’anni, ma certe sue logiche continuano tuttora a sopravvivere. Cambiano i simboli, i leader e i partiti, ma quando arriva il momento di eleggere il Capo dello Stato riaffiora sempre lo stesso metodo: individuare una figura capace di rassicurare tutti, anche senza entusiasmare nessuno. Un profilo moderato, istituzionale, difficilmente divisivo. Magari con solide radici nel cattolicesimo democratico. Non necessariamente di sinistra, ma neppure il simbolo di una vittoria identitaria del centrodestra.C’è però un ulteriore elemento che pesa molto più di quanto si ammetta pubblicamente. Il Presidente della Repubblica non è soltanto il garante della Costituzione. È anche il punto di riferimento istituzionale capace di offrire garanzie e continuità ai partner occidentali nei momenti più delicati della vita politica del Paese.Per questo motivo ogni candidatura viene inevitabilmente osservata anche oltre i confini nazionali. I partner europei e, soprattutto, Washington non scelgono direttamente il Presidente della Repubblica italiana e non esercitano alcun potere formale sulla sua elezione. È però difficile immaginare che le principali forze politiche italiane convergano su una figura percepita come poco affidabile dagli Stati Uniti o dall’Alleanza Atlantica.Da questo punto di vista Giorgia Meloni ha completato una trasformazione politica evidente. Ha consolidato il profilo atlantista del suo governo, ha rafforzato i rapporti con gli Stati Uniti e ha definitivamente archiviato l’immagine di un centrodestra incompatibile con gli equilibri occidentali. Un’evoluzione che amplia il perimetro delle candidature teoricamente praticabili. Ma non elimina la regola fondamentale della politica italiana.L’elezione del Capo dello Stato è il momento in cui gli equilibri interni si intrecciano con quelli internazionali. E, se in Parlamento servono i voti, fuori dal Parlamento serve una figura capace di rassicurare gli alleati strategici dell’Italia. Per questo motivo, prima ancora di risultare gradito ai partiti italiani, il prossimo Presidente della Repubblica, chiunque esso sia, dovrà risultare credibile agli occhi di Washington.Salvatore Di Bartolo, 2 luglio 2026L'articolo Quirinale “a destra”: non è solo la sinistra il problema di Meloni proviene da Nicolaporro.it.