“C’è un equivoco di fondo che dobbiamo smettere di alimentare: quello per cui il digitale sarebbe uno spazio vuoto, una piazza neutra dove i nostri figli entrano e scelgono liberamente cosa fare. Non è così. Il digitale non è un contenitore, è un ecosistema progettato, e ogni progetto ha un padrone, un interesse, un modello di business”. Lo dice a LaSalute di LaPresse Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai), commentando l’analisi firmata a quattro mani dal presidente francese Emmanuel Macron e dal Dg dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus sull’impatto del digitale per la salute dei giovanissimi.Per lo scienziato faremmo bene a capire che, quando un bambino apre un social o un gioco online, non sta semplicemente “usando uno strumento”. Sta “entrando in un ambiente costruito per catturare la sua attenzione, studiare le sue reazioni e trasformare il suo tempo in dati da monetizzare. Gli algoritmi non sono lì per educare o proteggere; sono lì per massimizzare il coinvolgimento. E il coinvolgimento, nei minori, si ottiene spesso spingendo contenuti estremi, stereotipati o emotivamente dirompenti, perché sono quelli che generano più click e più permanenza”, scandisce Branda.I sintomi dell’abuso digitale non sono incidenti di percorsoL’analisi dei due leader ci ricorda che l‘infanzia viene ridefinita dalle tecnologie. E più volte i pediatri hanno richiamato l’attenzione sulle insidie per l’infanzia. “Ma la domanda vera è: chi sta scrivendo questa nuova definizione? Non certo i pedagogisti, né i pediatri, e nemmeno i genitori. La stanno scrivendo ingegneri del silicio che ragionano per metriche di retention, non per bisogni evolutivi. Ecco perché i sintomi che vediamo, cioè ansia, depressione, disturbi del sonno, isolamento non sono incidenti di percorso, ma effetti collaterali prevedibili di un sistema che premia l’eccesso e penalizza il limite”.La trappola virtuale per il cervello dei bambiniIl punto più sottile “è che il danno non è solo nei contenuti espliciti, cioè violenza, pornografia, bullismo, ma nella sostituzione silenziosa dell’esperienza reale con quella mediata. Un bambino che impara a relazionarsi attraverso like e follower non sta semplicemente giocando con un’app; sta allenando il suo cervello a cercare gratificazione esterna e immediata, a confondere la connessione digitale con l’intimità, a misurare il proprio valore su una scala di popolarità in tempo reale. Questo è il vero svuotamento: non ciò che vede sullo schermo, ma ciò che non vive più fuori”, chiarisce l’esperto.Le iniziative legislative, i divieti di accesso sotto i sedici anni in Australia, Francia o Regno Unito, per Branda vanno nella direzione giusta, ma non bastano. “Il proibizionismo è una stampella, non una soluzione strutturale. Perché anche se chiudi la porta ai minori, l’ecosistema rimane lo stesso: opaco, poco trasparente, fondato su un conflitto d’interessi intrinseco tra il benessere dell’utente e il profitto della piattaforma”.Salute digitale al primo postoLa vera svolta sarebbe ribaltare la prospettiva: non chiedersi “come proteggiamo i bambini dalle piattaforme”, ma “come costringiamo le piattaforme a mettere la salute dei bambini al primo posto, anche a costo di perdere engagement”, chiarisce il ricercatore.“Questo significa progettare ambienti adatti all’età, non a posteriori; rendere pubblici gli algoritmi che filtrano le informazioni sanitarie; smettere di trattare i minori come un mercato e cominciare a trattarli come una responsabilità collettiva”.“I nostri bambini e giovani non sono cavie, né un mercato prigioniero o una merce”, scrivono Macron e il dottor Tedros. Eppure, sottolinea Branda, per anni, li abbiamo lasciati diventare esattamente questo, illudendoci che fosse solo questione di tempo davanti allo schermo e non di architettura del desiderio. “La sfida non è tecnologica, è politica e culturale: riprendersi il diritto di definire che cosa significhi crescere sani in un’epoca in cui il confine tra reale e virtuale è definitivamente crollato. E farlo prima che un’intera generazione abbia imparato a stare al mondo solo attraverso un display”, chiosa il ricercatore.Questo articolo Digitale e bambini, i pericoli di un ambiente disegnato per catturare l’attenzione e monetizzare dati proviene da LaPresse