Se c’è un elemento che accomuna molti stadi del Sud Italia e in particolare della provincia del Mezzogiorno, non è soltanto l’età degli impianti, né la loro collocazione, spesso centrale rispetto al tessuto urbano delle città che li ospitano.È piuttosto il valore simbolico che continuano a rappresentare per le rispettive comunità, un patrimonio identitario costruito in decenni di storia sportiva che, molto spesso, supera di gran lunga il valore economico dell’infrastruttura stessa.Il viaggio di Stadi che rigenerano, attraverso il Nord Italia aveva raccontato come la rigenerazione possa assumere forme differenti pur all’interno di progettualità ormai consolidate, e quello nel Centro aveva evidenziato la ricerca di un equilibrio – pur con le sue criticità – tra memoria e innovazione.Il Sud Italia propone una narrativa ancora diversa, nella quale parlare di stadi significa inevitabilmente confrontarsi con vicende sportive spesso complesse e amministrazioni chiamate a fare i conti con risorse limitate.Premesso ciò, il vero tema non è stilare graduatorie tra esperienze più o meno avanzate, né tantomeno inseguire l’idea che esista un modello unico di rigenerazione.Il punto è invece comprendere come territori molto differenti tra loro stiano cercando di affrontare una medesima sfida: restituire una prospettiva contemporanea a infrastrutture che, pur continuando a custodire una parte importante dell’identità cittadina, faticano ancora a esprimere appieno il proprio potenziale economico, sociale e urbano.Forse più che altrove, lo stadio nel Sud è il luogo dove la memoria collettiva si intreccia con il senso di appartenenza, e, in alcuni casi, perfino con il desiderio di riscatto di interi territori.È probabilmente da questa consapevolezza che occorre partire per leggere i casi che arrivano dal Mezzogiorno, evitando sia la tentazione di ricondurli a un’unica narrazione, sia quella, altrettanto semplicistica, di considerarli esempi di un ritardo strutturale rispetto ad altre aree del Paese.Benevento e il Vigorito, preservare oggi per poter rigenerare domaniTra le esperienze osservate nel Mezzogiorno, Benevento non rappresenta il caso di una grande trasformazione infrastrutturale. Racconta piuttosto come, in assenza di un progetto organico di rigenerazione, la continuità del dialogo – non priva di difficoltà – tra amministrazione comunale, Regione e società sportiva possa contribuire a preservare un patrimonio evitando che cada nella logica dell’emergenza permanente.La storia recente del Benevento Calcio, consolidatasi negli anni della gestione della famiglia Vigorito e culminata con la doppia esperienza in Serie A, ha infatti favorito un rapporto più stabile con le istituzioni, consentendo di ragionare con maggiore continuità sugli interventi destinati allo stadio.Si tratta, va detto, di opere prevalentemente manutentive: dalla copertura della tribuna, per la quale è stato recentemente individuato un nuovo finanziamento regionale da circa 1,4 milioni di euro, agli interventi sull’illuminazione, fino al rinnovo della convenzione tra Comune e club per la gestione dell’impianto, nell’0rdine di poco più di 110mila euro annui.Non siamo quindi di fronte a una rigenerazione urbana nel senso più ampio del termine, ma a un percorso di conservazione e adeguamento funzionale.Il valore del caso Benevento risiede meno nella portata degli interventi che nella capacità – pur tra rallentamenti e inevitabili complessità amministrative – di mantenere aperto un confronto tra i soggetti coinvolti e reperire le risorse senza rincorrere esclusivamente le urgenze.Stadio Ciro Vigorito. Image credit: Francesco Pecoraro/Getty ImagesIl Vigorito ricorda così che, prima ancora della rigenerazione, esiste una fase spesso poco raccontata ma indispensabile: quella della tutela del patrimonio esistente.Perché conservare uno stadio non significa ancora rigenerarlo.Significa, però, evitare che il tempo continui a sottrarre valore a un patrimonio della comunità, creando le condizioni affinché, un domani non troppo remoto, quella trasformazione possa davvero diventare possibile.In sintesi, la manutenzione è necessaria, ma non può diventare una politica infrastrutturale.Conservare significa impedire il declino; rigenerare significa costruire nuovo valore.Stadi che rigeneranoCentro Italia, dove la rigenerazione cerca un equilibrio tra memoria e futuroNel cuore della Penisola la trasformazione degli stadi passa spesso dalla valorizzazione dell’esistente, dalla collaborazione tra soggetti pubblici e privati e dalla ricerca di modelli sostenibili capaci di tenere insieme memoria collettiva, sviluppo urbano e nuove funzioni economiche.Avellino e quel progetto visionario che si è fermato prima del cantiereAvellino rappresenta una delle occasioni più significative rimaste, almeno finora, incompiute.Eppure i presupposti, negli anni scorsi, sembravano esserci tutti perché l’Avellino costituisce una delle realtà storiche del calcio, seconda soltanto al Napoli per presenze complessive in Serie A tra i club campani, e dopo i fallimenti che ne hanno segnato la storia recente è riuscito ancora una volta a ricostruire il proprio percorso sportivo, tornando stabilmente tra i professionisti e riconquistando anche la Serie B.Proprio mentre il club ritrovava solidità sul campo prendeva forma anche l’idea di un nuovo Partenio-Adriano Lombardi.Il progetto, presentato nel 2021, immaginava uno stadio di proprietà da oltre 21mila posti, interamente coperto, conforme agli standard UEFA 4 e concepito come infrastruttura multifunzionale, con spazi commerciali, servizi e aree dedicate al tempo libero.Stadio Partenio Lombardi. Image credit: Giuseppe Bellini/Getty ImagesL’investimento previsto di circa 60 milioni di euro, raggiungibili attraverso il ricorso al project financing, con il coinvolgimento dell’Istituto per il Credito Sportivo. Sulla carta rappresentava una visione perfettamente allineata al nuovo paradigma dell’impiantistica sportiva italiana: quella visione, tuttavia, non si è mai tradotta in un percorso concreto.La società non ha infatti mai depositato il progetto esecutivo, mentre le incertezze legate alla proprietà dell’impianto, i cambiamenti amministrativi e le valutazioni economiche sullo stadio hanno progressivamente rallentato un iter oggi sostanzialmente fermo.A complicare ulteriormente il quadro è arrivata anche la recente stima dell’Agenzia delle Entrate, che ha valutato il Partenio-Adriano Lombardi 10,7 milioni di euro, cifra destinata a incidere sulle future scelte dell’amministrazione e del club.Il caso Avellino è particolarmente significativo non perché sia mancata un’idea, né perché fosse assente una riflessione sul ruolo che lo stadio avrebbe potuto assumere nello sviluppo della città. È mancata, piuttosto, la capacità di trasformare quella visione in un percorso stabile, capace di resistere ai cambiamenti che inevitabilmente accompagnano operazioni di questa portata.Il rendering del nuovo Partenio continua così a rappresentare ciò che avrebbe potuto essere e che, almeno per ora, non è diventato.Nel frattempo, l’unica prospettiva concreta resta quella di preservare l’impianto con attività di manutenzione dell’esistente e con interventi indispensabili a garantirne l’agibilità. Il risultato è una situazione di sostanziale immobilismo, nella quale va sottolineato che ogni anno perso nella governance produce un costo invisibile: aumenta il divario tra il valore potenziale dell’impianto e quello effettivamente generato per la città.Potenza e il Viviani, quando la programmazione resta una materia sospesaPiù che l’assenza di un progetto, Potenza racconta il peso di una programmazione rimasta sospesa. Negli ultimi anni le idee sul futuro dello Stadio Alfredo Viviani non sono di certo mancate, la mancanza semmai – che sta rischiando di diventare strutturale – è stata tutta nella capacità di trasformare il concept in una direzione condivisa.Nel 2025 il Potenza Calcio aveva scelto di aprire pubblicamente il confronto sul futuro dell’impiantistica cittadina, presentando due concept sviluppati dallo studio Gau Arena: da una parte la riqualificazione del Viviani, destinato a raggiungere i 12mila posti; dall’altra la realizzazione di un nuovo parco dello sport nell’area dell’ex Cip Zoo, con stadio, centro tecnico, palazzetto e funzioni commerciali, interamente finanziato da capitali privati.Un dibattito che sembrava poter aprire una nuova fase e che, invece, si è progressivamente arenato e lo ha fatto su entrambi i fronti: il nuovo impianto è rimasto sulla carta, mentre anche il percorso legato al restyling del Viviani continua a scontare ritardi.Il bando per la concessione pluriennale dello stadio, considerato il passaggio indispensabile per programmare gli investimenti, è stato rinviato più volte, alimentando anche la protesta della tifoseria, che ha chiesto pubblicamente tempi certi e maggiore chiarezza sul futuro dell’impianto.Nel frattempo il Comune ha ottenuto un finanziamento di 500mila euro destinato alla copertura del settore Distinti, somma che considerata l’entità, consentirà di intervenire soltanto su una parte della gradinata, fotografando nettamente la condizione nella quale si trova oggi il Viviani: quella di un impianto che continua a essere mantenuto e migliorato per singoli interventi, senza un approccio più sistemico e via via sempre più indispensabile.Potenza mostra così come tra un rendering e un cantiere esiste uno spazio spesso invisibile, fatto di procedure, concessioni e decisioni amministrative.Ed è proprio in questo spazio che, almeno finora, il futuro del Viviani sembra essersi fermato, se non addirittura perduto, laddove si incontrano le difficoltà nel costruire consenso, continuità amministrativa e sostenibilità economica.Stadi che rigeneranoLo stadio che cambia pelle: cinque storie di rigenerazione dal Nord ItaliaDa Bergamo a Como, passando per Mantova, Brescia e Ferrara. Cinque città, cinque percorsi differenti e un denominatore comune: lo stadio non è più un semplice contenitore sportivo. Tra modelli già realizzati, progetti in evoluzione e patrimoni da rilanciare, il Nord Italia offre alcune delle esperienze più interessanti dell’impiantistica contemporanea.Foggia e lo Zaccheria, quando riqualificare significa arginare il degradoFoggia non racconta una rivoluzione infrastrutturale, ma il tentativo di preservare uno degli impianti con la maggiore memoria del calcio italiano.Lo stadio Pino Zaccheria occupa da oltre un secolo una posizione centrale nel tessuto urbano della città e accompagna la storia di una delle società che ha scritto pagine importanti del calcio italiano, come le stagioni indimenticabili del “Foggia dei miracoli” di Zeman ma anche fallimenti, ripartenze e lunghi periodi trascorsi tra Serie C e dilettantismo.Negli ultimi anni il Comune, proprietario dell’impianto, ha scelto di concentrare gli sforzi sull’ammodernamento della struttura, cogliendo l’opportunità offerta dai finanziamenti del PNRR.Gli interventi, per un valore di oltre 2 milioni di euro, riguardano il settore ospiti, la sicurezza, i sistemi di accesso, le aree di prefiltraggio e l’aumento della capienza complessiva, destinata a passare da circa 11.400 a quasi 15.800 posti.Stadio Pino Zaccheria. Image credit: Giuseppe Bellini/Getty ImagesNon si tratta di un progetto destinato a ridefinire il rapporto tra città e stadio né di un intervento capace, da solo, di generare nuove funzioni urbane.È però un esempio concreto di come le risorse pubbliche possano essere utilizzate per evitare che un patrimonio collettivo perda progressivamente qualità, sicurezza e attrattività.Il significato di Foggia e dello Zaccheria è da ricercare qui. In una città che non può contare sulla forza attrattiva turistica di altre destinazioni del Meridione e dove difficilmente potrebbero trovare spazio, almeno oggi, investimenti privati di grande portata, la priorità diventa impedire che il degrado dell’infrastruttura alimenti quello del contesto urbano che la circonda.Rigenerare, in fondo, non significa sempre costruire qualcosa di nuovo ma anche talvolta preservare ciò che esiste, impedendo che perda valore. Per lo Zaccheria di oggi la riqualificazione vuol dire prima di tutto porre un argine al deterioramento.Siracusa, dove il territorio può diventare la vera forza dello stadioSiracusa è probabilmente uno dei casi che più invita a distinguere tra opportunità e realtà. Perché, osservando esclusivamente il territorio, pochi contesti italiani sembrerebbero offrire condizioni altrettanto favorevoli per immaginare un progetto di rigenerazione dello stadio.Il Nicola De Simone, per il quale gli ultimi interventi risalgono al 2004, non è oggi al centro di un percorso concreto di riqualificazione: le ipotesi discusse negli ultimi anni – dal nuovo impianto fino agli interventi sull’attuale struttura – sono infatti finite in secondo piano, inevitabilmente condizionate dalla delicata situazione societaria del Siracusa Calcio 1924.Dopo la retrocessione in Serie D, il club sta attraversando una fase complessa sotto il profilo economico e finanziario, tra trattative con i creditori, tentativi di ricapitalizzazione e interlocuzioni con possibili investitori interessati a rilevare la società.Eppure Siracusa continua a rappresentare un caso interessante, non tanto per ciò che sta realizzando quanto per ciò che potrebbe diventare.A differenza di molte altre realtà di provincia, il capoluogo aretuseo può contare su un patrimonio storico, culturale e paesaggistico che ogni anno richiama visitatori da tutto il mondo, e raccoglie alcune delle principali destinazioni turistiche della Sicilia orientale, come la Val di Noto.In un contesto di questo tipo, dove turismo, patrimonio archeologico ma anche cultura ed enogastronomia rappresentano già oggi asset economici consolidati, un nuovo impianto potrebbe inserirsi naturalmente in una strategia di valorizzazione più ampia.Le discussioni emerse negli ultimi mesi attorno al bando Sport e Periferie, che consentirebbe di candidare interventi fino a 1,5 milioni di euro per la riqualificazione del De Simone, potrebbero muoversi proprio in questa direzione anche se ad oggi si tratta solo di suggestioni e nessuna ipotesi ha ancora trovato una concreta traduzione progettuale.Siracusa suggerisce così una riflessione diversa. Qui non è tanto lo stadio a dover creare attrattività per il territorio, quanto il territorio a poter rendere sostenibile un progetto di rigenerazione dello stadio.Lo stadio che resiste: il Sud Italia e la sfida di trasformare il potenziale in progettoOsservati nel loro insieme, i casi di Benevento, Avellino, Potenza, Foggia e Siracusa restituiscono un’immagine del Sud distante tanto dalla retorica delle occasioni perdute quanto da quella delle grandi promesse ancora da realizzare.Emerge piuttosto un mosaico di esperienze profondamente diverse tra loro, nelle quali convivono interventi di semplice manutenzione, progettualità rimaste sulla carta, percorsi amministrativi ancora incompiuti e tentativi di costruire una visione più ampia del rapporto tra impianto sportivo e città.In molti casi il tema non è stato tanto immaginare il futuro dello stadio, quanto riuscire a creare le condizioni perché quel futuro potesse anche solo iniziare a prendere forma.La stabilità delle società sportive, la continuità amministrativa, la capacità di intercettare risorse pubbliche, il coinvolgimento di investitori privati e la coerenza della pianificazione urbana si confermano elementi inseparabili di uno stesso processo.Più che offrire risposte definitive, le esperienze raccontate in questa puntata restituiscono così una fotografia del Mezzogiorno nella sua complessità e nella sua eterogeneità, ricordando come la rigenerazione non sia mai soltanto una questione di opere pubbliche o investimenti privati, ma anche della capacità di leggere le caratteristiche dei territori e costruire, attorno a esse, progetti coerenti con la loro storia e con le loro prospettive di sviluppo.In definitiva Il Meridione insegna che il problema degli stadi italiani non è l’assenza di idee. È la difficoltà di trasformarle in processi. Ed è proprio nella capacità di passare dal progetto alla governance che si giocherà il futuro della rigenerazione sportiva nel nostro Paese.