Dove sta andando Jazz:Re:Found (e cosa pretenderne quest’anno)

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Ci sono dei motivi ben precisi per cui Jazz:Re:Found è amato e supportato così tanto in queste pagine, da anni, anzi, da sempre. È una realtà che nasce dalla club culture nel senso più autentico del termine: serate pensate e volute da un manipolo di pazzi entusiasti che hanno messo insieme l’amore per la musica e il fastidio per le pieghe prese dall’entertainment mainstream (quello discotecaro all’epoca chiedeva la tech-house, le Boogie Nights cercavano l’utopia del rare groove), e che hanno continuato ad essere talmente pazzi ed entusiasti da dare vita anche ad un festival, quando di festival in Italia ce n’erano ancora pochi pochi e in una città, Vercelli, che per un festival di vocazione internazionale sembrava più matrigna (e zanzarosa) che madre affettuosa ed orgogliosa.Con questa testardaggine e questa ispirazione, Jazz:ReFound ha creato un qualcosa-che-non-c’era, in Italia, e che tra l’altro anno dopo anno è diventato esplicitamente d’ispirazione per sempre più realtà, anche realtà più grosse (per dire, anche C2C ad un certo punto si è messo a fare nomi “da Jazz:Re:Found”, e continua a farlo ancora adesso, vedi Theo Parrish). Ha saputo resistere a molti cambiamenti tentati e/o subiti (il trasferimento a Torino, il tentativo di ritorno a Vercelli), e da quando dal 2019 si è installato fra i colli magici del Monferrato, nell’incantevole Cella Monte, ha trovato veramente il luogo perfetto: una sorta di approdo finale sempre immaginato e sempre voluto, ma raggiunto solo dopo anni ed anni di fatica e coraggio.(L’ormai iconico Main Stage di Jazz:Re:Found; continua sotto)Il problema è che per quanto è diventato dinamico – eufemismo cortese forse per “competitivo” e “crudele” – il mercato attuale, aver raggiunto un equilibrio, aver raggiunto il completamento della traiettoria “chiamata” dal proprio DNA originario, aver raggiunto una riconoscibile identità ed un certo prestigio non basta.No.Non basta.La verità è che non basta.Il “tuo” artista, quello perfetto per il tuo festival come stile, suono ed attitudine, o è diventato sempre più costoso (se nel 2015 costava 15.000 euro, oggi costa dieci volte tanto, e non è un modo di dire), o al contrario ha iniziato a non vendere più un biglietto (perché non è percepito più come uno “vincente” e nel “giro giusto”). E il pubblico, anche se è il “tuo” pubblico, anche se a te si è affezionato, anche se ti sa riconoscere, è talmente circondato da alternative da provare che, insomma, non per forza ti garantisce fedeltà assoluta. Magari invece di venire da te a fine agosto, ha provato qualcosa di sulla carta similmente bello, suggestivo ed ispirato a giugno oppure a luglio. In Italia infatti l’offerta di festival “belli” è esplosa: un fenomeno che da un lato ci riempie di gioia, perché sognavamo una cosa del genere quando Soundwall nasceva e nel nostro piccolo abbiamo lottato assai per farla succedere, dall’altro ci preoccupa, perché la domanda è se il nostro territorio sia davvero in grado di sostenere così tanti eventi con un certo tipo di taglio qualitativo.È una battaglia difficile, quella di Jazz:Re:Found. L’attuale ecosistema dei festival è fatto o per obbligarlo a crescere a dismisura con tutte le implicazioni del caso, o per spingerlo a ridimensionarsi (che però potrebbe anche voler dire scomparire, dopo tutto il viaggio e la fatica fatti in questi anni)Ci sono gli eventi/festival grossi grossi, e quelli giocano un altro campionato; ci sono gli eventi piccoli, fatti con artisti che spesso sfuggono ai roster delle agenzie, e questi stanno tornando in auge; chi vuole restare a metà, e Jazz:Re:Found è un esempio perfetto di festival che mai vorrà essere grande ma che mai si è autoassegnato l’essere nicchia altera fuori dal mercato, ecco, chi è rimasto a metà ha vita difficile. Una vita bella, una vita fatta sempre di scelte oculate e di competenza e di passione, ma difficile. Da un lato per mantenere rilevanza sembra quasi tu sia obbligato a giocare nel campionato dei grossi grossi, dall’altro lato sei ormai troppo grande, storico, rispettato ed established per giocare in quello dei piccoli.La soluzione? Restare umani. Essere bravi e non ingenui, ma restare umani. E farsi venire ogni volta delle piccole nuove idee.“Restare umani” che significa? Significa prima di tutto salvaguardare il clima positivo ed “orizzontale” all’interno del team di lavoro, e – spesso le due cose sono strettamente collegate – anche nel rapporto col proprio pubblico.Non è facile.Proprio per le dinamiche descritte prima, ormai un festival dalle dimensioni e dalla storia di Jazz:Re:Found per quanto sempre “bello” e sempre “romantico” non è e non può essere più una zingarata fra amici, ma semmai una macchina che impegna cifre a cinque zeri. Cosa che implica tensioni e responsabilità. Bisogna “restare umani” fra chi il festival lo guida, chi lo fa, chi lo rende possibile col proprio lavoro retribuito o volontario, chi lo fruisce; bisogna per quanto possibile “restare umani” anche nelle scelte magari su chi far suonare in line up e su come proprio costruirla, questa line up. Facendo magari dei piccoli scarti che ti permettano di uscire dalle dinamiche consolidate.(La line up finale dell’edizione 2026; continua sotto)Quando ieri è uscito l’annuncio della modifica alla line up del festival, con un headliner che saluta (Berlioz) per le solite onnicomprensive “impreviste problematiche logistiche indipendenti dalla volontà di entrambe le parti”, formula che ormai ricorda lo storico “Ha il problema di girarsi!” di Bruno Pizzul, eravamo molto curiosi di sapere come sarebbe stata gestita la cosa. È stata gestita bene: con la proposta comunque di un rimborso per la giornata della domenica, per chi lo volesse chiedere, o in alternativa di estensione anche al sabato della validità del biglietto domenicale. Già questo era un non dovuto venire incontro alle persone, ci si poteva limitare a meno.Ma c’è stato e c’è di più. C’è stata l’aggiunta del dj set di Daddy G dei Massive Attack, che non è certo il dj più creativo o sorprendente dell’universo ma è comunque uno bravo e paraculo a farti star bene (ed è, in ogni caso, un monumento vivente), e poi c’è stato questo strano binomio La Niña / Chiara Pavan.La prima ormai non ha bisogno di troppe presentazioni, e se in pochi rimpiangono il gran bel percorso elettronico che stava facendo come Yombe (fra i quali, chi vi scrive), la stragrande maggioranza del mondo ama la sua riproposizione attualizzata e carismatica del folk mediterraneo, a Spring Attitude l’anno scorso ‘per dire l’abbiamo vista davvero trionfare ed ammaliare.La presenza de La Niña però non arriva come semplice rimpiazzo di pregio & peso, uno di quelli possibile fra tanti, ma è stato il frutto dell’incontro e della collaborazione nata tra il festival e Chiara Pavan, l’alto lato del binomio di cui sopra (per chi si chiede chi sia Chiara Pavan, è uno degli chef più influenti d’Italia, tra l’altro con un taglio particolare, gentile, accurato, ferocemente attento all’ecosostenibilità). Chiara, verrebbe quasi da dire suo malgrado visto il profilo basso che ama tenere, è una da mezzo milione di follower su Instagram, da libri, da programmi televisivi, giusto per capirci: ma il rapporto con Jazz:Re:Found è nato da una sua stima enorme per il festival, per la sua linea musicale, per quell’ecosistema sonoro riassunto ad esempio benissimo da Musical Box, il programma amorevolmente cresciuto da Raffaele Costantino su Rai Radio 2 (e Raffaele è da tempo un alleato di JZ:RF).(Chiara Pavan, mentre mostra una delle sue mille fatiche recenti, il libro uscito per Mondadori; continua sotto)Non si sono parlati i management, no, non si sono soppesati fama e contratti, si è partito da alcuni apprezzamenti su Instagram e poi da un parlarsi in Direct, sorprendendosi reciprocamente per la stima e l’attenzione. A Chiara ad un certo punto è stato chiesto nell’ottica del suo coinvolgimento di “adottare” lo slot da riempire nella programmazione del festival lasciato libero da Berlioz: dei vari nomi proposti (alcuni bellissimi, ma irraggiungibili/insostenibili) la quadra è stata trovata su La Niña, con soddisfazione di tutti.C’è quindi questa bella storia, dietro a Jazz:Re:Found 2026 ed agli ultimi suoi cambiamenti in line up.C’è sempre poi tutta una comunità di dj e musicisti per cui il festival è davvero “casa”, partendo dai venerandi Gilles Peterson e Mr. Scruff arrivando ai molti bravissimi dj/selecter di casa nostra, che hanno il compito di mantenere sempre la barra dritta sullo spirito originario del tutto e su una presa bene che sappia di famiglia, di comunità. Così come ci sono artisti bravi, davvero artisti storici (Dj Storm!), altri da scoprire e da valutare, ma tutti in qualche modo coerenti rispetto all’identità di fondo del festival così come è stata forgiata negli anni, comprese alcune scommesse e alcune cose ai confini del ma questo-che-c’entra (una componente che, in giuste dosi, in un festival intelligente non dovrebbe mancare mai).(L’anno scorso è andata così; continua sotto)È una battaglia difficile, quella di Jazz:Re:Found. L’attuale ecosistema dei festival è fatto o per obbligarlo a crescere a dismisura con tutte le implicazioni del caso, o per spingerlo a ridimensionarsi (che però potrebbe anche voler dire scomparire, dopo tutto il viaggio e la fatica fatti in questi anni). Ma l’attuale ecosistema dei festival non è una cosa bella, non è una cosa da supportare, mentre invece è a supportare chi non vuole perdere identità, chi non vuole arrendersi al gioco al massacro della crescita continua e dei management e delle grandi agenzie che fissano le regole d’ingaggio e i tassi di crescita dei costi. Ed è da supportare chi non si vuole standardizzare. Jazz:Re:Found è una cellula di resistenza in tal senso, e non lo è da cinque anni, lo è da oltre quindici, lo è fin dalla nascita.Lo vogliamo vedere resistere. Lo vogliamo vedere stare bene. E finché sarà “umano”, saremo sempre dalla sua parte.Questa è una edizione importante sotto tanti, tantissimi punti di vista. Punti di vista che vanno al di là dei nomi in line up.Prevendita e varie altre faccende utili e significative, qui. E con la convinzione che anche nel 2027 ed oltre, come in questo 2026, Jazz:Re:Found sarà sempre e comunque ai primissimissimi posti nella nostra lista dei festival più belli e speciali d’Italia.The post Dove sta andando Jazz:Re:Found (e cosa pretenderne quest’anno) appeared first on Soundwall.